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13 maggio 2026

Marco Rodi: Vespucci nel mirino. Le indagini del Commissario Attenti



 

Una trama robusta, lontana da Livorno ma con la città sempre presente

Dico subito che, essendo il primo libro della serie del Commissario Attenti di Marco Rodi che leggo, ne sono stato colpito molto favorevolmente. Forse perchè, questa volta, l'autore colloca le vicende molto lontano dalla sua Livorno, l'ottimo risultato che riesce ad ottenere mi ha fatto venire in mente una frase che mi ha colpito a suo tempo del fiorentino Vasco Pratolini quando, ne "La costanza della ragione" fa dire a Bruno, il giovane protagonista: "Mio padre diceva sempre che si va per il mondo passando dall'orto di casa. Che se non sai zappare il tuo, non imparerai mai a conoscere la terra degli altri". 
Mi pare, infatti, che questo riesca a fare in questo avvincente romanzo giallo l'amico Rodi: spedire a Manila, a risolvere un caso di notevole spessore, addirittura internazionale, un Commissario che il suo orto lo ha saputo coltivare benissimo e che, proprio per questo, intreccia le vicende di quel Paese lontano, col richiamo continuo alla sua città e alla sua esperienza. 
E rimarrà così tanto legato alla sua città che, alla fine delle intense vicende che l'autore ci racconta si svolsero a Manila, ritornato alla sua Baracchina Bianca di Livorno, "perchè ad Attilio il suo mare sembrasse più bello di quello di Manila, non seppe spiegarselo". 
Ma Livorno, i suoi sapori, il suo cacciucco, i suoi modi di dire ritorneranno continuamente, quasi che Rodi voglia scusarsi per aver allontanato momentaneamente la trama del suo romanzo dalla sua città e dai suoi lettori più amati. Comunque anche l'allontanamento è molto relativo dato che è, appunto, sulla Vespucci che si svolge gran parte del racconto e della Vespucci si parla più volte come del possibile bersaglio a seguito cattura e della scomparsa del giovane allievo Rinaldo Giannetti. 
Lo stesso Commissario Attenti sarà costretto a salire in cima alla coffa del famoso veliero per dare un'attenta occhiata a cosa si muove nei dintorni della nave, costretta a rimanere all'ancora più del previsto. 
Senza dire molto di più di una trama che Rodi sviluppa, da bravo giallista, con continui colpi di scena, sono comunque da rimarcare alcuni aspetti. Anzitutto la capacità di Attenti e del collega capitano di corvetta Matias Martini, inviati su sollecitazione del Ministero sul posto, di entrare in una positiva collaborazione con la polizia locale, affiancando (ma forse indirizzando nelle indagini) il commissario di polizia locale Dezon Rogelio. 
Nonostante una marcata differenza di atteggiamento ("L'ufficio di Dizon...si affacciava su una strada polverosa e lontana a sufficienza dal caos del porto per permettergli di ignorare quello che vi succedeva"), come pure un rapporto con gli indiziati con sistemi discutibili ("I suoi uomini avrebbero strappato la pelle a quel bastardo senza alcun problema"), i due poliziotti italiani riusciranno a spingere il collega filippino ad un grosso e rischioso lavoro di indagine e, soprattutto, di azione, che finirà per produrre i suoi frutti. 
Altrettanto notevole è il ruolo che i due colleghi sapranno far svolgere ad Akemi, una affascinante e ricca prostituita che contribuirà non poco a favorire la ricerca della giusta strada delle indagini. Molto interessante la confessione della donna sui suoi trascorsi di giovinetta poverissima, vittima di atti di vera e propria pedofilia, che Rodi sa raccontarci in maniera assolutamente veritieria e drammatica, facendoci ricordare che quella del patriarcato e della violenza familiare è, purtroppo, un male che riguarda anche le nostre, opulente, società occidentali. 
Da segnalare ancora il particolare rapporto che il Commissario Attenti costruirà con Lavinia, la fidanzata di Giannetti, l'allievo rapito, con la quale sembra condividere al tempo stesso, tutta la preoccupazione di non riuscire a ritrovare vivo il giovane allievo e, contemporaneamente, la reciproca empatia per un analogo senso del dovere verso le loro pur differenti responsabilità. 
Tutto questo (e molto altro che non si può svelare: per esempio, chi è quel giovane Carlo che ha inventato un giochino chiamato Black Mirror?) per dire che della capacità dell'autore di inserire in una pur ben congegnata e robusta trama di giallo autentico, vicende e questioni che fanno del giallo stesso uno strumento di conoscenza di molte delle vicende che possono accadere ogni giorni nelle nostre realtà. 
Nel più autentico filone che da Simenon ci porta ai più bravi giallisti come De Giovanni, Manzini e tanti altri dei giorni nostri. Non resta, infine, che sottolineare il continuo crescendo del ritmo e degli sviluppi della trama del racconto mano a mano che si avvicina la conclusione del racconto, che ci tengono incollati alle pagine fine alla conclusione. E ci fanno pensare perchè questo racconto, forse un poco sfrondato da qualcuno dei richiami livornesi, non sia attratto, come merita, da case editrici maggiori in grado di garantire ad opere come questa lo sviluppo commerciale (e di lettura) che meritano.

