Pagine

20 settembre 2026

Grazia Deledda: Canne al vento (Mondadori)



Grazia Deledda: Canne al vento

"un luogo di penitenza: il mondo"

 Scritto negli anni venti del "secolo breve", il romanzo risente delle profonde contraddizioni di un tempo ancora segnato dalle vecchie gerarchie tra nobili e popolani, ma dove comincia a farsi strada una idea nuova e nuove esperienze di vita. Il romanzo presenta più registri in cui si fa leggere. Il princiale è quello reso esplicito più volte ("Siamo proprio come canne al vento...siamo come canne e la sorte è il  vento", come dirà il servo Efix di ritorno da un lungo vagabondare), dove predominante è il carattere precario ed esposto al "vento" dei cambiamenti che domina tutta l'atmosfera e gli stessi fatti del racconto. Chi non si ribella alla propria sorte è costretto a subirla, vuoi che sia nobile (come le tre sorelle rimaste come prigioniere nella loro casa e nella loro illusione di essere disponibili solo per mariti nobili) vuoi che sia plebeo e servo come Efix. Il quale, per quanto tenti di fuggire e di girare il mondo, ritorna sempre prigioniero della sua sorte di servo delle sorelle fino alla morte. La stessa maledizione dell'immobilismo nell'idea del mondo e delle convenzioni cattura anche la figura più ricca e apparentemente spregiudicata del romanzo, don Predu o Pietro in lingua iitaliana, del resto dello stesso sangue, in quanto cugino, delle sorelle Pintor. Il quale passa la vita ad accumulare risorse e beni, a dileggiare tutti, a cominciare dal servo Efix, e finirà per non riuscire ad uscire dalle convenzioni e a vedere solo nel matrimonio con la più giovane delle sorelle l'unico destino familiare possibile. Ma ecco che dentro il romanzo si affaccia un altro registro: è possibile rompere l'immobilismo delle convenzioni e della rigida divisione in caste nobili e popolane che è alla base della vita ritirata e povera delle sorelle. Sarà Donna Lia, la terza in ordine di età, delle quattro sorelle, a rifiutarsi di vivere quella vita priva di prospettive e piena di pregiudizi. Una notte fuggirà, si sposerà con un mercante di bestiame e vivrà a Civitavecchia "in discreta agiatezza". Avrà un figlio, Giacinto, che dopo la morte della madre, ormai adulto, andrà a trovare le zie nobili. Nasce qui il terzo registro del racconto, quello tra le tre sorelle, il servo Efix, e il nipote Giacinto figlio della sorella che le ha disonorate con la fuga, ma che ha lasciato loro questo nipote. Lo spirito con cui le tre sorelle accolgono il giovane, apparentemente con indifferenza, con apprensione e voluttà in realtà, ci fa tornare in mente la storia delle sorelle Materassi di Palazzeschi, compreso i guai in cui finirà per cacciarsi e cacciare le zie. Ma qui il giovane è anche espressione del vento di novità che la stessa madre sembra avergli infuso nel carattere. Finirà per rifiutare una vita di vizi e di ozi sui quali si ingrassano solo gli usurai come Kallina, e troverà in un lavoro modesto e faticoso il suo possibile riscatto e il suo diritto a sposare una donna bella anche se povera come lui. Di particolare rilievo, in tutto il romanzo, il ruolo della religione, vissuta quasi come supestizione, che finirà per fungere da rifugio per i più deboli e come freno rispetto alle novità che, sia in Giacinto che, a suo tempo, nella madre Leda, si possono intravedere. Va detto, infine, che la Deledda ci delizia di una bellissima scrittura, capace di intrecciare l'esaltazione della natura, delle stagioni belle o brutte che siano, dei fiori, di cui è particolarmente innamorato il servo Efix, con i momenti e le vicende dei suoi personaggi, perfettamente delineati, che ci accompagnano anche quando il racconto è finito. Va detto, insomma, che fu proprio meritato, quest'anno che ricorrono i cento anni, il premio nobel per la letteratura che le fu assegnato nel 1926, prima donna italiana a conquistarlo, una delle donne che ha provato a dare una spinta alla ancora troppo poco praticata abitudine alla lettura degli italiani. Anche per questo merita di essere ancora letta e onorata.

