Pagine

15 luglio 2026

Emmanuel Carrère: Kolchoz (Adelphi)



Emmanuel Carrère: Kolchoz

Impegnativo, con cose buone e altre discutibili

Si tratta sicuramente di un lavoro impegnativo, sia per il lettore (per me di sicuro!), ma penso anche per l'autore. Non fosse altro per questa volontà di mettere in mostra storie e sentimenti personali, oltre a dichiarare le sue opinioni su molte vicende, impegnative, dei nostri tempi. Se ne esce, dalle oltre quattrocento pagine ricche di richiami e di intrecci anche dinastici, con la convinzione di conoscere meglio uno degli autori certamente tra i più seguiti di questi anni e spesso da un pubblico giovane. Ci sono aspetti che fa piacere sapere meglio del suo pensiero. Dico subito che la  cosa che più mi ha colpito è la premessa quando ci ricorda: "Davanti al fatto che siamo otto miliardi sulla terra, al disastro ecologico irreversibile, alla crisi migratoria, davanti all'intelligenza artificiale che ci inghiottirà senza lasciarci il tempo di accorgercene, davanti, per inciso, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori....non è forse completamente fuori luogo scrivere della propria piccola vita che sta finendo...della giovinezza dei propri genitori?". Bella premessa anche se, essendo un poco malizioso, come si sta tutti diventando, sembra ci sia anche un leggero ammicco proprio a quei giovani che lo stanno leggendo. Ma per seguire Carrère nel lungo svolgimento del racconto, dico subito che ci sono più piani su cui l'autore sviluppa la narrazione. Quella, francamente meno interessante, della storia delle origini familiari differenziate tra la madre, nobile russa decaduta a seguito della rivoluzione dell'Ottobre '17 e  quella paterna risalente alla modesta famiglia di agricoltori di un paesino della Francia. A proposito della ricca famiglia nobile l'autore ricorda l'acquisto, con le grandi ricchezze della bisnonna della madre, la contessa Ol'ga Komarovskji, della imponente e grandiosa villa Medicea di San Domenico, vicino a Firenze, chiamata Bosco Bello, che lo stesso Carrère riuscirà a fatica a farsi aprire dall'attuale proprietà per visitarla. All'interno di questo filone se ne distacca uno, forse il principale di tutto il libro, che riguarda proprio il rapporto con la propria madre. Non a caso il punto di partenza del libro è il discorso del Presidente Macron in occasione della morte di Hélène Carrère d'Encasse, segretaria permanente dell'Accademia di Francia, esiliata,  dal suo Paese, la Russia, nel 1917, caduta in miseria e diventata poi uno dei personaggi più acclamati della cultura francese. Dunque, una madre sicuramente ingombrante, salita con determinazione nella scala sociale e culturale di un  Paese esigente come la Francia e per la cui riuscita ha sicuramente sacrificato qualcosa degli stessi rapporti personali. Da questo punto di vista il libro, a mio giudizio, opera uno strano capovilgimento, dall'ammirazione, oltre che dall'amore filiale che rimane, da cui Carrère parte fino, via via, a prenderne le distanze e ad esprimere perfino qualche giudizio a dir poco meno che lusinghiero. Un primo approccio che marca una diffidenza tra i due è, negli anni più recenti, il giudizio sul Covid, vissuto da lei come una sorta di ricatto cinese sull'occidente. Ma il punto di differenziazione più marcato tra Carrère e la madre è il giudizio su Putin, da lei visto con le sue buone ragioni nel voler ridimensionare l'espansionismo americano e occidentale dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Fino ad intraprendere azioni concrete per riequilibrare le due diverse zone d'influenza. In sostanza, una volta riacquistato in occidente il suo ruolo nella classe dirigente, la madre ritorna a vedere nella Russia il suo Paese d'origine, dalla cui cultura è nata e si è sviluppata la sua coscienza e la sua forza