(a.l.a Libri)

Renato Campinoti







04 maggio 2026

Emmanuel Carrère: I baffi (ADELPHI)

Emmanuel Carrèr: I Baffi
Una lezione di vita che ci riguarda ancora oggi

Ci vuole poco ad un grande narratore come Carrère per trasformare una apparente banalità come il taglio dei baffi da parte del protagonista per fare una sorpresa ad Agnès, sua moglie, in una vicenda che, dal grottesco, si trasforma a poco a poco in un vero e proprio dramma umano. Si, perchè potrebbe succedere a chiunque se, una volta cambiato qualcosa nei vostri connotati, non solo non se ne accorgesse vostra moglie (o marito), ma la cerchia degli amici intimi o collaboratori vi dicesse che così come state, senza baffi in questo caso, è la vostra normalità di sempre. Il dramma comincia piano tra il protagonista e la moglie, con la quale esisteva un rapporto apparentemente di ferro. 
Così, quando Agnès nega di vedere qualcosa di nuovo nel momento in cui il marito le mostra la faccia senza baffi, l'uomo "detestava essere arrabbiato con Agnès, avrebbe voluto amarla senza reticenze, per quanto brevi e passeggere esse fossero". Ma ci vorrà poco per passare da un tono tutto sommato conciliante ad una fase di gravi sospetti sull'atteggiamento complessivo della moglie: "Temette anche di potersi chiedere, prima o poi, se quella notte non l'avesse amato, rassicurato, stretto a sé per ingannare la sua diffidenza". 
Di qui in avanti è un crescendo di sospetti e di riflessi negativi sull'umore e la psiche dell'uomo, fino a immaginare un vero e proprio inganno di tutti, moglie, amici, semplici conoscenti che, quando gli consiglieranno una visita psichiatrica, lo porta all'esasperazione più bieca, convinto "che non si trattasse di uno scherzo... ma di qualcosa di molto più grave... un piano ordito contro di lui, volto a farlo impazzire, a spingerlo al suicidio o a farlo rinchiudere in una cella imbottita". 
D'ora in poi l'uomo, sentendosi accerchiato, comincia a pensare che l'unica risposta a questa macchinazione sia la fuga, il più lontano possibile. Ed è ciò che progetterà nei dettagli, anche se la meta appare più frutto di una combinazione di fattori che cercata. Che tuttavia non credo sia casuale nella logica dello scrittore, la Hong Kong dove convivono mille razze e mille idiomi, senza una possibile, decente socialità e dove ciascuno è più che mai messo di fronte solo a sè stesso. 
Lasciando al lettore il seguito delle macchinazioni e dei risvolti di questa insensatezza da cui l'uomo è ormai colpito, ci basta dire che il romanzo ebbe un meritato riscontro alla sua pubblicazione, forse perchè toccava un nervo scoperto dell'apparente sviluppo senza limiti del mondo occidentale: la fragilità dell'essere umano e la sua difficoltà a riconoscere la linea di demarcazione tra la ragione e la follia. 
Il lettore di quel tempo, insomma, avvertiva come, di fronte alla crisi delle grandi ideologie, al predominio degli indici di sviluppo e delle nuove conquiste della tecnologia, ciò che rimaneva indietro era lui, come essere indifeso di fronte alla ricerca di una nuova ragione e a cui, proprio in quel periodo, veniva indicata la via della psichiatria come ancora di salvezza per la soluzione dei propri dubbi e delle proprie incertezze. 
La follia, sembra ancora oggi dirci Carrère, è dietro l'angolo di ciascuno di noi. Attenzione alla ricerca di troppe certezze, come pure a voler immaginare che gli altri possano pensare e comportarsi come noi desideriamo. Una bella lezione di scrittura e di vita.