Renato Campinoti


16 settembre 2026

Arturo Scotto: FLOTILLA, in viaggio per Gaza (Giunti)

Diario di bordo per una nuova rotta

Va detto subito, per chi voglia leggere con piacere questo importante e utile libro, che è in effetti, come recita la copertina, un diario del viaggio cui l’on. Scotto ha partecipato a bordo della leggera imbarcazione Karma per forzare il blocco illegale dell’approvvigionamento alimentare di Gaza. Ma è anche un volume ben scritto e accompagnato da riflessioni e descrizioni di viaggio che ci fanno sentire presenti e partecipi di questa straordinaria avventura che è stata la Flotilla per Gaza. Scotto ci porta con sè, non parlandoci solo dei momenti facili e difficili che la Flottilla incontra nel suo cammino, ma ci fa partecipi del vento che spira forte sulla barca, delle albe e dei tramonti che capitano belli o brutti nella navigazione; insomma c’è dell’arte in questa scrittura che va oltre gli argomenti politici e umanitari, che pure, giustamente, hanno il predominio nelle riflessioni e nelle esperienze dell’onorevole del PD, molto legato alla nuova segreteria di Elly Schlein.

Va poi dato atto allo scritto di Arturo Scotto di accompagnare la pur impegnativa navigazione delle barche da due flussi di notizie che si affiancano alla navigazione: da una parte il tentativo delle forze governative di ridimensionare, per non dire di considerare pericolosa, l’avventura messa in moto dalla Flottilla, accentuando, via via che cresce l’attenzione dell’opinione pubblica, il tono delle accuse e del dileggio, incolpando addirittura la spedizione di fare il gioco di Hamas e dei terroristi, per non parlare dell’accusa ai parlamentari sia nazionali che europei, di non fare il loro lavoro che dovrebbe vederli sono in aula, magari ad approvare i pochi provvedimenti che la maggioranza propone.

Ma se questo succede da una parte della navigazione, dall’altra cresce il risveglio di coscienza che porta in piazza centinaia di migliaia di persone a sostegno della Flotilla e a chiedere al governo italiano di inviare una nave militare d’appoggio e di protezione delle imbarcazioni, del resto leggere e prive di qualsiasi strumento di difesa. Non solo il governo non accoglierà tale richiesta, resa esplicita da una lettera che Elly Schlein in persona ha inviato alla presidente del consiglio, invitandola ad un impegno bipartisan a protezione della Flotilla, ma chiederà allo stesso suo ministro della difesa, Guido Crosetto, che aveva inviato una fregata nelle vicinanze delle imbarcazioni, a precisare che non andava intesa, tale iniziativa, di appoggio ad eventuali attacchi che la Flotilla avesse dovuto subire, ma solo per supportare eventuali difficoltà delle persone a bordo delle barche.

Nulla, insomma, che quelli delle imbarcazioni non sapessero fare da soli. C’è qui una sottolineatura da fare e forse un insegnamento da trarre da questa esperienza. A bordo delle barche della spedizione ci sono onorevoli, operatori di pace, semplici attivisti di vari organizzazioni con opinioni ed esperienze talvolta molto diverse. Capiterà perfino che, con l’avvicinarsi dell’obiettivo di Gaza, con gli appelli, compreso quello di Mattarella, a non correre troppi rischi, alcuni decidano di abbandonare le imbarcazioni e di scegliere altri modi, ma mai si levano proteste o polemiche su quello che era e rimane per tutti l’obiettivo principale: forzare il blocco illegale che Netanyahu e il suo governo di estrema destra stanno realizzando contro Gaza e i suoi abitanti, fino a perpretare un vero e proprio genocidio, dopo gli oltre ottantamila morti, molti bambini, e lo stillicidio di uccisioni, con i mitra, col freddo, con i topi, che continua anche dopo il presunto armistizio e il tavolo che Trump pretende di governare. 

