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10 agosto 2026

Alessandro Robecchi: Omicidi Srl (Selllerio)

Dico subito che si tratta di un giallo-noir, dove sono gli assassini-killer in prima persona a raccontarci chi e come è destinato ad essere ucciso. Due sono in particolare gli elementi di fondo che Robecchi ci mette sotto gli occhi. 
Anzitutto l'estremo cinismo e il predominio del valore della ricchezza in personaggi che non si peritano di ordinare l'assassinio del proprio padre o, addirittura, del giovane nipote, pur di controllare intere fortune economiche. 
Niente a che vedere, per intenderci, con il piccolo furto diffuso di disperati alla fame e magari di nazionalità straniera e verso i quali, quando si azzardano a rubare una borsetta ad una signora bene e da lei vengono brutalmente uccisi, la giustizia è così clemente da sostituire gli arresti(?) domiciliari al carcere vero e proprio. 
Robecchi ci mostra invece un mondo della Milano bene che, quando consegnano la mazzetta concordata per l'esecuzione dell'omicidio del parente, si giustificano precisando che non avevano altra scelta. 
"Dicono sempre così". 
Mentre l'altra faccia che l'autore ci mostra è quella di una città, Milano, la quale è nettamente divisa tra coloro, come i nostri Killer e i loro mandanti, che riescono a fare i soldi con i soldi (per non parlare delle panzane legate alla invenzione di cosiddetti artisti contemporanei!) e, al tempo stesso, "la folla di quelli che soldi ne hanno pochi, e li cercano dove possono". 
Ancora una volta, insomma, l'autore ci mostra, da una parte e dall'altra, la sua Milano nera. 
Ma Robecchi non si ferma a queste pur centrali classificazioni. Nei suoi personaggi, il Biondo e Quello con la cravatta, a cui si aggiunge la Stagista, insieme alla "professionalità" di provetti Killer, si manifestano i risvolti negativi della società metropolitana di oggi: dalla latente crisi familiare perché basata sulle bugie, alla solitudine con denari che spinge a vedere amore dove c'è solo un rapporto di interesse. 
Di particolare curiosità la figura della stagista, dove albergano quelle virtù di competenza e ironia in quantità ben superiore all'altro sesso e dove non manca un sottofondo di malinconia e solitudine a causa della vita che si è ritagliata. 
Un libro, insomma, di notevole spessore anche quantitativo (quasi 400 pagine!), ma che si fa leggere con estrema attenzione, spingendoci a riflettere su dove stiano i nostri reali valori e interessi per il tempo che ci è dato di attraversare, come sicuramente ci suggerirebbe Robecchi, questa, ormai sempre più diffusa di contraddizioni, valle di lacrime.

Renato Campinoti

05 agosto 2026

Paola Barbato: Cuore capovolto (Neri Pozza)

Chiudi questo libro e ti torna in mente la frase ironica attribuita ad Achille Campanile: "Un figlio? Non sai mai chi ti metti in casa". 
Al tempo stesso, vale il commento finale del giovane protagonista: "Non tutti gli adulti sanno fare gli adulti". 
Merito grande dell'autrice, Paola Barbato, è quello di mettere tutti, figli, genitori e adulti, alla prova del tempo di internet e dell'invasione del digitale nella vita di tutti. Come ogni grande innovazione nella storia dell'uomo (il ferro che rivoluziono' tutto ma armo' gli eserciti di spade e frecce micidiali) anche nel digitale si nascondono insidie che possono produrre crimini efferati nascosti nell'ombra dei moderni hiphone. 
Le forze dell'ordine, nella loro componente più qualificata e motivata, come quella che ci descrive l'autrice, sono costrette a dotarsi di grandissime competenze per venire a capo di reti di mascalzoni vocati a delinquere in forme affatto nuove. 
Protagonista principale (e di gran lunga il più impegnato) è l'agente Alberto Donini, sposato con un uomo dal carattere apparentemente chiuso e superbo. Sarà proprio Donini che, quando vorrà ripassare le proprie esperienze di agente "ombra", infiltrato nelle reti specialmente giovanili e non solo "aveva trovato solo testimonianze di quanto miserabile potesse essere l'umanità"
In sostanza la storia nasce proprio dall'infiltrazione dell'agente Donini nella rete coperta detta "Rete dei cuccioli", dove il papà di Leonardo ha scoperto che è frequentata dal figlio tredicenne e dove, all'apparenza, possono operare pedofili e che, in realtà, farà emergere una situazione più complessa e porterà il poliziotto informatico a compiere qualche errore come non gli era mai capitato. 
Da qui prenderà inizio una serie di vicende che lo porteranno a contatto con una realtà grave e dove avvengono veri e propri illeciti. Durante lo sviluppo delle vicende l'autrice ci fa toccare con mano i rischi insiti nell'uso di questa nuova tecnologia quando cade in mani sbagliate. 
Al tempo stesso vengono in rilievo personaggi positivi, primo fra tutti il poliziotto informatico Donini e molti suoi colleghi, a cominciare dall'agente e amica Luce. 
Influisce sui fatti negativi anche l'ormai sempre più diffusa crisi familiare accompagnata dall'ipocrisia reciproca tra i coniugi. Ultimo dato di conforto, la trasformazione dell'atteggiamento di Emanuele, il marito dell'agente Donini, il quale, vivendo per la prima volta direttamente la vita professionale del coniuge, invece di allontanarsi come poteva sembrare, vive come non ci si sarebbe aspettati l'esperienza impegnativa del marito e sembra ricredersi sul suo valore professionale e umano. 
Un libro impegnativo e al tempo stesso di grande attualità, da leggere con attenzione.

Renato Campinoti

30 luglio 2026

Mirko Zilahi: La stanza delle ombre

Quando il falso è d'autore e contribuisce a inquinare un mercato già equivoco

Il primo grande pregio di questo notevole romanzo è sicuramente rappresentato dalla messa in mostra delle zone più belle, delle chiese più o meno conosciute, degli angoli più remoti, di tutta la città di Roma che il protagonista, il giovane Nemo Sperati, figlio del grande falsario Rufo Speranza, conosce così bene da saperne disegnare larghe mappe ad occhi chiusi.
Il padre è stato trovato morto nella sua casa di Bomarzo più di dieci anni prima e tutto ruoterà intorno alle ulteriori scoperte di suoi grandi capolavori, riproduzioni di altrettanto grandi artisti come Artemisia Gentileschi o John Everett Millais, accanto ai quali vengono trovati cadaveri in pose riproducenti alcune famose opere dei suddetti artisti.
Toccherà al vecchio e solitario commissario Zuliani, che del giovane Nemo era diventato una sorta di tutore alla morte del padre falsario, avviare una complessa indagine molto contrastata dalle autorità.
A Zuliani, di fatto messo in pensione, si affiancherà Mirian Tiberi, sanguigna e popolana ispettrice, la quale, facendosi guidare dalla super competnenza artistica di Nemo Sperati, riuscirà a schivare perfino le trappole messe sul suo cammino da qualche ambizioso collega e giungere, alla fine, a portare a soluzione un certamente complesso viluppo di avvenimenti.
Merito importante dell'autore è la prosa essenziale, come pure una robusta conoscenza artistica, dei suoi luoghi di mercato e delle logiche che lo presiedono.
Milahi riesce a far toccare con mano anche al lettore più sprovveduto la conoscenza di tale mercato, i limiti e i rischi presenti in un mondo dove, oltre la competenza, contano le reputazioni costruite sui rapporti di interesse e di affari tra i vari segmenti di questo mondo: l'artista o falsario, il venditore, il gallerista, l'acquirente, fino alle gallerie d'arte.
Fortuna , verrebbe da dire, che si è dato vita di recente ai corpi dello Stato specializzati per contrastare sia i furti che i possibili recuperi, come pure lo "spaccio" dei falsi, in particolare il corpo specializzato dell' Arma dei Carabinieri. Si esce da questo romanzo con la soddisfazione di aver letto un libro di assoluto interesse, soprattutto dopo che, in conclusione, l'autore ci rivela che alla base del racconto (tutto costruito da lui, ovviamente) c'è la storia vera di un famoso falsario le cui vicende sono state al centro di procedimenti giudiziari importanti. e di una autobiografia dello stesso "autore".
Un libro, insomma, che merita di leggere assolutamente.

Renato Campinoti

28 luglio 2026

Giancarlo De Cataldo: Delitto in cornice, un caso per Manrico Spinori.

Poca arte e molte furbizie nel mondo artistico romano.

Senza girarci intorno, come è sua consuetudine, De Cataldo mette a nudo tutti i limiti e le furbizie nel mondo dell’arte contemporanea romana. 
E sarà ancora una volta, di fronte alla misteriosa morte di Verena Rex, artista giovane della body art (la sua si chiama scarificazione, inserimento di animali o altro con tagli sottocutanei) il contino, Manrico Spinori e la sua ormai collaudata squadra, a venire a capo dei misteri di quel mondo. 
Partendo dalla convinzione che “Il mondo dell’arte contemporanea è molto… particolare”, il PM e i suoi (a cominciare dalla romana verace Deborah Cianchetti, grande “annusatrice” di furbizie) il contino dovrà destreggiarsi sia con i tentativi di depistaggio dall’Interno del mondo dell’arte, come pure con le fregole di qualche superiore o giornalista smanioso di chiudere a modo loro le indagini. 
Accanto a ciò persistono i suoi problemi affettivi che rendono difficile la stabilizzazione di rapporti pregressi o nuovi. 
Naturalmente non meno insidiose sono ancora le trame della madre contessa ludopatica non contenta di avere dissipato al gioco tutto il patrimonio di famiglia. 
Solo una personalità votata alla riflessione e all’analisi come quella di Manrico Spinori, riuscirà a condurre il lettore nei meandri di un mondo equivoco e, quando meno te lo aspetti, tirare le fila di un altro, affascinante racconto e dove, ancora una volta, la meravigliosa città di Roma ci accompagna nei suoi infiniti siti e scenari.