Renato Campinoti

24 aprile 2026

Pierre Martin: Madame le commissaire e la vendetta tardiva (Neri Pozza)


Un giallo denso di valori positivi che accentuano la gravità del crimine

"Ma la cosa peggiore per quel vecchio macho, era che tanta impertinenza proveniva da una donna". Di frasi e concetti di questo genere, il piacevole libro di Pierre Martin (pseudonimo di un autore tedesco!) è pieno dall'inizio alla fine. Questo per dire che uno degli aspetti che percorrono tutta la trama di questa puntata del personaggio femminile che questo seguitissimo autore d'oltralpe ha collocato nel sud della Francia, è proprio la condanna della cultura patriarcale tipica delle zone "interne" anche dei grandi paesi europei. E a questo si affianca, inevitabilmente, la valorizzazione, verrebbe da dire la superiorità morale e culturale, delle donne sugli uomini. Forse sta anche in questo, il suo sano e puntuale elogio delle doti femminili, non privo naturalmente di una visione ironica sui difetti del sesso "debole", che hanno decretato un enorme successo alla serie su cui l'autore ha costruito il suo successo, come scrittore prima, come autore cinematografico in seguito. 
Peccato che da noi di questi autori si conosca solo quello che ci permettono alcune case autrici minori, che hanno il merito di tradurli e metterli sul nostro mercato. Naturalmente questo dell'apprezzamento del genere femminile non è l'unico merito di questo libro. C'è la forza, pur nella modestia apparente, del personaggio femminile, Isabelle Bonnet, da tutti chiamata con l'appellativo di Madame le Commissaire, affiancata da un altro improbabile sous-commissaire Apollinaire, apparentemente goffo ed eccentrico, allampanato, sempre spettinato, col vizio di portare sempre calzini di colore diverso (il giallo e il rosso più frequentemente). 
Già qui, nell'intuizione di Isabelle di saper cogliere le notevoli doti professionali di un tipo che era stato relegato a topo di biblioteca (dove si annoiava a morte), per farne un validissimo collaboratore, emerge un'altra delle qualità di questa poliziotta che, per chi vorrà leggersi il divertente e intrigante romanzo, mostrerà, anche nelle circostanze più complesse e difficili, di quale stoffa è fatta. 
L'intuizione principale dell'autore è quella di aver preso una poliziotta in carriera, ai vertici della polizia impegnata contro i criminali più pericolosi, compreso il mondo delle mafie e del terrorismo, nella Parigi di questi ultimi decenni, e averla collocata nella provincia del sud francese, in un paesino dal nome stesso evocativo, Fragolin, dove vivono le persone "normali" e dove la vita scorre ad un ritmo ben diverso dalla capitale. 
Sia chiaro, Isabelle a Fragolin, dove è nata più di trenta anni prima, ci va di sua spontanea volontà per fuggire a vicende che ne hanno messo a rischio la vita e la serenità, per ritrovare se stessa e la normalità di ogni giorno. Se lo può permettere perché il grande capo della polizia parigina non l'abbandona e costruisce per lei un commissariato apparentemente poco più che inutile, dedito ai crimini non risolti e accantonati nelle polveri degli archivi. L'autore è bravissimo nel descrive personaggi e modi di vivere di assoluta normalità nel paesino di Isabelle. Tuttavia, come è immaginabile, sta proprio qui la pensata geniale di questo strano autore tedesco: ridurre al minimo gli effetti negativi dell'ambiente, fino ad una serenità apparentemente inattaccabile, per esaltare le vicende drammatiche, soprattutto legate proprio alla cultura patriarcale, fino ad elementi di pedofilia, su cui Madame le Commissaire si troverà a incappare. 
Isabelle non si lascia ingannare dall'apparente normalità della gente del luogo, neppure da quelli che ogni domenica continuavano a frequentare la messa "Anche i peccatori vanno in chiesa, altrimenti non avrebbero nulla da confessare", farà sapere a chi pensava di difendere qualcuno per la sua frequentazione parrocchiale. 
Ed è, questa frase, emblematica di un suo arguto modo di affrontare le vicende. Sempre a proposito della sana cultura della nostra poliziotta, appare di particolare valore la sua comprensione, lei chiaramente etero e ben intrigata con una storia di amore e di sesso con un personaggio del luogo, verso coloro che praticano l'omosessualità per natura o per scelta. 
Chi vorrà leggere questo bellissimo romanzo, che riporta il genere giallo ai suoi esordi francesi, ai romanzi di Maigret di Simenon, dove la trama gialla è spesso un modo per indagare i vizi e le contraddizioni della società del tempo, saprà da solo verificarne le qualità sia letterarie che sociali.