culturale. Del carattere egocentrico di questa donna ci dice molto Carrère anche con una semplice battuta. A fronte del successo della cugina Salomè, capace di raggiungere i vertici dello stato Georgiano e di trattare direttamente con i russi per il loro abbandono del Paese, quando giunge la notizia del loro allontanamento dalla Georgia in buon ordine, lo scrittore commemta: "La notizia ha preso in contropiede anche mia mdre- e l'ha leggermente contrarita. A lei piace molto Salomé, ma non che ci sia un'altra star in famiglia". Altro punto dolente, nel giudizio sulla madre, il male che lei farà al padre, tradendolo e facendolo vivere in casa in una condizione di separato e isolato. Cosa che, alla fine della dissertazione familiare, porterà l'autore a rivalutare, soprattutto sul piano umano, proprio la figura del padre. Non solo perchè è dalle ricerche di lui di tanta documentazione che Emmanuel ha potuto portare a termine questo imponente lavoro, ma, per dirla in breve: "di questa lunghissima storia mia madre è stata la protagonista, ma ad avermela dettata...è stato lui. L'infelicità e il dolore dureranno fino alla fine, ma lui ha amato". Cosa, di conseguenza, che non si può dire della madre. Come dirà l'autore alla fine del lungo racconto, alla madre morente:.."non è rimasto nulla se non ammirazione e amore, e se scriverò un libro sulla tua vita - cosa che inevitabilmente accadrà, perchè sei stata la persona più importante della mia - esprimerà soltanto questi sentimenti. Niente più rancore, niente più animosità: puoi fidarti di me". Ed effettivamente questo è per molti aspetti il libro sulla vita della madre, anche se Carrère non manterrà la promessa e ne dirà sia bene che male, come per liberarsi di uno spettro che ne ha condizionato l'esistenza fino al suo personale successo editoriale. Un altro piano, certamente di un certo interesse, del lungo racconto è l'intreccio tra le  vicende personali con gli avvenimenti sia del passato (Stalin e Hitler, sui quali si sviluppa una sostanziale analogia, forse più duro il giudizio su Stalin come pure su Beria) sia del presente. La parte del leone la fa sicuramente l'invasione dell'Ucraina, sulla quale, senza incertezze, Carrère esprime la propria condanna della guerra scatenata da Putin e sulla quale, ancora una volta, si registra la maggiore distanza con la madre, porata a giustificare l'atteggiamento del dittatore del Cremlino come reazione all'espansionismo americano alla caduta del muro di berlino e dell'Unione sovietica. Un terzo piano è rappresentato dalle "confessioni", diciamo così circa le opinioni dello scrittore in rapporto alle vicende politiche dei  nostri giorni, non sempre particolarmente lusinghiere. Imbarazzante, in un mondo che vedi tanti cittadini inluenzati dall'idea del non voto, dichiarare candidamente, come fa Sophie, la protagonista del suo libro "Un romanzo russo": "Emmanuel non vota perché ha paura di votare a destra". La parte finale del libro è specificamente dedicata alla malattia della madre e ai molti ricordi del carattere affettuoso di lei giovane con i propri figli. Dolcissimo, alla fine, il loro modo di "fare Kolchoz", vale a dire lo stringersi tutti e tre i figli nel lettone con la madre durante le assenze lavorative del padre. La madre sta per morire, i figli sono lì: "Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera all'ospice, abbiamo fatto per l'ultima volta Kolchoz". In conclusione un libro per lettori e stomaci forti, che hanno la forza e la pazienza di non abbandonarlo sul comodino all'ennesima allusione ai suoi avi giorgiani e alle loro poco significative vicende personali, tuttavia riscattate dalle insistenti allusioni alle vicende contemporanee, come pure ai tanti intrecci con avvenimenti e vicende del presente che lascio al volenteroso lettore di incontrare e valutare.