Renato Campinoti

15 luglio 2026

Emmanuel Carrère: Kolchoz

Impegnativo, con cose buone e altre discutibili

Si tratta sicuramente di un lavoro impegnativo, sia per il lettore (per me di sicuro!), ma penso anche per l'autore. Non fosse altro per questa volontà di mettere in mostra storie e sentimenti personali, oltre a dichiarare le sue opinioni su molte vicende, impegnative, dei nostri tempi. 
Se ne esce, dalle oltre quattrocento pagine ricche di richiami e di intrecci anche dinastici, con la convinzione di conoscere meglio uno degli autori certamente tra i più seguiti di questi anni e spesso da un pubblico giovane. Ci sono aspetti che fa piacere sapere meglio del suo pensiero. Dico subito che la cosa che più mi ha colpito è la premessa quando ci ricorda: "Davanti al fatto che siamo otto miliardi sulla terra, al disastro ecologico irreversibile, alla crisi migratoria, davanti all'intelligenza artificiale che ci inghiottirà senza lasciarci il tempo di accorgercene, davanti, per inciso, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori.... non è forse completamente fuori luogo scrivere della propria piccola vita che sta finendo... della giovinezza dei propri genitori?"
Bella premessa anche se, essendo un poco malizioso, come si sta tutti diventando, sembra ci sia anche un leggero ammicco proprio a quei giovani che lo stanno leggendo. 
Ma per seguire Carrère nel lungo svolgimento del racconto, dico subito che ci sono più piani su cui l'autore sviluppa la narrazione. Quella, francamente meno interessante, della storia delle origini familiari differenziate tra la madre, nobile russa decaduta a seguito della rivoluzione dell'Ottobre '17 e quella paterna risalente alla modesta famiglia di agricoltori di un paesino della Francia. 
A proposito della ricca famiglia nobile l'autore ricorda l'acquisto, con le grandi ricchezze della bisnonna della madre, la contessa Ol'ga Komarovskji, della imponente e grandiosa villa Medicea di San Domenico, vicino a Firenze, chiamata Bosco Bello, che lo stesso Carrère riuscirà a fatica a farsi aprire dall'attuale proprietà per visitarla. 
All'interno di questo filone se ne distacca uno, forse il principale di tutto il libro, che riguarda proprio il rapporto con la propria madre. Non a caso il punto di partenza del libro è il discorso del Presidente Macron in occasione della morte di Hélène Carrère d'Encasse, segretaria permanente dell'Accademia di Francia, esiliata, dal suo Paese, la Russia, nel 1917, caduta in miseria e diventata poi uno dei personaggi più acclamati della cultura francese. Dunque, una madre sicuramente ingombrante, salita con determinazione nella scala sociale e culturale di un Paese esigente come la Francia e per la cui riuscita ha sicuramente sacrificato qualcosa degli stessi rapporti personali. 
Da questo punto di vista il libro, a mio giudizio, opera uno strano capovolgimento, dall'ammirazione, oltre che dall'amore filiale che rimane, da cui Carrère parte fino, via via, a prenderne le distanze e ad esprimere perfino qualche giudizio a dir poco meno che lusinghiero. 
Un primo approccio che marca una diffidenza tra i due è, negli anni più recenti, il giudizio sul Covid, vissuto da lei come una sorta di ricatto cinese sull'occidente. Ma il punto di differenziazione più marcato tra Carrère e la madre è il giudizio su Putin, da lei visto con le sue buone ragioni nel voler ridimensionare l'espansionismo americano e occidentale dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Fino ad intraprendere azioni concrete per riequilibrare le due diverse zone d'influenza. 
In sostanza, una volta riacquistato in occidente il suo ruolo nella classe dirigente, la madre ritorna a vedere nella Russia il suo Paese d'origine, dalla cui cultura è nata e si è sviluppata la sua coscienza e la sua forza culturale. 
Del carattere egocentrico di questa donna ci dice molto Carrère anche con una semplice battuta. A fronte del successo della cugina Salomè, capace di raggiungere i vertici dello stato Georgiano e di trattare direttamente con i russi per il loro abbandono del Paese, quando giunge la notizia del loro allontanamento dalla Georgia in buon ordine, lo scrittore commenta: "La notizia ha preso in contropiede anche mia madre - e l'ha leggermente contrariata. A lei piace molto Salomé, ma non che ci sia un'altra star in famiglia". 
Altro punto dolente, nel giudizio sulla madre, il male che lei farà al padre, tradendolo e facendolo vivere in casa in una condizione di separato e isolato. Cosa che, alla fine della dissertazione familiare, porterà l'autore a rivalutare, soprattutto sul piano umano, proprio la figura del padre. Non solo perché è dalle ricerche di lui di tanta documentazione che Emmanuel ha potuto portare a termine questo imponente lavoro, ma, per dirla in breve: "di questa lunghissima storia mia madre è stata la protagonista, ma ad avermela dettata... è stato lui. L'infelicità e il dolore dureranno fino alla fine, ma lui ha amato". Cosa, di conseguenza, che non si può dire della madre. 
Come dirà l'autore alla fine del lungo racconto, alla madre morente:.. "non è rimasto nulla se non ammirazione e amore, e se scriverò un libro sulla tua vita - cosa che inevitabilmente accadrà, perché sei stata la persona più importante della mia - esprimerà soltanto questi sentimenti. Niente più rancore, niente più animosità: puoi fidarti di me". Ed effettivamente questo è per molti aspetti il libro sulla vita della madre, anche se Carrère non manterrà la promessa e ne dirà sia bene che male, come per liberarsi di uno spettro che ne ha condizionato l'esistenza fino al suo personale successo editoriale. 
Un altro piano, certamente di un certo interesse, del lungo racconto è l'intreccio tra le vicende personali con gli avvenimenti sia del passato (Stalin e Hitler, sui quali si sviluppa una sostanziale analogia, forse più duro il giudizio su Stalin come pure su Beria) sia del presente. La parte del leone la fa sicuramente l'invasione dell'Ucraina, sulla quale, senza incertezze, Carrère esprime la propria condanna della guerra scatenata da Putin e sulla quale, ancora una volta, si registra la maggiore distanza con la madre, portata a giustificare l'atteggiamento del dittatore del Cremlino come reazione all'espansionismo americano alla caduta del muro di Berlino e dell'Unione sovietica. 
Un terzo piano è rappresentato dalle "confessioni", diciamo così circa le opinioni dello scrittore in rapporto alle vicende politiche dei nostri giorni, non sempre particolarmente lusinghiere. Imbarazzante, in un mondo che vedi tanti cittadini influenzati dall'idea del non voto, dichiarare candidamente, come fa Sophie, la protagonista del suo libro "Un romanzo russo": "Emmanuel non vota perché ha paura di votare a destra". 
La parte finale del libro è specificamente dedicata alla malattia della madre e ai molti ricordi del carattere affettuoso di lei giovane con i propri figli. Dolcissimo, alla fine, il loro modo di "fare Kolchoz", vale a dire lo stringersi tutti e tre i figli nel lettone con la madre durante le assenze lavorative del padre. La madre sta per morire, i figli sono lì: "Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera all'ospice, abbiamo fatto per l'ultima volta Kolchoz". 
In conclusione un libro per lettori e stomaci forti, che hanno la forza e la pazienza di non abbandonarlo sul comodino all'ennesima allusione ai suoi avi georgiani e alle loro poco significative vicende personali, tuttavia riscattate dalle insistenti allusioni alle vicende contemporanee, come pure ai tanti intrecci con avvenimenti e vicende del presente che lascio al volenteroso lettore di incontrare e valutare.

Renato Campinoti

10 luglio 2026

Luciano Bianciardi: La vita agra (Feltrinelli)

Dalla vendetta per i morti di Ribolla all'integrazione nel boom milanese.

Partito dalla sua Grosseto per la città di Milano, con l'intenzione di far saltare in aria il grattacielo sede della società responsabile della morte dei quaranta tre minatori della miniera di Ribolla, finirà per adattarsi, pur vedendone lucidamente i difetti, allo sviluppo caotico e disumano che il boom economico di quei primi anni sessanta indusse soprattutto nel nord Italia. Viene a contatto con l'ambiente giornalistico in rapido sviluppo, dove la logica è quella della massima resa, dove il capo pretende il massimo da tutti (non a caso soprannominato colonnello Maverick) e non perdona una assenza di un giorno pena, come avviene, il licenziamento, e dove le notizie nascono e muoiono di giorno in giorno. Diventa così inutile il suo tentativo di dare la notizia della tragedia di Ribolla a poco più di una decina di giorni dall'accaduto ("te l'ho detto", gli dice il caporedattore, "E' una notizia invecchiata"). Per un poco il protagonista va alla ricerca di personaggi che ricordino le figure più rappresentative della sua terra. Cerca anche collegamenti con le sezioni del PCI. Ed è qui che incontra Anna, di bell'aspetto, molto determinata nel proclamarsi rivoluzionaria. Sarà così che i due si innamorano. Lui lascia perdere la moglie e la figlioletta che ha lasciato al paesello, anche se sente la necessità di inviare l'assegno mensile per il loro sostentamento. La vita che sono costretti a fare, lui e Anna, è quella vita agra del titolo, sempre in bilico fra miseria e piccoli introiti, mentre intorno a loro cresce lo sviluppo urbano e l'industrializzazione del nord del Paese. Anche il rapporto tra i due perde la verve iniziale per ridursi quasi ad un'abitudine. Col passare del tempo anche le punte ironiche che pure Bianciardi sa introdurre nel racconto, tendono a svanire per far posto ad una prosa più di denuncia e di delusione della vita che il protagonista è costretto a fare. Lascio al lettore la scoperta delle pagine dove l'autore si esercita in lunghe dissertazioni, ancora ironiche, sulla base di una premessa: "questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena raccontarla". Comincia d'ora in poi una serie di denunce sulla solitudine delle persone nella metropoli ("Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare....") e si potrebbe andare avanti con la denuncia dell'ambiente inquinato, del costo dell'affitto e della miseria dei salari ecc. Alla fine, sarà lo stesso protagonista che si arrende ad una vita che offre davvero poche soddisfazioni. E l'autore avrà scritto uno dei più efficaci romanzi di denuncia dell'inganno che il richiamo del Nord sviluppato esercita su tanti italiani in quel periodo. Ottenendo anche un buon successo di pubblico e tuttora di grande attualità.