Ad un certo punto, dopo il blocco illegale delle imbarcazioni da parte di Israele e il trattamento indecente e barbaro ricevuto dai naviganti arrestati, dal ministro israeliano, dopo che il 3 ottobre, un mese dopo l’avvio dell’esperienza, Israele è costretta a rilasciare e rimpatriare Scotto e gli altri parlamentari, l’autore si chiede se sia servita davvero a qualcosa l’esperienza della Flotilla. Sono tra coloro convinti che siano stati almeno due i risultati positivi di questa vicenda. Da un lato, come si è visto nelle tante manifestazioni che hanno accompagnato il generoso tentativo di sbloccare anche così il blocco su Gaza, si sono risvegliate coscienze, soprattutto ma non solo nell’area del centrosinistra che, dopo le delusioni per le divisioni e le sconfitte degli anni passati, hanno sentito il bisogno di rimettersi in moto, se non direttamente nella vita politica, quanto meno nel terzo settore  e nel volontariato, come posso testimoniare.

Particolare importante la presenza, a fianco delle manifestazioni, di molti giovani, studenti in particolare, che hanno salutato positivamente tali iniziative. Sarebbe utile che qualcuno si preoccupasse di ricercarli e dare loro l’opportunità di sentirsi protagonisti nella non dimenticabile vicenda di Gaza e dei suoi bisogni.

Al tempo stesso, di fronte all’emergere di forze suprematiste e razziste che la crisi, anche economica, dell’europa fa emergere, come avvenuto nelle recenti elezioni in Sassonia, l’esperienza della Flotilla manda un segnale al contrario, che un’altra strada, fatta di solidarietà, di rispetto per tutti i popoli, di lotta per la pace è possibile e necessaria se non vogliamo tornare a fare dell’europa una terra di guerre e di egoismi nazionalisti, forieri di nuove guerre, altamente pericolose in tempo di arsenali atomici. Infine, vorrei suggerire all’onorevole Scotto, in vista di una nuova edizione, di aggiungere una pagina al pregevole lavoro che ci ha donato. Una pagina relativa al disvelamento di un sospetto sul barbaro attacco terroristico del 7 Ottobre: non solo, come hanno detto esplicitamente i governanti del Golfo, Netanyhau ne era stato messo in guardia giorni prima di quei tragici avvenimenti, ma lui, messo alle strette dalla giustizia del suo Paese e col concreto rischio di galera, ha visto in Hamas la forza capace di aiutarlo ad uscire dall’angolo, scatenando, come si è visto una guerra verso tutti senza fine.

C’è solo da augurarsi che il popolo israeliano dimostri, come purtroppo per ora non è avvenuto, di avere un sussulto di coscienza e mandi a casa, anzi in galera, con le prossime elezioni, il macellaio di Gaza.

Renato Campinoti


06 settembre 2026

Petros Markaris: La ricchezza che uccide (La nave di Teseo)