Renato Campinoti

16 aprile 2026

Joe R. Lansdale: una stagione selvaggia (Einaudi)

 

Joe R. Lansdale: Una stagione selvaggia, un'indagine di Hap e Leonard


Con questo racconto Lansdale dà vita alla coppia più strana e particolare della letteratura americana. L'uno, Hap Collins, bianco, indolente, sempre sull'orlo dell'indigenza e della sfiga in tutti gli ambiti, compreso quello affettivo; l'altro Leonard Pine, nero, di stazza superiore alla media, omosessuale, privo di particolari ideali dopo l'esperienza del Vietnam. In questa prima avventura c'è tuttavia uno sfondo, vorrei dire valoriale, in cui soprattutto Hap viene inserito. Ed è quello dei valori degli anni sessanta quando c'era gente che voleva cambiare il mondo.  In breve, quando Hap viene raggiunto dalla sua ex, Trudy,  una bionda esplosiva che torna dal passato, che lo ha già fatto soffrire più volte con i suoi abbandoni, il nostro eroe non ci metterà  olto a farsi convincere a entrare in combutta con altri sfigati per recuperare un milione ddi dollari da un relitto nascosto nel fiume Sabine, frutto di un furto di dieci anni prima andato male. L'unica condizione che Hap pone è quella di coinvolgere Leonard, compresa la partecipazione alla spartizione del malloppo. Come succederà sempre, da ora in avanti,  con questa coppia, le cose diventeranno maledettamente più complicate di come potevano sembrare e gli stessi personaggi finiscono per cambiare il ruolo (buoni contro cattivi) che inizialmente ci facevano immaginare. Si arriverà così ad una vera e propria resa dei conti, con tanto di uccisioni, ferimenti e rischi vitali perfino per la nostra coppia di amici. I quali, ovviamente, se la caveranno anche se ammaccati, non fosse altro per dare continuità alla serie. La cosa interessante di tutto il racconto, come sempre ben scritto e con un ritmo coinvolgente, sta in questo farci immaginare, da parte dell'autore, che possano ancora sopravvivere (siamo all'inizio degli anni 90 del secolo scorso) i valori e gli ideali che negli anni sessanto hanno forgiato intere generazioni tuttora in circolazione. Quando Hap vorrà darsi una ragione per cui non è mai riuscito a negare un supporto e un coinvolgimento nelle vicende in cui lo ha più volte trascinato la bella Trudy, non potrà che darsi un'unica risposta: "Ancora una volta lei mi aveva mostrato un pò di cuore e di anima, e mi resi conto del perchè finivo sempre con il seguirla. Al di là di tutto, lei era convinta che le cose potevano migliorare. Che la vita non era solo un gioco...Con tutto quello che sapevo adesso, non avrei più potuto sentirmi come allora...Ma perdere il mio idealismo, smettere di credere nella capacità degli esseri umani di andare oltre i loro istinti primitivi, significava diventare vecchi, amareggiati e inutili per gli altri, perfino per me stesso." Alla fine di una storia a tratti cruenta e perfino pericolosa per la vita stessa dei protagonisti, questo grande scrittore texano ci riporta nel luogo a lui più caro: dove perfino una coppia di personaggi apparentemente perdenti nell'America di allora e di oggi, può stimolarci a non arrenderci ai brutti segnali di egoismo delle classi dirigenti e ai nuovi Vietnam che si riaccendono ai giorni nostri. Il fatto di farlo, da parte sua, con storie assurde e divertenti e con un ritmo di scrittura impressionante che ci costringe a terminare in poco tempo i suoi racconti, ci porta a dire che non si può che essere profonfodamente grati a Lansdale.