Renato Campinoti

02 luglio 2026

Kent Haruf: Le nostre anime di notte

La voglia di stare insieme e i pregiudizi della provincia americana

Kent Haruf è sicuramente lo scrittore che ha interpretato al meglio i valori e il sacrificio della gente dei centri minori della provincia americana. In questo romanzo, secondo me, va oltre le pur robuste esperienze fin qui narrate nella immaginifica cittadina di Holt nel Colorado. 
Non che manchi, ancora una volta, il riferimento al valore del lavoro e del ritrovarsi in una realtà dove tutti si conoscono e sono pronti a dare una mano. Al centro, tuttavia, di questo breve ma profondo romanzo, c'è qualcosa di nuovo: la solitudine e la difficoltà, ad una certa età, di ricomporre le famiglie dove, col tempo, tutti hanno preso la loro strada. 
Bellissima, anzitutto, l'iniziativa di Addie Moore di invitare Luis, solo e vedovo come lei, ad andare a trovarla e cominciare a dormire con lei. "Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola". 
Ecco il primo tema che viene al centro di questo ultimo, formidabile, libro di Haruf: la solitudine, di tante persone, degli anziani prima di tutto, quando rimangono vedovi, i figli hanno preso la loro strada, gli altri sono troppo impegnati per fermarsi a fare loro compagnia. Solo un'altra solitudine può servire a rompere la propria, di solitudine, a tornare a sentirsi importante per qualcuno. 
Non voglio forzare l'intenzione dello scrittore, ma mi pare che in questa occasione Haruf vada a cogliere quello che è sicuramente uno dei temi fondamentali delle società occidentali: l'allungamento della vita media, i differenti percorsi e tempi di vita delle persone, le famiglie più giovani sempre più preda di problemi interni e ripiegate su se stesse, e dove tutto ciò fa emergere il grande deficit di socialità e, di conseguenza, il bisogno di trovare forme più o meno organizzate per favorire un nuovo senso alla vita di tante persone sole. 
Per chi, come il sottoscritto, tocca ogni giorno con mano il valore che le persone attribuiscono alla vita associata e alle finalità solidali in grado di dare senso al loro impegno, trova senz'altro in questo libro uno spunto importante per rendere ancora più significativo il valore delle Associazioni di volontariato rivolte ad offrire occasioni di impegno ma anche di supporto per le persone anziane. Detto tutto ciò, va dato merito, tra le le altre cose, al grande scrittore americano, di aver reso così dolce e commovente l'incontro tra i due, Addie e Luis, nessuno dei quali, come si diranno nelle notte passate a parlare tra loro, sono stati degli stinchi di santo. 
Anche questo trovare il coraggio di raccontare anche gli errori, le cose per loro stessi sbagliate delle esperienze di vita, è un tassello non banale di una letteratura che vuole aiutarci a cogliere negli anni in più delle nostre vite la capacità di dare più valore alle esperienze e ai rapporti che ci capita di incontrare. Non un romanzo intimista, insomma, ma un'opera di riflessione per imparare che la crescita e la qualità della vita non hanno età. 
L'altro filone di grande interesse che ci consegna questo libro ultimo di Haruf è una visione tutt'altro che idilliaca della provincia americana. Ci sono, in verità, nel racconto, alcune figure che, per ragioni di affinità con i personaggi principali o altro, dimostrano di capire e accettare la scelta di convivenza notturna dei due protagonisti. Restano tuttavia, queste figure, minoritarie e ininfluenti rispetto a molti cittadini, quelli anzitutto che passano molto tempo nei peggiori luoghi di aggregazione, i bar di provincia, dove la loro esperienza viene giudicata a dir poco da benpensanti. Tanto da riversarsi sull'atteggiamento dello stesso figlio di Addie. 
Il libro insomma non ci parla di questa esperienza che i due anziani intendono fare per sconfiggere solitudine e pregiudizi come di una vittoria, ma del suo esatto contrario: una bella novità sconfitta dai pregiudizi. Credo che su questo, sulla sopravvivenza di una cultura più arretrata e bigotta nella provincia americana, si debba tornare ancora una volta a riflettere, non fosse altro per capire la ragione della presa di certi slogan (quelli, per capirci, nostalgici di una presunta superiorità americana!) su una parte che sembra maggioritaria del popolo americano proprio nel tempo del declino della sua egemonia sul mondo. 
Che su una cosa del genere Haruf abbia provato ad aprirci gli occhi già nel 2015, anno della pubblicazione di questo suo bellissimo libro, è qualcosa che va ancora di più a suo merito e ci impone di consigliarne la lettura ad un pubblico più vasto possibile. (NN editore)

Renato Campinoti




29 giugno 2026

Caterina Perrone: Alexandre Dumas a Firenze (Angelo Pontecorboli Editore Firenze)

Davvero interessante e arricchente questo nuovo lavoro di Caterina Perrone sulla ripetuta presenza di Dumas a Firenze, che, tra l'altro, va ad arricchire la già notevole galleria di stranieri illustri, la maggior parte letterati, che l'editore Pontecorboli ha meritoriamente raccolto da scrittori fiorentini, spesso facenti parte del Gruppo Scrittori Firenze. 
A questo riguardo, mi permetto di valutare, da parte dello stesso GSF, una possibile presentazione collettiva, magari in forma di spettacolo, delle tante opere dedicate, in questa collana, agli stranieri, agli "inglesi", come hanno a loro tempo semplificato i fiorentini. Ne potrebbe venir fuori che, alla fine, il vero personaggio che emerge da un tale lavoro, è proprio lei, la nostra città con la sua ineguagliabile storia culturale e civile: chi altri ha visto nascere tanta pittura, scultura, prosa e poesia che ha dato vita al Rinascimento? Chi altri ha visto sovrani sentire la necessità di seguire l'illuminismo fino all'abolizione della pena di morte? 
Anche in occasione della rivisitazione che Caterina fa della presenza di Dumas in città, al centro della ricerca dei momenti di interesse reale del più prolifico scrittore della storia della letteratura, quello che emerge è il suo assoluto interesse per la storia delle casate fiorentine e delle loro vicende, a cominciare, naturalmente dai Medici. "Ritroviamo tante tracce nei suoi romanzi, quelli più famosi, che ha scritto non casualmente appena tornato dal terzo viaggio a Firenze". 
Ogni capitolo del libro che Caterina Perrone dedica alle visite di Dumas alla nostra città vede intrecciarsi le esperienze che il grande scrittore francese compie direttamente a Firenze con lo sviluppo di racconti e romanzi ambientati da noi. La Regina di Francia che emerge prepotente nella sua Margot non l'ha inventata ma l'ha ricostruita, anche se a tinte assai fosche secondo la reputazione che Caterina de Medici ha  avuto per secoli nel suo regno. E più avanti, nelle sue conclusioni, la Perrone ci fa notare come l'ha potuto fare per aver studiato e rappresentato a fondo i Medici. 
Particolarmente emblematico delle atmosfere, anche ambientali, che Dumas vive in città (perfino il "chiaro di luna" che gli fa immaginare immenso il grande Duomo e il Campanile della città!) è l'opera breve che dedica alla vicenda di Lorenzino e di suo cugino il conte Alessandro: "Una notte a Firenze sotto Alessandro dei Medici"
Ma l'interesse di Dumas per la nostra città lo vede impegnato a realizzare un'opera grandiosa (com'era nel suo stile) per la quale utilizza tutti le esperienze e gli appunti che nelle visite ai musei, alle biblioteche e, soprattutto al Gabinetto Viesseux, compie nelle sue instancabili giornate piene di feste ma anche di studi e di letture. Si tratta de "La Galérie de Florance", un'opera grandiosa, appunto, in ben sette volumi, che ripercorre tutte le tappe e tutti i maggiori personaggi e le più significative vicende della città di Firenze, comprese le culture che l'hanno preceduta nell'antichità, dal Medioevo ai suoi giorni. La segnalo volenitieri, così come fa la Perrone dettagliandone i contenuti fondamentali di tutti e sette i volumi, perchè "é anche la meno conosciuta" ma che "per dimensioni, intensità e valore culturale, supera forse le altre". 
Si tratta sicuramente per molti, a cominciare dal sottoscritto, di una vera e propria scoperta che questo utilissimo libro di Caterina ci permette di fare, comprendendo meglio così anche la concezione "popolare" della scrittura di Dumas, lui figlio della Rivoluzione francese, che, come nota la storica Laetitia Levantis riportata da Caterina Perrone: "...la sua concezione della storia in generale, che considera un soggetto 'popolare' e utile ai suoi lettori. È in virtù di questo convincimento che egli accorda grande importanza all'accessibilità del sapere e della cultura". 
Un grazie davvero a Caterina Perrone e all'editore Pontecorboli per questo ulteriore, utilissimo volume.

Renato Campinoti

21 giugno 2026

Isaac Asimov: Io, robot (mondadori)