Quando il crimine nasce dalla rabbia e dalla disperazione sociale

Non finirò mai di apprezzare questo scrittore che, al pari di Camilleri in Italia (Sicilia?), fa dell'indagine sociale e dei suoi riflessi "culturali" l'asse su cui si sviluppa il crimine. È nella vita normale, di tutti i giorni, quella che viviamo ciascuno di noi, che nascono le tensioni e le contraddizioni, come pure le disuguaglianze, che possono rappresentare il brodo di coltura delle forme di delitto più diffuso. Al netto, naturalmente, della criminalità organizzata, delle varie forme di mafia o di strutture organizzate che meritano un'altra indagine. 
Sono ormai più anni, dalla grande, gravissima crisi, complice anche l'Europa, che la Grecia ha dovuto subire e sta tuttora attraversando, che Markaris ha intrecciato ancora più esplicitamente le indagini del suo dirigente della polizia dell'Attica, Kostas Charitos, con le contraddizioni e le sofferenze sociali. A partire da una diretta partecipazione della moglie Adriana alla vita del Centro di accoglienza migranti di Attiko' Alsos ad Atene, dove confluisce lui stesso, la figlia Caterina col marito medico Fanis e l'amato nipotino Lambros. 
Insomma di fronte al dramma di un numero crescente di immigrati alla ricerca di una possibile condizione di sopravvivenza, il poliziotto e la sua famiglia assistono al grido di dolore degli stessi, costretti ad essere allontanati da un centro occupato e ad essere rimpatriati, che accolgono quasi volentieri. "Invece di vivere qui con un tozzo di pane, meglio lottare per il pane nella nostra patria" come dirà uno di loro.
Già da questa vita familiare particolarmente intensa e continuamente alimentata da tutti i membri della stessa, emerge il secondo fattore fondamentale nei libri di Markaris: la normalità della vita familiare e affettiva del protagonista. Che non vuol dire assenza di aspetti di ansia, di paure ecc. Basti vedere le volte in cui il direttore della polizia, preso dalle preoccupazioni del lavoro, si rifugia negli affetti familiari: "Il pensiero che passerò la serata con la mia famiglia e una coppia di amici allontana i miei pensieri dal lavoro e il mio umore cambia". 
Insomma l'affermato scrittore greco non ha bisogno di assassini seriali dalla psiche particolarmente contorta ne' di commissari di polizia con alle spalle disastri familiari e riflessi pesanti sulla loro psiche per catturare la nostra attenzione e per mostrarci quanti delitti possono celarsi nella cosiddetta normalità. E l'unica preoccupazione del capo dei poliziotti dell'Attica è rendere tranquilla e orgogliosa di sé la propria moglie mostrandosi goloso di alcuni piatti dei quali lei è ottima cuoca. 
Ma l'arte in cui Markaris davvero eccelle è quella di toccare i tasti più dolorosi della vita attuale della Grecia, da cui, come si trattasse di qualcosa di inevitabile, finiscono per scaturire i crimini di cui si occupa Charitos.
Questa volta, oltre i disagi dei migranti, l'attenzione del Direttore della polizia dell'Attica è richiamata in particolare dalla grave crisi degli alloggi che, per i costi altissimi cui sono giunti gli affitti, costringe molta gente, anche con un lavoro a dover scegliere tra l'alloggio o il mangiare."Ci siamo ridotti a vivere in una società che è divisa in due. Da una parte quelli che hanno una casa, ma l'affitto gli porta via tutti i soldi e quindi non ne hanno per comprare da mangiare. Dall'altra ci sono coloro che non possono pagare l'affitto, ma possono permettersi di mangiare".
Così dice al Direttore una donna tra quelli che lo Stato ha sistemato gratuitamente in alloggi provvisori e che stava allestendo un banchetto per dare qualcosa da mangiare ai più poveri del quartiere, che continua: "Noi siamo diventati i privilegiati...quindi abbiamo pensato fosse giusto aiutare gli altri, quelli che hanno fame".
D'altronde il libro si apre con una vicenda scioccante: una coppia di separati in case non in grado di pagare due affitti e costretti ad una difficilissima convivenza, fino al reciproco suicidio. Ed è in questo contesto che matura il primo delitto di cui la polizia sarà chiamata ad occuparsi e che si sentirà dire, quando emerge che gli alloggi sfitti sono stati destinati a dirigenti della ditta costruttrice: "È stato allora che la nostra tristezza si è trasformata in rabbia". 
Altrettanto intrecciata con la situazione sociale del Paese si rivelerà l'altro delitto di cui la polizia sarà chiamata ad occuparsi. Si chiude questo libro e ci viene fatto di pensare a quanti siano i delitti che succedono tutti i giorni intorno a noi e quanto sarebbe utile una più forte, magari favorita dallo Stato, solidarietà fra tutti i cittadini per rendere meno insicura e più vivibile una società sulla quale, purtroppo, sono in molti a soffiare sul fuoco della paura piuttosto che stare più attenti e vicini ai disagi delle persone. 
È un importante argomento di cui occuparsi anche in letteratura, al passo con i nostri tempi. Bravo ancora al non più giovane Petros Markaris, sempre con lo sguardo ben piantato sul mondo in cui vive.