Renato Campinoti

10 luglio 2026

Luciano Bianciardi: La vita agra (Feltrinelli)

Dalla vendetta per i morti di Ribolla all'integrazione nel boom milanese.

Partito dalla sua Grosseto per la città di Milano, con l'intenzione di far saltare in aria il grattacielo sede della società responsabile della morte dei quaranta tre minatori della miniera di Ribolla, finirà per adattarsi, pur vedendone lucidamente i difetti, allo sviluppo caotico e disumano che il boom economico di quei primi anni sessanta indusse soprattutto nel nord Italia. Viene a contatto con l'ambiente giornalistico in rapido sviluppo, dove la logica è quella della massima resa, dove il capo pretende il massimo da tutti (non a caso soprannominato colonnello Maverick) e non perdona una assenza di un giorno pena, come avviene, il licenziamento, e dove le notizie nascono e muoiono di giorno in giorno. Diventa così inutile il suo tentativo di dare la notizia della tragedia di Ribolla a poco più di una decina di giorni dall'accaduto ("te l'ho detto", gli dice il caporedattore, "E' una notizia invecchiata"). Per un poco il protagonista va alla ricerca di personaggi che ricordino le figure più rappresentative della sua terra. Cerca anche collegamenti con le sezioni del PCI. Ed è qui che incontra Anna, di bell'aspetto, molto determinata nel proclamarsi rivoluzionaria. Sarà così che i due si innamorano. Lui lascia perdere la moglie e la figlioletta che ha lasciato al paesello, anche se sente la necessità di inviare l'assegno mensile per il loro sostentamento. La vita che sono costretti a fare, lui e Anna, è quella vita agra del titolo, sempre in bilico fra miseria e piccoli introiti, mentre intorno a loro cresce lo sviluppo urbano e l'industrializzazione del nord del Paese. Anche il rapporto tra i due perde la verve iniziale per ridursi quasi ad un'abitudine. Col passare del tempo anche le punte ironiche che pure Bianciardi sa introdurre nel racconto, tendono a svanire per far posto ad una prosa più di denuncia e di delusione della vita che il protagonista è costretto a fare. Lascio al lettore la scoperta delle pagine dove l'autore si esercita in lunghe dissertazioni, ancora ironiche, sulla base di una premessa: "questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena raccontarla". Comincia d'ora in poi una serie di denunce sulla solitudine delle persone nella metropoli ("Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare....") e si potrebbe andare avanti con la denuncia dell'ambiente inquinato, del costo dell'affitto e della miseria dei salari ecc. Alla fine, sarà lo stesso protagonista che si arrende ad una vita che offre davvero poche soddisfazioni. E l'autore avrà scritto uno dei più efficaci romanzi di denuncia dell'inganno che il richiamo del Nord sviluppato esercita su tanti italiani in quel periodo. Ottenendo anche un buon successo di pubblico e tuttora di grande attualità.