 Isaac Asimov: Io, robot

L'attualità di un conflitto tra l'uomo e le nuove tecnologie

Consiglio a tutti, immersi nel dibattito sul senso e i rischi dell'AI, di andare a rileggersi questo iconico libro di un grande come Asimov, capace già nel 1950, quando fu pubblicato, di intravedere lo scenario che si sarebbe potuto aprire quando la tecologia andava a impattare con le facoltà umane. Nel libro, come è noto, sono presi in considerazione, lungo i 9 racconti che lo compongono (legati strettamente l'uno a l'altro), gli sviluppi tecnologici in quel periodo affidati alla evoluzione della robotica che, oltre ad essere applicata, come avvenne, ai processi produttivi in gran parte collegati allo straordinario sviluppo della industria automobilistica, si poteva immaginare potesse avere anche una evoluzione di carattere intellettivo. Non a caso, al centro dei racconti del grande scrittore russo, c'è la scoperta dei robot "positronici", così chiamati senza un'ulteriore specificazione, per dire dell'evoluzione cerebrale delle macchine e della loro evoluzione in senso "umano". Proprio per evitare che i robot possano diventare dei veri e propri concorrenti pericolosi per l'uomo, nella programmazione dei loro "cervelli" vengono inserite le "Tre leggi fondamentali della robotica": 1. Un robot non può arrecare danno a un essere umano o, mancando di agire, lasciare che un essere umano subisca un danno. 2. Un robot deve obbedire agli ordini che riceve da un essere umano, se ciò non è in conflitto con la Prima Legge. 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, se ciò non è in conflitto con la Prima e la Seconda Legge. Già l'invenzione di queste "leggi" qualificano la genialità intorno a cui Asimov fa sviluppare i suoi racconti, via via più impegnativi per la salvaguardia della sicurezza umana in confronto all'evoluzione delle macchine. Avviene così che, racconto dopo racconto, tale sicurezza umana è messa alla prova proprio dall'uomo stesso se e in quanto, in qualità di costruttore dei robot, non sia lui stesso a compiere l'errore (ammesso che sia tale e non volontario) che può portare i robot a infrangere senza conseguenze una delle tre Leggi Fondamentali, rischiando di ribaltare la gerarchia tra l'uomo e la macchina. Come non avvertire qui l'eco del dibattito attuale, accesosi sull'uso della stessa AI, al cui proposito perfino il Papa ha sentito il bisogno di mettere in guardia l'umanità, addirittura individuando in tale evoluzione della tecnologia da parte dell'uomo, un nuovo capitolo, non meno impegnativo e drammatico, di quello che il suo predecessore, in termini nominativi Leone XIII, individuò nello sviluppo del capitalismo industriale e nella formazione della classe operaia nella sua enciclica "Rerum Novarum". Se si pone mente  alle drammache vicende di guerra aperte in questo momento nel mondo e alle ragioni legate,oltre che ai conflitti religiosi, al controllo delle materie prime necessarie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si può apprezzare quello che Asimov, in questo davvero profetico libro, fa dire ad uno dei più saggi dei suoi personaggi: "Ogni epoca dello sviluppo umano...ha visto un tipo particolare di conflitto, un genere specifico di problema che sembrava ammettere come unica soluzione la violenza. E, ogni volta, con somma frustrazione di tutti, la violenza non si è dimostrata in grado di risolverlo definitivamente, e il problema si è perpetutato lungo tutta una sequela di conflitti". In conclusione, insomma, dal grande scrittore che trovò nell'America, in quel periodo nuovo leader del mondo, la sua nuova Patria, viene ancora oggi, quando sullo scenario mondiale si affacciano nuove potenze globali, un monito a guardare con attenzione se non con diffidenza a ciò che si cela dietro un indubitabile sviluppo della scienza, sempre a rischio tuttavia di essere asservito da coloro, come sembra stia avvenendo, in grado di impossessarsene per fini non collettivi ma personali.

Renato Campinoti

11 giugno 2026

Fëdor Dostoevskij: Le notti bianche

Si tratta di un libro che ha avuto molto successo, anche cinematografico (basti pensare al film del 1957 di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni e Maria Shell!) Merita tuttavia di essere letto ancora per molti motivi. Anzitutto perché, a mio parere, è un testo che introduce, seppure in forma lirica, i temi della crisi dell'individuo e della sua introspezione che il grande scrittore russo riprenderà nei romanzi della sua maturità, da Delitto e Castigo, l'Idiota, I demoni, il Giocatore ecc. fino al culmine della cattiveria umana nei Fratelli Karamazov. 
Ma dovrà passare l'esperienza del periodo "socialista", dell'arresto fino all'allineamento davanti al plotone d'esecuzione fermato solo all'ultimo minuto dalla grazia concessa dallo Zar. Dunque un romanzo anticipatore, dove tuttavia l'autore celebra anche due altre cose. Anzitutto l'amore suo per la città di San Pietroburgo: solo lì si possono vivere giornate che non finiscono mai, dove le notti sono bianche perché, come i due giovani del racconto, non vanno a dormire, ma anche perché in quella meravigliosa città rimane sempre un chiarore di fondo. 
Chi non ha letto da qualche parte il famoso incipit: "Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse possono esistere solo quando si è giovani... Il cielo era così stellato, era un cielo così limpido che, dopo averlo guardato, senza volerlo veniva da chiedersi se sotto un cielo del genere potessero vivere uomini stizziti e bizzosi". 
Nel racconto, come è noto, le strade, i palazzi e quartieri di San Pietroburgo ricorrono continuamente, sottolineando l'attaccamento di Dostoevskij alla città. 
L'altro aspetto di interesse di questo racconto giovanile è il carattere dei personaggi, il sognatore che, senza un nome, supera dapprima la sua solitudine affollata tuttavia di personaggi, nell'incontro con la misteriosa ragazza che prima lo illude e lo fa sognare, poi lo fa soffrire per la scelta dell'altro da parte della giovane, poi lo illude e infine lo rigetta nelle ambasce da cui era posseduto prima dell'incontro. 
Il tema della fantasia, delle illusioni, dei mondi immaginati predomina sulla realtà dei fatti per un lungo tratto del romanzo, per ritornare infine, come avverrà anche nei romanzi più impegnativi, con i piedi per terra e nella dura realtà. Ancora una volta mi avvalgo dell'AI per una più puntuale descrizione del racconto e dei temi richiamati.
Renato Campinoti

Di cosa parla
Un narratore senza nome, “il sognatore”, gira da solo per San Pietroburgo di notte durante le “notti bianche” - quelle d’estate in cui non fa mai buio vero. La quarta notte incontra Nasten’ka, una ragazza che piange su un ponte. Lei aspetta l’amato che è partito un anno prima. Lui si offre di ascoltarla. Nasce un’amicizia di 4 notti: lui si innamora, lei vede in lui solo un amico/confidente. L’ultima notte arriva la risposta della lettera… e lui capisce come va a finire.
Perché è bello
È tutto in 4 notti. Zero trame complicate. Solo dialoghi, silenzi, speranze. Dostoevskij ti fa sentire l’ansia dell’attesa come se fossi lì sul ponte con loro.
Il “sognatore” sei tu. Il protagonista vive di più nei suoi sogni che nella realtà. Ti specchi subito se ti è capitato di idealizzare una persona.
Finale amaro ma dolcissimo. Niente colpi di scena. È la delusione più umana del mondo: amare qualcuno che ne ama un altro. L’ultima frase ti spacca il cuore, ma con tenerezza.
Temi in 2 righe
Solitudine vs connessione: 2 persone sole che per 3 notti si salvano a vicenda.
Realtà vs sogno: lui ha paura che l’amore reale rovini il sogno perfetto che si è costruito.

Pietà: Dostoevskij qui non è ancora cupo come in Delitto e castigo. È malinconico, gentile.

AI







08 giugno 2026

Piergiorgio Pulixi: La libreria dei gatti neri

Quando solitudine e dolore diventano insopportabili

È la prima volta che leggo un libro di questo giallista affermato sia in Italia che all'estero. Devo dire che si sente la mano di uno scrittore di rango, sia per il ritmo della scrittura che per la trama. 

Particolarmente affascinante la figura del protagonista, Marzio Montecristo, di Cagliari, costretto ad arrendersi alla sorte quando, da insegnante, viene a conoscenza di un terribile caso di violenze familiari da parte del padre di un suo alunno e non sa trattenersi dall'infliggere una dura lezione di pugni e schiaffi al personaggio negativo. 

Licenziato in tronco dall'attività di cui era orgoglioso, particolarmente dotato di una rara sensibilità verso i giovanissimi, da loro ricambiato, si mette a fare il libraio con un impegno finanziario particolarmente oneroso. 

Simpatica la denominazione che finirà per assumere la libreria, dei gatti neri appunto, per l'arrivo di due felini di pelo scuro che decidono di insediarsi all'interno dei locali del negozio di libri, che verranno chiamati Miss Marple, la gatta, e Poirot il maschio. 

Sempre irascibile e pronto a litigare con ogni cliente che arriva con domande poco pertinenti, il nostro verrà aiutato a uscire dai guai da Patricia, una collaboratrice di origini eritree, molto giovane e molto paziente, che si incarica di sostituirlo con i clienti ogni volta che si renda necessario. Ma la parte più interessante del racconto è rappresentata dal gruppo di lettura che, a seguito della decadenza della vecchia animatrice, colpita dal morbo di Parkinson, si viene a ricostituire in forma di gruppo di indagine, parallela a quella giudiziaria e che finirà per aiutare la stessa polizia incaricata di indagare su alcuni brutali assassini. 

A proposito del quale, si tratta di qualcuno che, entrato nelle abitazioni delle vittime, le mette di fronte a scelte drammatiche, lasciando loro un solo minuto (il tempo del giro di clessidra) e finisce sempre per fare morti col suo passaggio. 

Interessante è il rapporto tra la poliziotta incaricata delle indagini, Angela Dimase, e il nostro libraio, da cui si dipanerà una parte importante delle intuizioni che porteranno alla soluzione della gravissima vicenda. Senza, ovviamente, spoilerare niente dei risultati cui perverranno i nostri, resta da dire che, ancora una volta, vengono in primo piano i temi della solitudine e dei dolori familiari, purtroppo diffusi ampiamente nella società contemporanea. Anche per questo è un libro, ben scritto, che merita di essere letto.

Renato Campinoti

03 giugno 2026

Susan Abulhawa: Ogni mattina a Jenin

 Un libro indispensabile per capire l'origine dei drammi odierni

Un libro che se non ci fosse stato, andrebbe scritto ora. La grande qualità della scrittrice è proprio quella di scrivere un romanzo che, attraverso la forma della saga familiare, porta il lettore a conoscere la radice dei drammi che il mondo d'oggi è costretto a vivere. Perchè se è vero che la prima vittima delle scelte operate nel dopoguerra, con la decisione di permettere la creazione dello Stato d'Israle, è il popolo Palestinese, lo sviluppo del racconto ci ci fa vedere come gli stessi israeliani finiscano per rimanere impigliati in una trama di guerre e di violenze da cui, soprattutto oggi, non sanno loro stessi come uscirne. Si capisce così perchè, dopo che si è consumato l'attentato del 7 Ottobre 2024 e l'inarrestabile carneficina di Gaza da parte dell'esercito di Israele, nessuno sembra più in grado di uscire dalla logica della guerra continua ed è scomparsa anche sola l'astratta pronuncia dell'idea di una pacificazione attraverso la creazione di due Stati. Ma veniamo alle caratteristiche proprie del romanzo, per spiegare il quale mi sono avvalso dell'AI.

