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11 aprile 2026

Roberto Mosi: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze (Angelo Pontecorboli editore)

 

Roberto Mosi: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze

Un pezzo di storia fiorentina troppo presto dimenticata

Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli; Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno   a Firenze, arriverà al suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina. Dopo la Francia è quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei Napoleonidi". A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. Anzitutto fu lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e grandiosa Villa sui terreni prospicenti la chiesa di San Donato in polverosa, cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. La seconda ragione dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des Arts". Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sopendere la realizzazione di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della propria moglie ed anche dei ritratti di lei". Del carattere violento di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". Nonostante la prolungata sottomisione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che tuttavia aiutava il padre della sposa a uacire fuori dai tanti indebitamenti in cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non potè fare altro che fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con se molti gioelli della sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprederà l'arte pittorica e da Amelia Calani la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in "Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura della loro bellezza e della loro impudicizia". Naturale che, con una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar di Russia, per farsi annullare un tale matrimonioe e ottenere la concessione di una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo salotto parigino. Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi, che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione ella famosa società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. Quando ormai aveva le vaalige pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana...che sta precipitando...nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge massoniche". Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour, passa ad elogiare se stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il frutto dell'eredità paterna. A proposito delle mopere caritatevoli, come la creazione di case per fanciulli in difficoltà o latro, viene da pensare che, pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più altisonante il nome della famiglia Demidoff, in line acon i banchetti favolosi, dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". É vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di scavo nella memoria e nella storia fiorenina, il bravissimo ancora una volta Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di memorie, sia...da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare,...con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro rapporto con la cultura del popolo russo".

Renato Campinoti






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