Renato Campinoti

02 luglio 2026

Kent Haruf: Le nostre anime di notte

La voglia di stare insieme e i pregiudizi della provincia americana

Kent Haruf è sicuramente lo scrittore che ha interpretato al meglio i valori e il sacrificio della gente dei centri minori della provincia americana. In questo romanzo, secondo me, va oltre le pur robuste esperienze fin qui narrate nella immaginifica cittadina di Holt nel Colorado. 
Non che manchi, ancora una volta, il riferimento al valore del lavoro e del ritrovarsi in una realtà dove tutti si conoscono e sono pronti a dare una mano. Al centro, tuttavia, di questo breve ma profondo romanzo, c'è qualcosa di nuovo: la solitudine e la difficoltà, ad una certa età, di ricomporre le famiglie dove, col tempo, tutti hanno preso la loro strada. 
Bellissima, anzitutto, l'iniziativa di Addie Moore di invitare Luis, solo e vedovo come lei, ad andare a trovarla e cominciare a dormire con lei. "Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola". 
Ecco il primo tema che viene al centro di questo ultimo, formidabile, libro di Haruf: la solitudine, di tante persone, degli anziani prima di tutto, quando rimangono vedovi, i figli hanno preso la loro strada, gli altri sono troppo impegnati per fermarsi a fare loro compagnia. Solo un'altra solitudine può servire a rompere la propria, di solitudine, a tornare a sentirsi importante per qualcuno. 
Non voglio forzare l'intenzione dello scrittore, ma mi pare che in questa occasione Haruf vada a cogliere quello che è sicuramente uno dei temi fondamentali delle società occidentali: l'allungamento della vita media, i differenti percorsi e tempi di vita delle persone, le famiglie più giovani sempre più preda di problemi interni e ripiegate su se stesse, e dove tutto ciò fa emergere il grande deficit di socialità e, di conseguenza, il bisogno di trovare forme più o meno organizzate per favorire un nuovo senso alla vita di tante persone sole. 
Per chi, come il sottoscritto, tocca ogni giorno con mano il valore che le persone attribuiscono alla vita associata e alle finalità solidali in grado di dare senso al loro impegno, trova senz'altro in questo libro uno spunto importante per rendere ancora più significativo il valore delle Associazioni di volontariato rivolte ad offrire occasioni di impegno ma anche di supporto per le persone anziane. Detto tutto ciò, va dato merito, tra le le altre cose, al grande scrittore americano, di aver reso così dolce e commovente l'incontro tra i due, Addie e Luis, nessuno dei quali, come si diranno nelle notte passate a parlare tra loro, sono stati degli stinchi di santo. 
Anche questo trovare il coraggio di raccontare anche gli errori, le cose per loro stessi sbagliate delle esperienze di vita, è un tassello non banale di una letteratura che vuole aiutarci a cogliere negli anni in più delle nostre vite la capacità di dare più valore alle esperienze e ai rapporti che ci capita di incontrare. Non un romanzo intimista, insomma, ma un'opera di riflessione per imparare che la crescita e la qualità della vita non hanno età. 
L'altro filone di grande interesse che ci consegna questo libro ultimo di Haruf è una visione tutt'altro che idilliaca della provincia americana. Ci sono, in verità, nel racconto, alcune figure che, per ragioni di affinità con i personaggi principali o altro, dimostrano di capire e accettare la scelta di convivenza notturna dei due protagonisti. Restano tuttavia, queste figure, minoritarie e ininfluenti rispetto a molti cittadini, quelli anzitutto che passano molto tempo nei peggiori luoghi di aggregazione, i bar di provincia, dove la loro esperienza viene giudicata a dir poco da benpensanti. Tanto da riversarsi sull'atteggiamento dello stesso figlio di Addie. 
Il libro insomma non ci parla di questa esperienza che i due anziani intendono fare per sconfiggere solitudine e pregiudizi come di una vittoria, ma del suo esatto contrario: una bella novità sconfitta dai pregiudizi. Credo che su questo, sulla sopravvivenza di una cultura più arretrata e bigotta nella provincia americana, si debba tornare ancora una volta a riflettere, non fosse altro per capire la ragione della presa di certi slogan (quelli, per capirci, nostalgici di una presunta superiorità americana!) su una parte che sembra maggioritaria del popolo americano proprio nel tempo del declino della sua egemonia sul mondo. 
Che su una cosa del genere Haruf abbia provato ad aprirci gli occhi già nel 2015, anno della pubblicazione di questo suo bellissimo libro, è qualcosa che va ancora di più a suo merito e ci impone di consigliarne la lettura ad un pubblico più vasto possibile. (NN editore)

Renato Campinoti




29 giugno 2026

Caterina Perrone: Alexandre Dumas a Firenze (Angelo Pontecorboli Editore Firenze)