*Ogni mattina a Jenin* di Susan Abulhawa è un romanzo storico/familiare uscito nel 2006. È stato tradotto in 30 lingue e ha fatto discutere tanto perché racconta la Nakba e i decenni successivi dal punto di vista di una famiglia palestinese. Non è un saggio politico: è una saga che parte dal 1948 e arriva al 2002.
Di cosa parla
Segui 4 generazioni della famiglia Abulheja, da Ein Hod, villaggio vicino a Haifa, fino al campo profughi di Jenin.
Protagonista centrale è *Amal*, nata nel campo dopo che la famiglia viene cacciata dalla sua terra. La storia alterna la sua voce da adulta con capitoli su sua madre Dalia, sua sorella Ismael rapito da bambina, suo fratello Yousef, sua zia Khadija.
È una storia di perdita, esilio, guerra, ma anche di vita quotidiana: matrimoni, figli, scuola, odio, amore.
Perché colpisce
1. *Ti fa entrare in una storia che di solito leggi solo sui giornali*. Abulhawa non ti spiega la politica. Ti mostra la colazione di una famiglia, il giardino di ulivi, la casa con le chiavi ancora in mano, e poi il momento in cui devi scappare. Il dolore diventa concreto, non astratto.
2. *I personaggi sono vivi, non simboli*. Amal è rabbiosa e confusa, Yousef è testardo, Dalia è fragile. Litigano, sbagliano, si amano. Non sono “i palestinesi”, sono persone.
3. *La scrittura è diretta e cinematografica*. Frasi corte, scene forti, poco lirismo inutile. Si legge veloce anche se tratta temi pesanti.
I punti più forti
- *L’esilio del 1948*: il capitolo in cui la famiglia fugge da Ein Hod è devastante. La madre che porta solo le chiavi di casa pensando di tornare “domani mattina”. Da lì nasce il titolo.
- *La vita nel campo profughi di Jenin*: Abulhawa ci è nata. Descrive la polvere, il fango, la dignità e la rabbia che crescono insieme. Non romanticizza la povertà.
- *Il tema dell’identità*: Amal nasce apolide, cresce tra libri e odio, e per tutta la vita si chiede “chi sono io se non ho una terra?”. È il cuore del libro.
I limiti
1. *Parte un po’ melodrammatica*. Le prime 100 pagine hanno toni da feuilleton: amori, tradimenti, il bambino rapito. Alcuni lettori lo trovano troppo “telenovela”. Poi il tono si fa più maturo e politico.
2. *È di parte, chiaramente*. Abulhawa non cerca il “bilanciamento”. Racconta la sua verità, quella dei profughi.
3. *Alcune parti storiche sono romanzate*. È finzione, non saggio. I fatti storici di base ci sono, ma i dialoghi e i dettagli sono inventati.
Temi centrali
- *Esilio e memoria*: le chiavi, la terra, il nome del villaggio. Come si vive quando “casa” è solo un ricordo.
- *Violenza che si trasmette*: da una generazione all’altra. Figli che nascono già arrabbiati.
- *Donne e guerra*: Amal, Dalia, Khadija. Le donne tengono in piedi la famiglia mentre gli uomini fanno la guerra o scappano.
- *Colonialismo e perdita*: non solo di terra, ma di lingua, dignità, futuro.
Voto: 8/10

Non è letteratura alta alla Flaubert. È un romanzo popolare, ma necessario. Ti prende allo stomaco e ti fa capire perché “il conflitto” non è una mappa con frecce, è la storia di famiglie come la tua.
*Leggilo se*: vuoi capire la Nakba dal punto di vista umano, ti piacciono le saghe familiari tipo _Il cacciatore di aquiloni_, vuoi una storia che ti fa arrabbiare e piangere.
*Nota*: In Israele il libro è stato inizialmente censurato e ritirato. Questo ti dice già molto su quanto dà fastidio.

Ogni mattina a Jenin salta avanti di decenni e ha tanti personaggi, quindi è facile perdersi. Faccio lo schema per generazioni, come un albero genealogico + funzione narrativa.
Generazione 1: Quelli della terra - Ein Hod, 19481. Hassan Abulheja - Il patriarca
Contadino di ulivi, testardo, legato alla terra. Muore difendendo il villaggio nel ’48.
Funzione: Rappresenta il legame con la Palestina pre-Nakba. La sua morte = fine del mondo vecchio.2. Dalia Abulheja - La madre
Sposa Hassan giovanissima, ingenua. Dopo la fuga tiene strette le chiavi di casa e il vestito da sposa, convinta di tornare “domani mattina”.
Funzione: La madre che non si riprende mai dall’esilio. Il suo dolore passa ai figli. È la memoria del trauma.3. Zio Mahmoud - Il fratello di Hassan
Saggio, legge libri, crede nell’istruzione. È la coscienza morale della famiglia.
Funzione: La voce della ragione e della cultura in mezzo al caos.
Generazione 2: I figli dell’esilio - Nati tra ’48 e ’67. Ismael Abulheja - Il primogenito rapito
Ha 5 anni quando l’esercito israeliano lo porta via dal villaggio. Cresce come “David” in una famiglia ebrea.
Funzione: È la lacerazione assoluta. Stessa persona, due identità, due schieramenti. È il ponte più doloroso del romanzo.5. Yousef Abulheja - Il fratello minore di Amal
Nato nel campo, orgoglioso, impulsivo. Entra nella resistenza dopo la morte del padre.
Funzione: La rabbia della seconda generazione. Quello che non ha mai visto la terra, ma è pronto a morire per lei.6. Khadija Abulheja - La zia
Sorella di Hassan. Donna forte, pratica, tiene unita la famiglia nel campo.
Funzione: La madre di tutti. È lei che cucina, cura, sgrida. Rappresenta la resilienza quotidiana.
Generazione 3: La protagonista - Nata nel campo7. Amal Abulheja - La narratrice
Nasce nel campo profughi di Jenin nel 1957. Studia, legge, si innamora, parte per gli USA, torna. Porta avanti tutta la storia con la sua voce da adulta.
Funzione: È il “noi” del romanzo. Gli occhi del lettore. Attraverso di lei vedi 50 anni di storia palestinese: Naksa del ’67, Libano, Intifada, Oslo, Jenin 2002.8. Kamal - Il marito di Amal
Palestinese-americano che sposa a Boston. Più moderato di lei.
Funzione: Il confronto tra esilio in Occidente e esilio nel campo. L’amore che cerca di stare in piedi tra due mondi.
Generazione 4: Il futuro9. Sara e Nur - Le figlie di Amal
Nascono negli USA ma con identità divisa. Sara è più integrata, Nur più ribelle e legata alla causa.
Funzione: La domanda finale del libro: cosa significa essere palestinese se sei nato lontano dalla terra? La storia continua .
Personaggi “specchio” fuori dalla famiglia
10. David/Ismael - Lo stesso Ismael, ma versione israeliana
Cresce soldato, non sa di essere palestinese. Quando lo scopre va in crisi totale.
Funzione: Abulhawa lo usa per dire: il conflitto spacca le persone a metà. Non ci sono solo “vittime” e “carnefici”, ci sono vite rubate da entrambe le parti.

Renato Campinoti con AI

26 maggio 2026

Gustave Flaubert: Madame Bovary

 Il romanzo dell'insoddisfazione della donna nel ruolo di moglie

Mi ha fatto venire in mente "Anna Karenina" di Tolstoy che, dall'insoddisfazione del proprio ruolo nell'aristocrazia russa, si trasferisce a Emma nella piccola borghesia di provincia in Francia. Sono molte le impressioni che continua a suscitare un romanzo di questa natura, un classico per la letteratura sulla donna nell'era moderna. Mi sono avvalso anche della IA per dare una ripassata alla trama per i lettori e alcuni giudizi di carattere oggettivo che metto di seguito.
Madame Bovary di Gustave Flaubert è il romanzo che ha inventato il realismo moderno. Uscito nel 1857, ha fatto scandalo per “immoralità” e Flaubert finì pure a processo. Oggi sembra innocuo, ma ti fa male in un altro modo: ti mostra come ci si rovina la vita da soli.
Di cosa parla, senza spoiler grossi-
Emma Rouault sposa Charles Bovary, un medico di provincia bravo ma noioso. Lei ha letto troppi romanzi d’amore, si annoia, vuole “la vita vera” fatta di lusso, passione, Parigi. Così si inventa un’esistenza diversa attraverso due amanti, i debiti e l’ostentazione. Finisce male. Non per colpa del destino, ma perché Emma confonde il desiderio con la realtà.
Perché funziona ancora nel 2025
Emma è il primo personaggio moderno insoddisfatto. Non è cattiva, non è stupida. È vittima della sua immaginazione. Oggi la chiameremmo “consumatrice di estetica Instagram”: vuole la vita come si vede nei romanzi, non come è.
Flaubert non giudica. Non c’è un narratore che ti dice “Emma è una sciocca”. Ti mostra le scene, i dialoghi banali, i dettagli sgradevoli e ti lascia trarre le conclusioni. È fastidioso e onesto.
Lo stile è chirurgico. Flaubert riscriveva ogni frase 20 volte. Il risultato è una prosa che sembra semplice ma è perfetta. Ogni dettaglio inutile è stato tagliato. Per questo il libro non invecchia: non c’è retorica, solo osservazione.
I punti alti
Il ballo al castello di La Vaubyessard: Emma assaggia per 5 ore la vita che sogna. Flaubert descrive odori, musica, vestiti fino a farti sentire il profumo e poi ti ributta nel fango di Yonville. Contrasto brutale.
Le scene con Léon e Rodolphe: non c’è passione epica, c’è seduzione mediocre, bugie, noia. È realistico in modo scomodo.
Il finale: senza dire altro, è uno dei finali più lucidi sulla banalità del male e dell’autodistruzione.
I difetti, se così si possono chiamare
È lento. Le prime 100 pagine sono descrizioni di paese, chiacchiere da provincia, Charles che è insopportabile. Se cerchi ritmo da thriller molli qui.
E Charles: è così passivo che ti viene voglia di scuoterlo. Ma è voluto. Flaubert vuole mostrarti la mediocrità totale.

Temi centrali
Romanticismo vs realtà: Emma muore perché non accetta che la vita non sia un romanzo.
Borghesia e noia: Yonville è l’Italia di provincia, la Francia di provincia, qualunque posto dove “non succede mai niente”.
Sguardo femminile: per il 1857 è rivoluzionario. Flaubert entra nella testa di una donna con una precisione che pochi autori uomini hanno mai raggiunto.
Voto: 9/10
È scomodo, preciso, senza pietà. Non ti fa amare Emma, ti fa capire come si diventa Emma. E questo è peggio.
Leggilo se: ti piace Dostoevskij, Elena Ferrante, o ti interessa come nasce l’insoddisfazione moderna.
Non leggerlo se: vuoi una storia d’amore romantica. Non lo è. È l’autopsia di un’illusione d’amore.