Renato Campinoti

30 agosto 2026

Frank Thilliez: Lutto di miele (Fazi)

Ancora una volta il commissario Franck Sharko si addentra in un'indagine di particolare difficoltà e drammaticità. Questa volta il commissario ha già subito dalla vita il peggiore dei torti: l'uccisione delle amate moglie Suzanne e figlioletta Eloise in un brutto incidente stradale, ad opera di un'auto lanciata a folle velocità. 
Da tale episodio Sharko rimarrà segnato profondamente, fino a subire una vera e propria schizofrenia mentale. Il che non gli impedirà di tuffarsi anima e corpo alla ricerca di un folle che non si limita ad uccidere ma infligge torture simboliche alle proprie vittime. 
Al centro di tutto zanzare della malaria, ragni di particolare velenosità, fino all'uso di api, di miele, di propoli finalizzati a torture di particolare efficacia. L'indagine, in cui sarà supportato dalla ispettrice Del Piero, titolare formale del lavoro di ricerca, lo porterà ad inseguire una sorta di caccia al tesoro, nella vana speranza di interrompere la serie di omicidi del folle assassino. 
Ancora una volta il nostro Commissario dovrà calarsi nelle viscere di Parigi. "La morte regnava incontrastata al di sotto di Parigi, lungo quasi duemilacinquecento chilometri di sotterranei abominevoli. Lontano, molto lontano dallo sfavillio degli Champs Elyse'es". 
Thilliez sembra evocare, aggiornate, le atmosfere del sottosuolo parigino dei grandi scrittori francesi dell'800, in una sorta di continuità fra "sfavillio" e "disperazione" entrambi, come allora, presenti nelle moderne metropoli. 
L'inseguimento del misterioso e folle assassino porterà Sharko a contatto con una simbologia evocativa addirittura dei peccati capitali e degli scenari dell'Apocalisse. Il tutto, si intuisce, per una tardiva vendetta che spinge Franck fin nel cuore delle Alpi. 
Da aggiungere che, in parallelo all'indagine ufficiale, risulta di particolare intensità letteraria quella che siamo chiamati a seguire sui sentimenti e sulla mente di Sharko, in continua dialettica con i propri drammi interiori. Alla fine ci resta, insieme al gusto di una ottima ed efficace scrittura, una accresciuta consapevolezza del male che l'uomo può infliggere ai propri simili, spingendoli fino a forme di folle e lucida vendetta, e della difficoltà di interromperne la riproduzione. 
"Ne fermavi uno, ne arrivavano altri dieci, generati dall'inesauribile linfa del male", come si trova alla fine a riflettere Sharko. E insieme ci resta l'invito a non trascurare i messaggi di malessere che la vita ci consegna quotidianamente per trasformarli in azioni positive verso i nostri simili.

Renato Campinoti

21 agosto 2026

Salvo Toscano: L"ultimo presagio

Salvo Toscano: L'ultimo presagio 

Dico subito che considero molto azzeccata l’idea di far “indagare” due fratelli, Fabrizio e Roberto Corsaro, giornalista di nera l’uno, avvocato il secondo, i quali, dividendosi equamente lo spazio del romanzo, vengono lentamente a capo delle vicende narrate. Che sono poi quelle di una badante polacca uccisa con violenza e di due vecchiette trovate morte in casa, dove vivevano da sole.

L’inizio del racconto è particolarmente efficace con la prima vecchietta che si reca dal fratello avvocato con una domanda particolarmente curiosa: “se mio figlio mi uccide, può poi riscuotere l’eredità?”. La domanda si rivelerà ancora più curiosa per Roberto quando viene a sapere che il figlio unico della signora Caruso, come aveva detto di chiamarsi, era morto da oltre vent’anni. 