Davvero interessante e arricchente questo nuovo lavoro di Caterina Perrone sulla ripetuta presenza di Dumas a Firenze, che, tra l'altro, va ad arricchire la già notevole galleria di stranieri illustri, la maggior parte letterati, che l'editore Pontecorboli ha meritoriamente raccolto da scrittori fiorentini, spesso facenti parte del Gruppo Scrittori Firenze. 
A questo riguardo, mi permetto di valutare, da parte dello stesso GSF, una possibile presentazione collettiva, magari in forma di spettacolo, delle tante opere dedicate, in questa collana, agli stranieri, agli "inglesi", come hanno a loro tempo semplificato i fiorentini. Ne potrebbe venir fuori che, alla fine, il vero personaggio che emerge da un tale lavoro, è proprio lei, la nostra città con la sua ineguagliabile storia culturale e civile: chi altri ha visto nascere tanta pittura, scultura, prosa e poesia che ha dato vita al Rinascimento? Chi altri ha visto sovrani sentire la necessità di seguire l'illuminismo fino all'abolizione della pena di morte? 
Anche in occasione della rivisitazione che Caterina fa della presenza di Dumas in città, al centro della ricerca dei momenti di interesse reale del più prolifico scrittore della storia della letteratura, quello che emerge è il suo assoluto interesse per la storia delle casate fiorentine e delle loro vicende, a cominciare, naturalmente dai Medici. "Ritroviamo tante tracce nei suoi romanzi, quelli più famosi, che ha scritto non casualmente appena tornato dal terzo viaggio a Firenze". 
Ogni capitolo del libro che Caterina Perrone dedica alle visite di Dumas alla nostra città vede intrecciarsi le esperienze che il grande scrittore francese compie direttamente a Firenze con lo sviluppo di racconti e romanzi ambientati da noi. La Regina di Francia che emerge prepotente nella sua Margot non l'ha inventata ma l'ha ricostruita, anche se a tinte assai fosche secondo la reputazione che Caterina de Medici ha  avuto per secoli nel suo regno. E più avanti, nelle sue conclusioni, la Perrone ci fa notare come l'ha potuto fare per aver studiato e rappresentato a fondo i Medici. 
Particolarmente emblematico delle atmosfere, anche ambientali, che Dumas vive in città (perfino il "chiaro di luna" che gli fa immaginare immenso il grande Duomo e il Campanile della città!) è l'opera breve che dedica alla vicenda di Lorenzino e di suo cugino il conte Alessandro: "Una notte a Firenze sotto Alessandro dei Medici"
Ma l'interesse di Dumas per la nostra città lo vede impegnato a realizzare un'opera grandiosa (com'era nel suo stile) per la quale utilizza tutti le esperienze e gli appunti che nelle visite ai musei, alle biblioteche e, soprattutto al Gabinetto Viesseux, compie nelle sue instancabili giornate piene di feste ma anche di studi e di letture. Si tratta de "La Galérie de Florance", un'opera grandiosa, appunto, in ben sette volumi, che ripercorre tutte le tappe e tutti i maggiori personaggi e le più significative vicende della città di Firenze, comprese le culture che l'hanno preceduta nell'antichità, dal Medioevo ai suoi giorni. La segnalo volenitieri, così come fa la Perrone dettagliandone i contenuti fondamentali di tutti e sette i volumi, perchè "é anche la meno conosciuta" ma che "per dimensioni, intensità e valore culturale, supera forse le altre". 
Si tratta sicuramente per molti, a cominciare dal sottoscritto, di una vera e propria scoperta che questo utilissimo libro di Caterina ci permette di fare, comprendendo meglio così anche la concezione "popolare" della scrittura di Dumas, lui figlio della Rivoluzione francese, che, come nota la storica Laetitia Levantis riportata da Caterina Perrone: "...la sua concezione della storia in generale, che considera un soggetto 'popolare' e utile ai suoi lettori. È in virtù di questo convincimento che egli accorda grande importanza all'accessibilità del sapere e della cultura". 
Un grazie davvero a Caterina Perrone e all'editore Pontecorboli per questo ulteriore, utilissimo volume.

Renato Campinoti

21 giugno 2026

Isaac Asimov: Io, robot (mondadori)