In Madame Bovary i personaggi secondari non fanno da contorno: sono il meccanismo che tiene prigioniera Emma. Flaubert li usa per mostrare come la provincia costruisce la sua gabbia.

Ecco i 5 che contano davvero:
Charles Bovary - Il marito
Medico mediocre, buono, goffo, innamorato ciecamente. È il simbolo della mediocrità contenta.
Non capisce mai cosa vuole Emma, non perché sia cattivo, ma perché non ha gli strumenti per immaginarlo. Dopo la morte di lei diventa patetico, ma è patetico dall’inizio.
Funzione: rappresenta la vita “normale” che Emma rifiuta. Flaubert lo descrive con una pietà crudele.
Léon Dupuis - Il primo amante
Impacciato, sognatore, timido. Lavora in uno studio legale a Yonville. È giovane, legge i tuoi stessi romanzi, ti fa sentire meno sola.
La loro storia inizia a fuoco lento e muore per timidezza e mancanza di soldi. Poi ritorna alla fine, più sicuro di sé, e la rovina.
Funzione: l’amore “letterario”. Con lui Emma recita la parte della protagonista romantica. È vuoto, ma lei non se ne accorge.
Rodolphe Boulanger - Il secondo amante
Proprietario terriero, 34 anni, cinico, esperto di donne. Non cerca l’amore, cerca il divertimento. Seduce Emma con frasi fatte e passeggiate nei boschi.
Quando si annoia, la lascia con una lettera che è diventata famosa per la sua banalità crudele.
Funzione: l’illusione della passione. Con lui Emma capisce che anche “l’avventura” è noiosa se sei tu il problema.
Homais - Il farmacista
Il borghese perfetto dell’800. Volubile, vanitoso, anticlericale, progressista a chiacchiere. Parla di scienza, politica, igiene, ma è solo presuntuoso.
È ossessionato dall’apparire moderno e dal farsi notare. Diventa consigliere comunale, vince premi, scrive sul giornale locale.
Funzione: la voce della provincia che si crede illuminata. È comico e odioso, e Flaubert lo odia apertamente. È l’antitesi di Emma: lei vuole fuggire dalla realtà, lui la banalizza per farci carriera.
M. Lheureux - L’usuraio
Mercante di stoffe e tutto il resto. Gentile, sorridente, paziente. È lui che fornisce a Emma le stoffe, i mobili, i prestiti per mantenere l’illusione del lusso.
Non alza mai la voce. Aspetta. E quando è il momento, ti strozza con gli interessi.
Funzione: il capitalismo predatorio in forma umana. È il vero motore della tragedia. Senza di lui Emma non potrebbe indebitarsi fino alla rovina.
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Come usarli per leggere il libro meglio
Pensa a Yonville come a un sistema chiuso:
Charles = la gabbia legale
Homais = la gabbia ideologica, il chiacchiericcio
Léon e Rodolphe = le vie di fuga illusorie
Lheureux = il conto che arriva alla fine

Nessuno di loro è “cattivo” nel senso melodrammatico. Sono normali, e proprio per questo sono pericolosi. Flaubert dice: non ti rovina un mostro. Ti rovina la gente che incontri tutti i giorni.

Renato Campinoti con la collaborazione di AI

23 maggio 2026

Philip K. Dick: Ubik

Genere: Sci-fi psicologica / metafisica Pagine: ∼200. Denso, non lungo.

Trama
Anno 1992. Il mondo è metà cyberpunk metà anni '60. La tecnologia permette di “ibernare” i morti in stato di animazione sospesa, e di comunicare con loro tramite “telepatia a pagamento”. Le corporation usano telepati e anti-telepati per spiare la concorrenza.

Glen Runciter dirige una di queste agenzie anti-telepatiche. Durante una missione su Luna, lui e la sua squadra restano coinvolti in un’esplosione. Runciter muore e viene ibernato. Ma da quel momento oggetti, persone, messaggi cominciano a regredire nel tempo. Sigarette diventano senza filtro, l’ascensore diventa a fune, il 1992 scivola indietro verso il 1939.

E qualcuno lascia messaggi che dicono: “Usa Ubik”. Ubik è un prodotto spray misterioso che sembra fermare la regressione.

Da qui il romanzo diventa una caccia: chi è morto? Chi è vivo? Chi sta sognando chi?

I temi centrali - il Dick-pensiero al 100%

a. La realtà è solida?
Dick non fa il gioco del “tutto era un sogno”. La domanda è peggiore: e se la realtà fosse una cosa che si consuma, si logora, come un oggetto di plastica lasciato al sole? In Ubik il mondo si “desincronizza”. È la sua ossessione perenne: la realtà come consenso fragile.

b. Morte e comunicazione
L’ibernazione “moratorium” permette di parlare con i morti. Ma chi parla? Il morto, o un’eco? Dick mette in scena il terrore borghese americano degli anni ‘60: la morte non è più definitiva, ma diventa un servizio a consumo. Macabro e comico insieme.

c. Il tempo che va al contrario
Non è viaggio nel tempo. È entropia. Tutto invecchia, si consuma, torna a uno stato primitivo. È l’ansia del capitalismo che produce e consuma. Le marche diventano anni ‘30, i prodotti spariscono. Dick, che era sempre al verde, mette in scena il panico di perdere anche l’oggetto più banale.

d. Dio, o il suo sostituto
Ubik è un prodotto commerciale, ma funziona come un dio personale. Ti parla, ti salva, è onnipresente. Dick era affascinato da questo: in un mondo senza Dio, il mercato crea i suoi feticci. Il nome “Ubik” viene dal latino ubique = ovunque.

Perché funziona e perché è difficile
Cosa funziona alla grande:
Ritmo claustrofobico: Dopo 50 pagine non capisci più nulla, e questo è voluto. La regressione del mondo ti trascina giù anche come lettore. È ansia pura.
Dialoghi cinici e veloci: Dick scrive come se i personaggi fossero sempre in ritardo su qualcosa. Zero fronzoli.
Finale a scatole cinesi: Non te lo rovino. Ma è uno dei finali che ti fa tornare indietro a rileggere tutto con occhi diversi. E non c’è una “soluzione” unica.

Cosa può infastidire:
È ambiguo di proposito: Se vuoi risposte nette, ti arrabbi. Dick non le dà. Vuole che esci dal libro con la stessa incertezza dei personaggi.
Il tono: Passa dal noir al surreale al pubblicitario in 2 pagine. Alcuni lo trovano geniale, altri fastidioso.
Tecnologia datata: Il 1992 di Dick è pieno di telefoni a gettoni e macchine volanti. Ignoralo. Non è il punto.

Il verdetto
Ubik è il libro di Dick più “perfetto” come meccanismo. Do Androids Dream of Electric Sheep? è più famoso, ma Ubik è più compatto e maligno. È una parabola sul consumo, sulla morte e sul dubbio: se la realtà si rompe, cosa ti tiene insieme?

Voto: 9/10 se reggi l’ambiguità. 6/10 se vuoi un finale spiegato bene.

Extra curioso: Dick disse che Ubik gli venne in sogno, con un dio-commerciale che gli parlava. E sulle prime edizioni c’era scritto: “UBIK: non puoi vivere senza”. Marketing profetico.

Recensione con AI

13 maggio 2026

Marco Rodi: Vespucci nel mirino. Le indagini del Commissario Attenti

Una trama robusta, lontana da Livorno ma con la città sempre presente

Dico subito che, essendo il primo libro della serie del Commissario Attenti di Marco Rodi che leggo, ne sono stato colpito molto favorevolmente. Forse perchè, questa volta, l'autore colloca le vicende molto lontano dalla sua Livorno, l'ottimo risultato che riesce ad ottenere mi ha fatto venire in mente una frase che mi ha colpito a suo tempo del fiorentino Vasco Pratolini quando, ne "La costanza della ragione" fa dire a Bruno, il giovane protagonista: "Mio padre diceva sempre che si va per il mondo passando dall'orto di casa. Che se non sai zappare il tuo, non imparerai mai a conoscere la terra degli altri". 
Mi pare, infatti, che questo riesca a fare in questo avvincente romanzo giallo l'amico Rodi: spedire a Manila, a risolvere un caso di notevole spessore, addirittura internazionale, un Commissario che il suo orto lo ha saputo coltivare benissimo e che, proprio per questo, intreccia le vicende di quel Paese lontano, col richiamo continuo alla sua città e alla sua esperienza. 
E rimarrà così tanto legato alla sua città che, alla fine delle intense vicende che l'autore ci racconta si svolsero a Manila, ritornato alla sua Baracchina Bianca di Livorno, "perchè ad Attilio il suo mare sembrasse più bello di quello di Manila, non seppe spiegarselo". 
Ma Livorno, i suoi sapori, il suo cacciucco, i suoi modi di dire ritorneranno continuamente, quasi che Rodi voglia scusarsi per aver allontanato momentaneamente la trama del suo romanzo dalla sua città e dai suoi lettori più amati. Comunque anche l'allontanamento è molto relativo dato che è, appunto, sulla Vespucci che si svolge gran parte del racconto e della Vespucci si parla più volte come del possibile bersaglio a seguito cattura e della scomparsa del giovane allievo Rinaldo Giannetti. 
Lo stesso Commissario Attenti sarà costretto a salire in cima alla coffa del famoso veliero per dare un'attenta occhiata a cosa si muove nei dintorni della nave, costretta a rimanere all'ancora più del previsto. 
Senza dire molto di più di una trama che Rodi sviluppa, da bravo giallista, con continui colpi di scena, sono comunque da rimarcare alcuni aspetti. Anzitutto la capacità di Attenti e del collega capitano di corvetta Matias Martini, inviati su sollecitazione del Ministero sul posto, di entrare in una positiva collaborazione con la polizia locale, affiancando (ma forse indirizzando nelle indagini) il commissario di polizia locale Dezon Rogelio. 
Nonostante una marcata differenza di atteggiamento ("L'ufficio di Dizon...si affacciava su una strada polverosa e lontana a sufficienza dal caos del porto per permettergli di ignorare quello che vi succedeva"), come pure un rapporto con gli indiziati con sistemi discutibili ("I suoi uomini avrebbero strappato la pelle a quel bastardo senza alcun problema"), i due poliziotti italiani riusciranno a spingere il collega filippino ad un grosso e rischioso lavoro di indagine e, soprattutto, di azione, che finirà per produrre i suoi frutti. 
Altrettanto notevole è il ruolo che i due colleghi sapranno far svolgere ad Akemi, una affascinante e ricca prostituita che contribuirà non poco a favorire la ricerca della giusta strada delle indagini. Molto interessante la confessione della donna sui suoi trascorsi di giovinetta poverissima, vittima di atti di vera e propria pedofilia, che Rodi sa raccontarci in maniera assolutamente veritieria e drammatica, facendoci ricordare che quella del patriarcato e della violenza familiare è, purtroppo, un male che riguarda anche le nostre, opulente, società occidentali. 
Da segnalare ancora il particolare rapporto che il Commissario Attenti costruirà con Lavinia, la fidanzata di Giannetti, l'allievo rapito, con la quale sembra condividere al tempo stesso, tutta la preoccupazione di non riuscire a ritrovare vivo il giovane allievo e, contemporaneamente, la reciproca empatia per un analogo senso del dovere verso le loro pur differenti responsabilità. 
Tutto questo (e molto altro che non si può svelare: per esempio, chi è quel giovane Carlo che ha inventato un giochino chiamato Black Mirror?) per dire che della capacità dell'autore di inserire in una pur ben congegnata e robusta trama di giallo autentico, vicende e questioni che fanno del giallo stesso uno strumento di conoscenza di molte delle vicende che possono accadere ogni giorni nelle nostre realtà. 
Nel più autentico filone che da Simenon ci porta ai più bravi giallisti come De Giovanni, Manzini e tanti altri dei giorni nostri. Non resta, infine, che sottolineare il continuo crescendo del ritmo e degli sviluppi della trama del racconto mano a mano che si avvicina la conclusione del racconto, che ci tengono incollati alle pagine fine alla conclusione. E ci fanno pensare perchè questo racconto, forse un poco sfrondato da qualcuno dei richiami livornesi, non sia attratto, come merita, da case editrici maggiori in grado di garantire ad opere come questa lo sviluppo commerciale (e di lettura) che meritano.