Non essendo i due fratelli ne’ magistrati, né poliziotti, le loro “indagini” scorrono molto lentamente, permettendo così ai due fratelli di mettere spesso in primo piano le vicende personali. L’uno, Fabrizio, molto legato alla vita del giornale e, soprattutto, ad una vicenda personale con alle spalle molti rapporti femminili, nessuno dei quali andato a buon fine, portandolo a prendersi cura di un ragazzino rimasto senza famiglia. Di qui molte riflessioni sulla qualità della vita e delle scelte cui siamo chiamati comunque a fare. 

Diversa la situazione di Roberto, felicemente sposato con Monica, con due figli, un ragazzino da controllare e una adolescente in fase critica. In questo quadro il romanzo si fa apprezzare per le divagazioni personali che scaturiscono dalle esperienze dei fratelli e dei relativi rapporti, interessanti almeno altrettanto rispetto alla trama incentrata sulle morti sia della bella badante polacca che delle due vecchiette. “Nessuno sembrava essersi insospettito per quelle morti. Perché in fondo nessuno si insospettisce se una persona avanti negli anni si sente male e lascia questo mondo”. 

Ma i due fratelli di sospetti ne hanno più d’uno e, intrecciando anche le iniziative investigative della polizia, favoriranno un esito che ci parla ancora una volta degli egoismi di questo mondo, spesso all’interno delle stesse famiglie. 

Un libro davvero piacevole, un autore che, senza nascondersi i mali peggiori della Sicilia, ci fa scoprire una Palermo dai molti volti, dove, come da per tutto, accanto a zone di ricchezza, vivono molti quartieri di degrado e miseria. Al lettore scoprire dove si annida il male peggiore.

Renato Campinoti

17 agosto 2026

Silvia Avallone: Cuore nero

Il primo, grande, merito di questo nuovo, impegnativo, volume della prolifica scrittrice biellese è quello di entrare direttamente nel dibattito aperto dalla diffusione di forme di forte disagio, fino ai numerosi casi di delitto con coltello, di giovani spesso appena adolescenti. 
Verrebbe da dire che avrebbero fatto bene a leggerlo, il libro della Avallone, quei ministri che in sede di governo si sono affrettati ad abbassare ancora l'età della punibilità analoga agli adulti di quei giovani che si rendano colpevoli di gravi reati. Che è proprio l'opposto di quello che accade alla protagonista di "Cuore nero", Emilia. 
La storia si sviluppa infatti dal momento in cui la giovane ormai trentaquattrenne, per aver scontato la massima pena di detenzione prevista per i minorenni, prova a ripartire, per l'ennesima occasione, da uno sperduto e spopolato borgo, Sassaia cui si accede solo da una mulattiera. 
Sia chiaro, la storia di Emilia non nega la necessità di forme di restringimento della libertà per quegli adolescenti che si macchiano di gravi delitti. Mostra tuttavia due cose determinati: da un lato come una carcerazione analoga a quella riservata agli adulti finisca per aggravare ancora di più la tendenza asociale dei giovani stessi. Al tempo stesso l'importanza determinante del supporto sia di persone amiche, sia di personale a ciò dedicato da parte dei tribunali per minori. 
È infatti non solo inutile, sembra dirci la Avallone, ma dannoso tenere reclusi degli adolescenti senza un robusto supporto psicologico e senza una continua interazione con i familiari. Non a caso, quando Emilia e l'amica decidono di tornare a visitare il personale del "loro" carcere" la scrittrice giustifica questa scelta in maniera efficace: "Perché è sempre l'adolescenza che decide chi sei. E questo era il luogo più importante della loro vita
Un altro degli aspetti determinanti in una possibile "redenzione" di Emilia è rappresentato dal ruolo svolto dal padre. Se infatti la morte della madre quando Emilia è ancora bambina, ha sicuramente contribuito a peggiorarne le attitudini sociali, è la figura del padre che emerge come un'altra di quelle determinanti per provare a "superare" la dannazione del suo passato. 
Molto bella, verso la fine del voluminoso racconto, la conversazione tra Emilia e Riccardo, il padre. Dopo averci fatto immaginare quello che quest'uomo ha dovuto passare a Ravenna, la città dove la figla ha commesso il reato e dove, dopo le fiaccolate al momento della vicenda, queste sono riprese sl momento della scarcerazione, è lui che quando Emilia gli dice "Non ti ho mai ringraziato".."Riccardo si mise a ridere: 'Non si ringraziano i genitori". 
Infine, ma non per importanza, ancora una volta la bravissima scrittrice pone il tema dell'amore. Fin da quando Emilia giunge a Sassaia, dalla casa accanto, Bruno assiste al suo arrivo come si assiste ad un"invasione. Anch'egli, infatti, che il male non l"ha fatto ma l'ha subito, sta cercando di ritrovare nella solitudine di quel minuscolo borgo abbandonato, un senso alla sua vita. 
Lascio al lettore scoprire gli esiti di una vicenda amorosa tutt'altro che facile messa alla prova da quello che lo stesso Bruno individua come il male che spesso impedisce di amarsi: "Il non saper perdonare". 
Si chiude questo racconto non semplice di questa ormai affermata scrittrice, con un sentimento di gratitudine per aver avuto il coraggio di portare in una ottima forma letteraria una tematica purtroppo di grande attualità e troppo spesso trattata in una meschina ottica di tornaconto politico ed elettorale. A dimostrazione, ancora una volta, del ruolo determinante della cultura per aiutare le persone ad orientarsi in un mondo sempre più dominato dagli strumenti molto simili a quelli immaginati da Orwell nel suo 1984, ossia Il "grande fratello".
Renato Campinoti 