 Isaac Asimov: Io, robot

L'attualità di un conflitto tra l'uomo e le nuove tecnologie

Consiglio a tutti, immersi nel dibattito sul senso e i rischi dell'AI, di andare a rileggersi questo iconico libro di un grande come Asimov, capace già nel 1950, quando fu pubblicato, di intravedere lo scenario che si sarebbe potuto aprire quando la tecologia andava a impattare con le facoltà umane. Nel libro, come è noto, sono presi in considerazione, lungo i 9 racconti che lo compongono (legati strettamente l'uno a l'altro), gli sviluppi tecnologici in quel periodo affidati alla evoluzione della robotica che, oltre ad essere applicata, come avvenne, ai processi produttivi in gran parte collegati allo straordinario sviluppo della industria automobilistica, si poteva immaginare potesse avere anche una evoluzione di carattere intellettivo. Non a caso, al centro dei racconti del grande scrittore russo, c'è la scoperta dei robot "positronici", così chiamati senza un'ulteriore specificazione, per dire dell'evoluzione cerebrale delle macchine e della loro evoluzione in senso "umano". Proprio per evitare che i robot possano diventare dei veri e propri concorrenti pericolosi per l'uomo, nella programmazione dei loro "cervelli" vengono inserite le "Tre leggi fondamentali della robotica": 1. Un robot non può arrecare danno a un essere umano o, mancando di agire, lasciare che un essere umano subisca un danno. 2. Un robot deve obbedire agli ordini che riceve da un essere umano, se ciò non è in conflitto con la Prima Legge. 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, se ciò non è in conflitto con la Prima e la Seconda Legge. Già l'invenzione di queste "leggi" qualificano la genialità intorno a cui Asimov fa sviluppare i suoi racconti, via via più impegnativi per la salvaguardia della sicurezza umana in confronto all'evoluzione delle macchine. Avviene così che, racconto dopo racconto, tale sicurezza umana è messa alla prova proprio dall'uomo stesso se e in quanto, in qualità di costruttore dei robot, non sia lui stesso a compiere l'errore (ammesso che sia tale e non volontario) che può portare i robot a infrangere senza conseguenze una delle tre Leggi Fondamentali, rischiando di ribaltare la gerarchia tra l'uomo e la macchina. Come non avvertire qui l'eco del dibattito attuale, accesosi sull'uso della stessa AI, al cui proposito perfino il Papa ha sentito il bisogno di mettere in guardia l'umanità, addirittura individuando in tale evoluzione della tecnologia da parte dell'uomo, un nuovo capitolo, non meno impegnativo e drammatico, di quello che il suo predecessore, in termini nominativi Leone XIII, individuò nello sviluppo del capitalismo industriale e nella formazione della classe operaia nella sua enciclica "Rerum Novarum". Se si pone mente  alle drammache vicende di guerra aperte in questo momento nel mondo e alle ragioni legate,oltre che ai conflitti religiosi, al controllo delle materie prime necessarie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si può apprezzare quello che Asimov, in questo davvero profetico libro, fa dire ad uno dei più saggi dei suoi personaggi: "Ogni epoca dello sviluppo umano...ha visto un tipo particolare di conflitto, un genere specifico di problema che sembrava ammettere come unica soluzione la violenza. E, ogni volta, con somma frustrazione di tutti, la violenza non si è dimostrata in grado di risolverlo definitivamente, e il problema si è perpetutato lungo tutta una sequela di conflitti". In conclusione, insomma, dal grande scrittore che trovò nell'America, in quel periodo nuovo leader del mondo, la sua nuova Patria, viene ancora oggi, quando sullo scenario mondiale si affacciano nuove potenze globali, un monito a guardare con attenzione se non con diffidenza a ciò che si cela dietro un indubitabile sviluppo della scienza, sempre a rischio tuttavia di essere asservito da coloro, come sembra stia avvenendo, in grado di impossessarsene per fini non collettivi ma personali.

Renato Campinoti

11 giugno 2026

Fëdor Dostoevskij: Le notti bianche

Si tratta di un libro che ha avuto molto successo, anche cinematografico (basti pensare al film del 1957 di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni e Maria Shell!) Merita tuttavia di essere letto ancora per molti motivi. Anzitutto perché, a mio parere, è un testo che introduce, seppure in forma lirica, i temi della crisi dell'individuo e della sua introspezione che il grande scrittore russo riprenderà nei romanzi della sua maturità, da Delitto e Castigo, l'Idiota, I demoni, il Giocatore ecc. fino al culmine della cattiveria umana nei Fratelli Karamazov. 
Ma dovrà passare l'esperienza del periodo "socialista", dell'arresto fino all'allineamento davanti al plotone d'esecuzione fermato solo all'ultimo minuto dalla grazia concessa dallo Zar. Dunque un romanzo anticipatore, dove tuttavia l'autore celebra anche due altre cose. Anzitutto l'amore suo per la città di San Pietroburgo: solo lì si possono vivere giornate che non finiscono mai, dove le notti sono bianche perché, come i due giovani del racconto, non vanno a dormire, ma anche perché in quella meravigliosa città rimane sempre un chiarore di fondo. 
Chi non ha letto da qualche parte il famoso incipit: "Era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse possono esistere solo quando si è giovani... Il cielo era così stellato, era un cielo così limpido che, dopo averlo guardato, senza volerlo veniva da chiedersi se sotto un cielo del genere potessero vivere uomini stizziti e bizzosi". 
Nel racconto, come è noto, le strade, i palazzi e quartieri di San Pietroburgo ricorrono continuamente, sottolineando l'attaccamento di Dostoevskij alla città. 
L'altro aspetto di interesse di questo racconto giovanile è il carattere dei personaggi, il sognatore che, senza un nome, supera dapprima la sua solitudine affollata tuttavia di personaggi, nell'incontro con la misteriosa ragazza che prima lo illude e lo fa sognare, poi lo fa soffrire per la scelta dell'altro da parte della giovane, poi lo illude e infine lo rigetta nelle ambasce da cui era posseduto prima dell'incontro. 
Il tema della fantasia, delle illusioni, dei mondi immaginati predomina sulla realtà dei fatti per un lungo tratto del romanzo, per ritornare infine, come avverrà anche nei romanzi più impegnativi, con i piedi per terra e nella dura realtà. Ancora una volta mi avvalgo dell'AI per una più puntuale descrizione del racconto e dei temi richiamati.
Renato Campinoti