(a.l.a Libri)

Renato Campinoti

04 maggio 2026

Emmanuel Carrère: I baffi (ADELPHI)

Emmanuel Carrèr: I Baffi
Una lezione di vita che ci riguarda ancora oggi

Ci vuole poco ad un grande narratore come Carrère per trasformare una apparente banalità come il taglio dei baffi da parte del protagonista per fare una sorpresa ad Agnès, sua moglie, in una vicenda che, dal grottesco, si trasforma a poco a poco in un vero e proprio dramma umano. Si, perchè potrebbe succedere a chiunque se, una volta cambiato qualcosa nei vostri connotati, non solo non se ne accorgesse vostra moglie (o marito), ma la cerchia degli amici intimi o collaboratori vi dicesse che così come state, senza baffi in questo caso, è la vostra normalità di sempre. Il dramma comincia piano tra il protagonista e la moglie, con la quale esisteva un rapporto apparentemente di ferro. 
Così, quando Agnès nega di vedere qualcosa di nuovo nel momento in cui il marito le mostra la faccia senza baffi, l'uomo "detestava essere arrabbiato con Agnès, avrebbe voluto amarla senza reticenze, per quanto brevi e passeggere esse fossero". Ma ci vorrà poco per passare da un tono tutto sommato conciliante ad una fase di gravi sospetti sull'atteggiamento complessivo della moglie: "Temette anche di potersi chiedere, prima o poi, se quella notte non l'avesse amato, rassicurato, stretto a sé per ingannare la sua diffidenza". 
Di qui in avanti è un crescendo di sospetti e di riflessi negativi sull'umore e la psiche dell'uomo, fino a immaginare un vero e proprio inganno di tutti, moglie, amici, semplici conoscenti che, quando gli consiglieranno una visita psichiatrica, lo porta all'esasperazione più bieca, convinto "che non si trattasse di uno scherzo... ma di qualcosa di molto più grave... un piano ordito contro di lui, volto a farlo impazzire, a spingerlo al suicidio o a farlo rinchiudere in una cella imbottita". 
D'ora in poi l'uomo, sentendosi accerchiato, comincia a pensare che l'unica risposta a questa macchinazione sia la fuga, il più lontano possibile. Ed è ciò che progetterà nei dettagli, anche se la meta appare più frutto di una combinazione di fattori che cercata. Che tuttavia non credo sia casuale nella logica dello scrittore, la Hong Kong dove convivono mille razze e mille idiomi, senza una possibile, decente socialità e dove ciascuno è più che mai messo di fronte solo a sè stesso. 
Lasciando al lettore il seguito delle macchinazioni e dei risvolti di questa insensatezza da cui l'uomo è ormai colpito, ci basta dire che il romanzo ebbe un meritato riscontro alla sua pubblicazione, forse perchè toccava un nervo scoperto dell'apparente sviluppo senza limiti del mondo occidentale: la fragilità dell'essere umano e la sua difficoltà a riconoscere la linea di demarcazione tra la ragione e la follia. 
Il lettore di quel tempo, insomma, avvertiva come, di fronte alla crisi delle grandi ideologie, al predominio degli indici di sviluppo e delle nuove conquiste della tecnologia, ciò che rimaneva indietro era lui, come essere indifeso di fronte alla ricerca di una nuova ragione e a cui, proprio in quel periodo, veniva indicata la via della psichiatria come ancora di salvezza per la soluzione dei propri dubbi e delle proprie incertezze. 
La follia, sembra ancora oggi dirci Carrère, è dietro l'angolo di ciascuno di noi. Attenzione alla ricerca di troppe certezze, come pure a voler immaginare che gli altri possano pensare e comportarsi come noi desideriamo. Una bella lezione di scrittura e di vita.

Renato Campinoti

24 aprile 2026

Pierre Martin: Madame le commissaire e la vendetta tardiva (Neri Pozza)


Un giallo denso di valori positivi che accentuano la gravità del crimine

"Ma la cosa peggiore per quel vecchio macho, era che tanta impertinenza proveniva da una donna". Di frasi e concetti di questo genere, il piacevole libro di Pierre Martin (pseudonimo di un autore tedesco!) è pieno dall'inizio alla fine. Questo per dire che uno degli aspetti che percorrono tutta la trama di questa puntata del personaggio femminile che questo seguitissimo autore d'oltralpe ha collocato nel sud della Francia, è proprio la condanna della cultura patriarcale tipica delle zone "interne" anche dei grandi paesi europei. E a questo si affianca, inevitabilmente, la valorizzazione, verrebbe da dire la superiorità morale e culturale, delle donne sugli uomini. Forse sta anche in questo, il suo sano e puntuale elogio delle doti femminili, non privo naturalmente di una visione ironica sui difetti del sesso "debole", che hanno decretato un enorme successo alla serie su cui l'autore ha costruito il suo successo, come scrittore prima, come autore cinematografico in seguito. 
Peccato che da noi di questi autori si conosca solo quello che ci permettono alcune case autrici minori, che hanno il merito di tradurli e metterli sul nostro mercato. Naturalmente questo dell'apprezzamento del genere femminile non è l'unico merito di questo libro. C'è la forza, pur nella modestia apparente, del personaggio femminile, Isabelle Bonnet, da tutti chiamata con l'appellativo di Madame le Commissaire, affiancata da un altro improbabile sous-commissaire Apollinaire, apparentemente goffo ed eccentrico, allampanato, sempre spettinato, col vizio di portare sempre calzini di colore diverso (il giallo e il rosso più frequentemente). 
Già qui, nell'intuizione di Isabelle di saper cogliere le notevoli doti professionali di un tipo che era stato relegato a topo di biblioteca (dove si annoiava a morte), per farne un validissimo collaboratore, emerge un'altra delle qualità di questa poliziotta che, per chi vorrà leggersi il divertente e intrigante romanzo, mostrerà, anche nelle circostanze più complesse e difficili, di quale stoffa è fatta. 
L'intuizione principale dell'autore è quella di aver preso una poliziotta in carriera, ai vertici della polizia impegnata contro i criminali più pericolosi, compreso il mondo delle mafie e del terrorismo, nella Parigi di questi ultimi decenni, e averla collocata nella provincia del sud francese, in un paesino dal nome stesso evocativo, Fragolin, dove vivono le persone "normali" e dove la vita scorre ad un ritmo ben diverso dalla capitale. 
Sia chiaro, Isabelle a Fragolin, dove è nata più di trenta anni prima, ci va di sua spontanea volontà per fuggire a vicende che ne hanno messo a rischio la vita e la serenità, per ritrovare se stessa e la normalità di ogni giorno. Se lo può permettere perché il grande capo della polizia parigina non l'abbandona e costruisce per lei un commissariato apparentemente poco più che inutile, dedito ai crimini non risolti e accantonati nelle polveri degli archivi. L'autore è bravissimo nel descrive personaggi e modi di vivere di assoluta normalità nel paesino di Isabelle. Tuttavia, come è immaginabile, sta proprio qui la pensata geniale di questo strano autore tedesco: ridurre al minimo gli effetti negativi dell'ambiente, fino ad una serenità apparentemente inattaccabile, per esaltare le vicende drammatiche, soprattutto legate proprio alla cultura patriarcale, fino ad elementi di pedofilia, su cui Madame le Commissaire si troverà a incappare. 
Isabelle non si lascia ingannare dall'apparente normalità della gente del luogo, neppure da quelli che ogni domenica continuavano a frequentare la messa "Anche i peccatori vanno in chiesa, altrimenti non avrebbero nulla da confessare", farà sapere a chi pensava di difendere qualcuno per la sua frequentazione parrocchiale. 
Ed è, questa frase, emblematica di un suo arguto modo di affrontare le vicende. Sempre a proposito della sana cultura della nostra poliziotta, appare di particolare valore la sua comprensione, lei chiaramente etero e ben intrigata con una storia di amore e di sesso con un personaggio del luogo, verso coloro che praticano l'omosessualità per natura o per scelta. 
Chi vorrà leggere questo bellissimo romanzo, che riporta il genere giallo ai suoi esordi francesi, ai romanzi di Maigret di Simenon, dove la trama gialla è spesso un modo per indagare i vizi e le contraddizioni della società del tempo, saprà da solo verificarne le qualità sia letterarie che sociali.