Renato Campinoti

11 aprile 2026

Roberto Mosi: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze (Angelo Pontecorboli editore)

Un pezzo di storia fiorentina troppo presto dimenticata

Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli; Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. 
Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno a Firenze, arriverà al suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. 
Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'Europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina. Dopo la Francia è quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei Napoleonidi". 
A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. 
Anzitutto fu lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e grandiosa Villa sui terreni prospicienti la chiesa di San Donato in polverosa, cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. 
La seconda ragione dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des Arts". 
Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sospendere la realizzazione di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della propria moglie ed anche dei ritratti di lei". 
Del carattere violento di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". 
Nonostante la prolungata sottomisione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che tuttavia aiutava il padre della sposa a uacire fuori dai tanti indebitamenti in cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non potè fare altro che fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con se molti gioelli della sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprederà l'arte pittorica e da Amelia Calani la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in "Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura della loro bellezza e della loro impudicizia". 
Naturale che, con una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar di Russia, per farsi annullare un tale matrimonio e ottenere la concessione di una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo salotto parigino. 
Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi, che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione ella famosa società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. 
Quando ormai aveva le vaalige pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana... che sta precipitando... nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge massoniche". 
Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour, passa ad elogiare se stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il frutto dell'eredità paterna. A proposito delle opere caritatevoli, come la creazione di case per fanciulli in difficoltà o altro, viene da pensare che, pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più altisonante il nome della famiglia Demidoff, in linea con i banchetti favolosi, dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". 
É vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di scavo nella memoria e nella storia fiorenitna, il bravissimo ancora una volta Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di memorie, sia... da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare,... con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro rapporto con la cultura del popolo russo".

Renato Campinoti






04 aprile 2026

Emiliano Dominici: Gli anni incerti, Canzone di fine millennio

Emiliano Dominici: Gli anni incerti
Quando la voglia di cambiamento resiste alle follie del mondo e alla crisi delle famiglie