Di cosa parla
Un narratore senza nome, “il sognatore”, gira da solo per San Pietroburgo di notte durante le “notti bianche” - quelle d’estate in cui non fa mai buio vero. La quarta notte incontra Nasten’ka, una ragazza che piange su un ponte. Lei aspetta l’amato che è partito un anno prima. Lui si offre di ascoltarla. Nasce un’amicizia di 4 notti: lui si innamora, lei vede in lui solo un amico/confidente. L’ultima notte arriva la risposta della lettera… e lui capisce come va a finire.
Perché è bello
È tutto in 4 notti. Zero trame complicate. Solo dialoghi, silenzi, speranze. Dostoevskij ti fa sentire l’ansia dell’attesa come se fossi lì sul ponte con loro.
Il “sognatore” sei tu. Il protagonista vive di più nei suoi sogni che nella realtà. Ti specchi subito se ti è capitato di idealizzare una persona.
Finale amaro ma dolcissimo. Niente colpi di scena. È la delusione più umana del mondo: amare qualcuno che ne ama un altro. L’ultima frase ti spacca il cuore, ma con tenerezza.
Temi in 2 righe
Solitudine vs connessione: 2 persone sole che per 3 notti si salvano a vicenda.
Realtà vs sogno: lui ha paura che l’amore reale rovini il sogno perfetto che si è costruito.

Pietà: Dostoevskij qui non è ancora cupo come in Delitto e castigo. È malinconico, gentile.

AI







08 giugno 2026

Piergiorgio Pulixi: La libreria dei gatti neri

Quando solitudine e dolore diventano insopportabili

È la prima volta che leggo un libro di questo giallista affermato sia in Italia che all'estero. Devo dire che si sente la mano di uno scrittore di rango, sia per il ritmo della scrittura che per la trama. 

Particolarmente affascinante la figura del protagonista, Marzio Montecristo, di Cagliari, costretto ad arrendersi alla sorte quando, da insegnante, viene a conoscenza di un terribile caso di violenze familiari da parte del padre di un suo alunno e non sa trattenersi dall'infliggere una dura lezione di pugni e schiaffi al personaggio negativo. 

Licenziato in tronco dall'attività di cui era orgoglioso, particolarmente dotato di una rara sensibilità verso i giovanissimi, da loro ricambiato, si mette a fare il libraio con un impegno finanziario particolarmente oneroso. 

Simpatica la denominazione che finirà per assumere la libreria, dei gatti neri appunto, per l'arrivo di due felini di pelo scuro che decidono di insediarsi all'interno dei locali del negozio di libri, che verranno chiamati Miss Marple, la gatta, e Poirot il maschio. 

Sempre irascibile e pronto a litigare con ogni cliente che arriva con domande poco pertinenti, il nostro verrà aiutato a uscire dai guai da Patricia, una collaboratrice di origini eritree, molto giovane e molto paziente, che si incarica di sostituirlo con i clienti ogni volta che si renda necessario. Ma la parte più interessante del racconto è rappresentata dal gruppo di lettura che, a seguito della decadenza della vecchia animatrice, colpita dal morbo di Parkinson, si viene a ricostituire in forma di gruppo di indagine, parallela a quella giudiziaria e che finirà per aiutare la stessa polizia incaricata di indagare su alcuni brutali assassini. 

A proposito del quale, si tratta di qualcuno che, entrato nelle abitazioni delle vittime, le mette di fronte a scelte drammatiche, lasciando loro un solo minuto (il tempo del giro di clessidra) e finisce sempre per fare morti col suo passaggio. 

Interessante è il rapporto tra la poliziotta incaricata delle indagini, Angela Dimase, e il nostro libraio, da cui si dipanerà una parte importante delle intuizioni che porteranno alla soluzione della gravissima vicenda. Senza, ovviamente, spoilerare niente dei risultati cui perverranno i nostri, resta da dire che, ancora una volta, vengono in primo piano i temi della solitudine e dei dolori familiari, purtroppo diffusi ampiamente nella società contemporanea. Anche per questo è un libro, ben scritto, che merita di essere letto.

Renato Campinoti