Renato Campinoti

16 aprile 2026

Joe R. Lansdale: una stagione selvaggia (Einaudi)

 

Joe R. Lansdale: Una stagione selvaggia, un'indagine di Hap e Leonard


Con questo racconto Lansdale dà vita alla coppia più strana e particolare della letteratura americana. L'uno, Hap Collins, bianco, indolente, sempre sull'orlo dell'indigenza e della sfiga in tutti gli ambiti, compreso quello affettivo; l'altro Leonard Pine, nero, di stazza superiore alla media, omosessuale, privo di particolari ideali dopo l'esperienza del Vietnam. In questa prima avventura c'è tuttavia uno sfondo, vorrei dire valoriale, in cui soprattutto Hap viene inserito. Ed è quello dei valori degli anni sessanta quando c'era gente che voleva cambiare il mondo.  In breve, quando Hap viene raggiunto dalla sua ex, Trudy,  una bionda esplosiva che torna dal passato, che lo ha già fatto soffrire più volte con i suoi abbandoni, il nostro eroe non ci metterà  olto a farsi convincere a entrare in combutta con altri sfigati per recuperare un milione ddi dollari da un relitto nascosto nel fiume Sabine, frutto di un furto di dieci anni prima andato male. L'unica condizione che Hap pone è quella di coinvolgere Leonard, compresa la partecipazione alla spartizione del malloppo. Come succederà sempre, da ora in avanti,  con questa coppia, le cose diventeranno maledettamente più complicate di come potevano sembrare e gli stessi personaggi finiscono per cambiare il ruolo (buoni contro cattivi) che inizialmente ci facevano immaginare. Si arriverà così ad una vera e propria resa dei conti, con tanto di uccisioni, ferimenti e rischi vitali perfino per la nostra coppia di amici. I quali, ovviamente, se la caveranno anche se ammaccati, non fosse altro per dare continuità alla serie. La cosa interessante di tutto il racconto, come sempre ben scritto e con un ritmo coinvolgente, sta in questo farci immaginare, da parte dell'autore, che possano ancora sopravvivere (siamo all'inizio degli anni 90 del secolo scorso) i valori e gli ideali che negli anni sessanto hanno forgiato intere generazioni tuttora in circolazione. Quando Hap vorrà darsi una ragione per cui non è mai riuscito a negare un supporto e un coinvolgimento nelle vicende in cui lo ha più volte trascinato la bella Trudy, non potrà che darsi un'unica risposta: "Ancora una volta lei mi aveva mostrato un pò di cuore e di anima, e mi resi conto del perchè finivo sempre con il seguirla. Al di là di tutto, lei era convinta che le cose potevano migliorare. Che la vita non era solo un gioco...Con tutto quello che sapevo adesso, non avrei più potuto sentirmi come allora...Ma perdere il mio idealismo, smettere di credere nella capacità degli esseri umani di andare oltre i loro istinti primitivi, significava diventare vecchi, amareggiati e inutili per gli altri, perfino per me stesso." Alla fine di una storia a tratti cruenta e perfino pericolosa per la vita stessa dei protagonisti, questo grande scrittore texano ci riporta nel luogo a lui più caro: dove perfino una coppia di personaggi apparentemente perdenti nell'America di allora e di oggi, può stimolarci a non arrenderci ai brutti segnali di egoismo delle classi dirigenti e ai nuovi Vietnam che si riaccendono ai giorni nostri. Il fatto di farlo, da parte sua, con storie assurde e divertenti e con un ritmo di scrittura impressionante che ci costringe a terminare in poco tempo i suoi racconti, ci porta a dire che non si può che essere profonfodamente grati a Lansdale.

Renato Campinoti

11 aprile 2026

Roberto Mosi: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze (Angelo Pontecorboli editore)

Un pezzo di storia fiorentina troppo presto dimenticata

Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli; Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. 
Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno a Firenze, arriverà al suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. 
Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'Europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina. Dopo la Francia è quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei Napoleonidi". 
A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. 
Anzitutto fu lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e grandiosa Villa sui terreni prospicienti la chiesa di San Donato in polverosa, cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. 
La seconda ragione dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des Arts". 
Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sospendere la realizzazione di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della propria moglie ed anche dei ritratti di lei". 
Del carattere violento di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". 
Nonostante la prolungata sottomisione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che tuttavia aiutava il padre della sposa a uacire fuori dai tanti indebitamenti in cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non potè fare altro che fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con se molti gioelli della sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprederà l'arte pittorica e da Amelia Calani la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in "Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura della loro bellezza e della loro impudicizia". 
Naturale che, con una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar di Russia, per farsi annullare un tale matrimonio e ottenere la concessione di una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo salotto parigino. 
Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi, che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione ella famosa società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. 
Quando ormai aveva le vaalige pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana... che sta precipitando... nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge massoniche". 
Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour, passa ad elogiare se stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il frutto dell'eredità paterna. A proposito delle opere caritatevoli, come la creazione di case per fanciulli in difficoltà o altro, viene da pensare che, pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più altisonante il nome della famiglia Demidoff, in linea con i banchetti favolosi, dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". 
É vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di scavo nella memoria e nella storia fiorenitna, il bravissimo ancora una volta Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di memorie, sia... da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare,... con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro rapporto con la cultura del popolo russo".

Renato Campinoti






04 aprile 2026

Emiliano Dominici: Gli anni incerti, Canzone di fine millennio

Emiliano Dominici: Gli anni incerti
Quando la voglia di cambiamento resiste alle follie del mondo e alla crisi delle famiglie

Nati tutti e tre lo stesso giorno e anno, il 22 giugno del 1969, i protagonisti principali di questo bello e robusto romanzo, Jerry, Giulia e Guido, ma in tre luoghi diversi (Jerry concepito durante il megaconcerto di Woodstock a Bethel, New York, Guido a Livorno come pure Giulia ma nata ad Assisi), finiranno per costruire un rapporto fortissimo tra tutti e tre che resisterà alle tante e complesse vicende del loro periodo di crescita. 
In questo senso si può parlare di un particolare romanzo di formazione di questi tre giovani, con l'attenzione puntata al contesto, tutt'altro che scontato e alla realtà livornese in particolare. 
Devo dire subito che ciò che mi ha più colpito e affascinato di questo romanzo è la capacità dell'autore di intrecciare le fasi di crescita e di maturazione dei protagonisti (che poi non sono solo i tre amici) sia con gli accadimenti esterni (dallo sbarco sulla luna, alle stragi fasciste a cominciare da piazza Fontana, al terrorismo, agli scioperi nelle grandi fabbriche, fino ai mondiali di calcio, quando l'Italia li giocava!) che con le vicende familiari complicate (non mancano neppure alcune forme di violenza familiare: "Vittorio non la fa finire. Le da uno schiaffio violento che la scaraventa sul divano"), dove i diversi attori, donne e maschi che siano, cercano ciascuno di affrontare a modo suo i cambiamenti nella mentalità e nella concreta vicenda delle famiglie, a contatto con la maturazione della coscienza femminile, che porta anche all'abbandono di qualche marito legato ai vecchi schemi e ad una ricerca di indipendenza da parte dei figli. 
In questo contesto appare rilevante e affascinante il protagonismo che l'autore porta in evidenza della città di Livorno, una delle città toscane che, da fiorentino, mi ha sempre affascinato per questa sua storia e cultura di apertura al mondo esterno e alle novità che arrivano dal mare e non solo. 
Da qui anche lo spirito ribelle e poco disposto alle regole più convenzionali con cui anche i nostri protagonisti affrontano i casi della loro vita. Lo ritroviamo, questo spirito ribelle, alla Cigna, a Corea, nelle scuole dove incontriamo i ragazzi e le ragazze di quei quartieri popolari. 
Ma di Livorno c'è tanto, ci sono i Bagni Bajani, ci sono gli americani che a Camp Derby nascondono di sicuro, secondo i livornesi, chissà quali armi pronte a intervenire contro di loro. Ma c'è anche la Madonna di Montenero. Molto bella, la pagina in cui "Giulia è rimasta ipnotizzata da tutti quei disegni infantili, dagli indumenti macchiati di sangue, dai pezzi di lamiera delle macchine, dai messaggi di ringraziamento che le persone hanno appeso alle pareti". 
È proprio in quel luogo che si tocca con mano quella visione della fede di stampo tipicamente popolare dove Dio è una sorta di "tappabuchi" (la definizione è del teologo tedesco Bonhoeffer) in grado di intervenire in sostituzione della responsabilità dell'uomo. 
Mi piace sottolineare infine, i vari registri con cui l'autore ci fa vivere le diverse fasi di questo non poco impegnativo romanzo. Si passa, per limitarmi a pochi esempi, da stati d'animo di grande tristezza e commozione, come quando Giulia e il padre rievocano, con lo sguardo, la scomparsa della moglie e madre: "Nello scambio di sguardi passa un lampo di comprensione assoluta, come due persone che siano sopravvissute ad una stessa disgrazia, gli unici superstiti di un naufragio" , a momenti di grande felicità e pienezza. "Giulia col suo modo delicato di strofinarsi gli occhi, Jerry dando uno scatto secco con la testa per togliersi i capelli dalla fronte. A Guido per un momento sembra di vivere in un mondo perfetto". 
Il tempo passa, i giovani protagonisti attraversano momenti felici come di grande disperazione. Lascio al lettore lo scorrere inesorabile delle pagine che, anche col ritmo incalzante che l'autore sa dare alla scrittura, ci rendono difficile il necessario distacco per il riposo notturno. Un'ultima annotazione mi pare indispensabile. Passano alcuni anni, ma si va poco oltre gli anni novanta. I tre amici hanno assecondato in vario modo i loro talenti. Giulia nell'insegnamento, Jerry nella chimica, Guido nella pittura. Ma non viene meno in nessuno dei tre lo spirito ribelle e non si accontentano dell'accettazione passiva delle cose. "Se prima avevano il desiderio di cambiare il mondo, ora sentono di averne il dovere"
Siamo alla fine, è il luglio del 2001, a Genova c'è il G8. I tre amici sono diretti da quelle parti, verso Nervi, alla scuola Diaz dove c'è la sede del Genoa Social Forum. E non si sa se questa è la fine del romanzo o l'inizio del racconto di nuove vicende. 
Anche per questo dispiace chiudere questo interessante libro di Dominici.

Renato Campinoti