Nati tutti e tre lo stesso giorno e anno, il 22 giugno del 1969, i protagonisti principali di questo bello e robusto romanzo, Jerry, Giulia e Guido, ma in tre luoghi diversi (Jerry concepito durante il megaconcerto di Woodstock a Bethel, New York, Guido a Livorno come pure Giulia ma nata ad Assisi), finiranno per costruire un rapporto fortissimo tra tutti e tre che resisterà alle tante e complesse vicende del loro periodo di crescita. 
In questo senso si può parlare di un particolare romanzo di formazione di questi tre giovani, con l'attenzione puntata al contesto, tutt'altro che scontato e alla realtà livornese in particolare. 
Devo dire subito che ciò che mi ha più colpito e affascinato di questo romanzo è la capacità dell'autore di intrecciare le fasi di crescita e di maturazione dei protagonisti (che poi non sono solo i tre amici) sia con gli accadimenti esterni (dallo sbarco sulla luna, alle stragi fasciste a cominciare da piazza Fontana, al terrorismo, agli scioperi nelle grandi fabbriche, fino ai mondiali di calcio, quando l'Italia li giocava!) che con le vicende familiari complicate (non mancano neppure alcune forme di violenza familiare: "Vittorio non la fa finire. Le da uno schiaffio violento che la scaraventa sul divano"), dove i diversi attori, donne e maschi che siano, cercano ciascuno di affrontare a modo suo i cambiamenti nella mentalità e nella concreta vicenda delle famiglie, a contatto con la maturazione della coscienza femminile, che porta anche all'abbandono di qualche marito legato ai vecchi schemi e ad una ricerca di indipendenza da parte dei figli. 
In questo contesto appare rilevante e affascinante il protagonismo che l'autore porta in evidenza della città di Livorno, una delle città toscane che, da fiorentino, mi ha sempre affascinato per questa sua storia e cultura di apertura al mondo esterno e alle novità che arrivano dal mare e non solo. 
Da qui anche lo spirito ribelle e poco disposto alle regole più convenzionali con cui anche i nostri protagonisti affrontano i casi della loro vita. Lo ritroviamo, questo spirito ribelle, alla Cigna, a Corea, nelle scuole dove incontriamo i ragazzi e le ragazze di quei quartieri popolari. 
Ma di Livorno c'è tanto, ci sono i Bagni Bajani, ci sono gli americani che a Camp Derby nascondono di sicuro, secondo i livornesi, chissà quali armi pronte a intervenire contro di loro. Ma c'è anche la Madonna di Montenero. Molto bella, la pagina in cui "Giulia è rimasta ipnotizzata da tutti quei disegni infantili, dagli indumenti macchiati di sangue, dai pezzi di lamiera delle macchine, dai messaggi di ringraziamento che le persone hanno appeso alle pareti". 
È proprio in quel luogo che si tocca con mano quella visione della fede di stampo tipicamente popolare dove Dio è una sorta di "tappabuchi" (la definizione è del teologo tedesco Bonhoeffer) in grado di intervenire in sostituzione della responsabilità dell'uomo. 
Mi piace sottolineare infine, i vari registri con cui l'autore ci fa vivere le diverse fasi di questo non poco impegnativo romanzo. Si passa, per limitarmi a pochi esempi, da stati d'animo di grande tristezza e commozione, come quando Giulia e il padre rievocano, con lo sguardo, la scomparsa della moglie e madre: "Nello scambio di sguardi passa un lampo di comprensione assoluta, come due persone che siano sopravvissute ad una stessa disgrazia, gli unici superstiti di un naufragio" , a momenti di grande felicità e pienezza. "Giulia col suo modo delicato di strofinarsi gli occhi, Jerry dando uno scatto secco con la testa per togliersi i capelli dalla fronte. A Guido per un momento sembra di vivere in un mondo perfetto". 
Il tempo passa, i giovani protagonisti attraversano momenti felici come di grande disperazione. Lascio al lettore lo scorrere inesorabile delle pagine che, anche col ritmo incalzante che l'autore sa dare alla scrittura, ci rendono difficile il necessario distacco per il riposo notturno. Un'ultima annotazione mi pare indispensabile. Passano alcuni anni, ma si va poco oltre gli anni novanta. I tre amici hanno assecondato in vario modo i loro talenti. Giulia nell'insegnamento, Jerry nella chimica, Guido nella pittura. Ma non viene meno in nessuno dei tre lo spirito ribelle e non si accontentano dell'accettazione passiva delle cose. "Se prima avevano il desiderio di cambiare il mondo, ora sentono di averne il dovere"
Siamo alla fine, è il luglio del 2001, a Genova c'è il G8. I tre amici sono diretti da quelle parti, verso Nervi, alla scuola Diaz dove c'è la sede del Genoa Social Forum. E non si sa se questa è la fine del romanzo o l'inizio del racconto di nuove vicende. 
Anche per questo dispiace chiudere questo interessante libro di Dominici.

Renato Campinoti

28 marzo 2026

Silvestro Scifo: il Dio tradito, l'infedeltà dei fedeli nelle tre religioni abraminiche