15 agosto 2026

Maurizio de Giovanni: Il tempo dell’orologiaio

In continuità con il primo volume (l’orologiaio di Brest) questa volta de Giovanni mette al centro degli sviluppi della precedente narrazione due elementi soprattutto.
In primo luogo la parte più oscura del potere della Chiesa che, nonostante la capacità di rimediare a qualche grossa malefatta di suoi eminenti esponenti, è ora costretta a fare i conti col rischio di riapertura di un caso scandaloso, finito con la soppressione della ragazza e l'occultamento dei resti.
C'è qui, a me pare, un indiretto riferimento alla vicenda Orlandi, semmai fin troppo diluita nel presupposto forte innamoramento del Cardinale e nel suo "eterno" pentimento. Giudicherà il lettore.
A me pare che su questo aspetto l'autore, spintosi un bel po' avanti sulle presunte trame sotterranee della Chiesa, avverta la necessità di ridimensionarne le reali influenze e responsabilità, prendendo la fuoriuscita dell'innamoramento per non andare oltre e più a fondo sulle ingerenze vaticane nei destini del mondo.
L'altro aspetto che emerge in questo volume è sicuramente quello relativo alle vicende del terrorismo e alle crisi, anche personali, quando esso, nel periodo più maturo (dopo la conclusione della vicenda Moro e il varo delle leggi sui condoni di pena ai collaboratori), è costretto a fare i conti col suo isolamento e, forse, con la presa di distanza da parte di settori dello Stato che pure lo hanno utilizzato. Dí ciò l’autore non fa cenno, concentrandosi sulle vicende personali dell’orologiaio, il più abile con i meccanismi meccanici (compresi quelli dell’innesco delle bombe!) e perciò chiamato a “disinnescare” le ricerche di un giovane magistrato relative alla scomparsa di quella ragazza di cui si era innamorato il Cardinale.
Qui, come del resto in tutto il volume, le vicende principali si intrecciano e si accompagnano con la sorte sia degli altri terroristi già colleghi dell’orologiaio sia delle “vittime“ (figli, amici e nipoti della scorta del giovane magistrato). Certamente de Giovanni apre con questi due volumi un percorso narrativo di grande impatto con le vicende del nostro Paese.
Ci sarebbe da aspettarsi uno sviluppo ulteriore di questa narrazione. Magari, lo dico col dovuto apprezzamento per il lavoro del grande scrittore partenopeo, con più coraggio nell’emersione delle responsabilità dei “poteri forti” in queste medesime vicende.

Renato Campinoti