Quando, ricevuto l’invito dall’amico Sergio (come da sempre chiamiamo Silvestro) mi sono recato alle Piagge, nel “regno” di don Santoro, la prima cosa che mi ha colpito, da frequentatore di presentazioni di libri di autori alla prima uscita, è stata la grande partecipazione di gente. Messa pure nel conto la larga cerchia di seguaci del parroco da quelle parti, come pure la curiosa e attrattiva presenza di Stefano Massimi, rimane enorme e inusuale una così larga partecipazione. 
C’è qui, indubbiamente, il primo riscontro della qualità e dell’attualità dei temi che Sergio ha toccato con questo suo impegnativo lavoro. Verrebbe da dire che di un lavoro così, in un momento come questo, dove guerre gravissime, ai limiti del genocidio, stanno di nuovo insanguinando l’Europa e i suoi vicini, ce ne era molto bisogno. Soprattutto se si pensa che tali guerre vengono troppo spesso giustificate (o incoraggiate) da rappresentanti ora dell’una ora dell’altra delle religioni abramitiche che trovano nella Bibbia e nei suoi libri le presunte motivazioni. 
«Che fare» Si sarà chiesto Sergio «per offrire un personale contributo a questa drammatica situazione?». Scifo è persona troppo consapevole degli affari del mondo per non sapere che dietro i drammi del nostro tempo si annidano ambizioni personali o di gruppo insieme a pesanti interessi materiali. Il tutto in un contesto di profondi cambiamenti e di nuovi equilibri che, però, pretendono di trovare nelle motivazioni religiose un loro presunto nucleo motivazionale. 
Ecco allora la risposta all’interrogativo che l’autore si è posto, tornando a prendere in mano gli strumenti su cui si fondò, dopo il Concilio Vaticano secondo, l’impegno di quei gruppi religiosi (le comunità di base) che non si accontentavano di una generica fede, ma ne volevano riscoprire il carattere innovatore sul piano sociale e politico. Ecco allora la rilettura dei testi biblici che Sergio ci ha offerto per disvelare l’inganno di coloro che, in nome di un presunto primato religioso, stanno conducendo le peggiori guerre e facendo correre i pericoli maggiori, nel tempo dell’atomica, alla stessa sopravvivenza dell’umanità. 
La rilettura dei testi biblici che troviamo in questo prezioso volume è, anche agli occhi di un non credente ma curioso da sempre della cultura religiosa, di particolare acutezza e profondità. Scifo premette una sua introduzione che è anche una sintesi di ciò che troverà nella lettura dei testi biblici da lui presi in considerazione. 
Partito da Giobbe per dirci del “fortissimo desiderio di vita” presente anche nelle sofferenze della vita, Sergio passa all’Ecclesiaste per parlarci del ruolo di Dio “nell’abbattimento della presunzione umana di essere onnipotente, dell’aspirazione narcisistica a farsi come lui”. 
L’altro libro cui fa riferimento Sergio è quello del Cantico dei Cantici da cui si evince che nella vita dell’uomo ci sono “momenti di gioia… c’è l’amore erotico… che spinge a vivere più intensamente e ad avvertire quanto sia vita la realtà intorno a noi”. 
Fatte queste premesse l’insegnamento che ci indica Scifo è quello di un Dio che, fatta la creazione dell’universo, “essa prosegue la sua vita secondo l’ordine delle sue leggi e, per quanto riguarda l’uomo, secondo la sua responsabilità“. Di qui in avanti, sta qui il primo insegnamento che ci lascia l’autore, interviene la responsabilità dell’uomo e non si può fare di Dio da “tappabuchi” (termine usato da un grande e generoso teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer) per giustificare la nostra mancanza di senso nella vita o per far dare a Dio le risposte che ancora la scienza non è arrivata a dare ai fenomeni della natura. 
Dunque, completata la creazione, interviene per intero la responsabilità dell’uomo, senza che si possano addebitare a Dio i gravi delitti dell’umanità, compresi i campi di sterminio nazisti. Poi Sergio passa ad un’analisi più dettagliata dei racconti biblici, dalla Creazione alla cacciata dal paradiso terrestre, alla uccisione di Abele da parte di Caino fino al diluvio universale e alla Torre di Babele. 
Già qui Sergio anticipa il senso di tutta la sua lettura: “La rivalità tra le tre religioni sorelle sembra aver tradito l’amore ma anche oscurato che il Dio biblico é il Dio dell’amore, che non toglie ad alcuno e non dimentica nessuno”. 
Seguiranno ulteriori approfondimenti su La Creazione (“dalla creazione gli uomini potranno contare soltanto su se stessi”) al Diluvio, ultimo atto di Dio in punizione del male degli uomini, dopo il quale “si pone fuori dal mondo, lasciandolo completamente alla responsabilità degli uomini”. La ricerca di Sergio continua in forme dettagliate e approfondite. 
Lasciando al lettore il piacere della lettura dirò solo che già nel capitolo sui rapporti tra Giacobbe, Esaù e Dio, emerge che “Giacobbe viene scelto, ma Esau’ non è rifiutato… ciascuno è prezioso agli occhi di Dio”. In conclusione, ci ricorda Sergio “nessuno può attribuirsi l’unicità dell’amore di Dio, l’esclusiva del rapporto con lui a danno degli altri”. 
Per concludere con le parole dell’autore: “I fedeli delle tre religioni abramitiche potrebbero ripercorrere la storia dei rapporti reciproci e nei confronti con le altre fedi alla luce di questa particolarità dell’amore del Dio biblico… potrebbero apprezzare meglio la straordinaria maturità dell’amore di Dio e, a loro volta, approfondire il loro amore verso Dio”. 
Non resta che ringraziare Sergio Scifo di questo importante contributo in un momento quanto mai necessario e esortare tutti, credenti e non credenti, alla lettura del testo e a valorizzarne le conclusioni.

Renato Campinoti