Renato Campinoti
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29 giugno 2026
Caterina Perrone: Alexandre Dumas a Firenze (Angelo Pontecorboli Editore Firenze)
Renato Campinoti
21 giugno 2026
Isaac Asimov: Io, robot (mondadori)
Isaac Asimov: Io, robot
L'attualità di un conflitto tra l'uomo e le nuove tecnologie
Consiglio a tutti, immersi nel dibattito sul senso e i rischi dell'AI, di andare a rileggersi questo iconico libro di un grande come Asimov, capace già nel 1950, quando fu pubblicato, di intravedere lo scenario che si sarebbe potuto aprire quando la tecologia andava a impattare con le facoltà umane. Nel libro, come è noto, sono presi in considerazione, lungo i 9 racconti che lo compongono (legati strettamente l'uno a l'altro), gli sviluppi tecnologici in quel periodo affidati alla evoluzione della robotica che, oltre ad essere applicata, come avvenne, ai processi produttivi in gran parte collegati allo straordinario sviluppo della industria automobilistica, si poteva immaginare potesse avere anche una evoluzione di carattere intellettivo. Non a caso, al centro dei racconti del grande scrittore russo, c'è la scoperta dei robot "positronici", così chiamati senza un'ulteriore specificazione, per dire dell'evoluzione cerebrale delle macchine e della loro evoluzione in senso "umano". Proprio per evitare che i robot possano diventare dei veri e propri concorrenti pericolosi per l'uomo, nella programmazione dei loro "cervelli" vengono inserite le "Tre leggi fondamentali della robotica": 1. Un robot non può arrecare danno a un essere umano o, mancando di agire, lasciare che un essere umano subisca un danno. 2. Un robot deve obbedire agli ordini che riceve da un essere umano, se ciò non è in conflitto con la Prima Legge. 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, se ciò non è in conflitto con la Prima e la Seconda Legge. Già l'invenzione di queste "leggi" qualificano la genialità intorno a cui Asimov fa sviluppare i suoi racconti, via via più impegnativi per la salvaguardia della sicurezza umana in confronto all'evoluzione delle macchine. Avviene così che, racconto dopo racconto, tale sicurezza umana è messa alla prova proprio dall'uomo stesso se e in quanto, in qualità di costruttore dei robot, non sia lui stesso a compiere l'errore (ammesso che sia tale e non volontario) che può portare i robot a infrangere senza conseguenze una delle tre Leggi Fondamentali, rischiando di ribaltare la gerarchia tra l'uomo e la macchina. Come non avvertire qui l'eco del dibattito attuale, accesosi sull'uso della stessa AI, al cui proposito perfino il Papa ha sentito il bisogno di mettere in guardia l'umanità, addirittura individuando in tale evoluzione della tecnologia da parte dell'uomo, un nuovo capitolo, non meno impegnativo e drammatico, di quello che il suo predecessore, in termini nominativi Leone XIII, individuò nello sviluppo del capitalismo industriale e nella formazione della classe operaia nella sua enciclica "Rerum Novarum". Se si pone mente alle drammache vicende di guerra aperte in questo momento nel mondo e alle ragioni legate,oltre che ai conflitti religiosi, al controllo delle materie prime necessarie allo sviluppo delle nuove tecnologie, si può apprezzare quello che Asimov, in questo davvero profetico libro, fa dire ad uno dei più saggi dei suoi personaggi: "Ogni epoca dello sviluppo umano...ha visto un tipo particolare di conflitto, un genere specifico di problema che sembrava ammettere come unica soluzione la violenza. E, ogni volta, con somma frustrazione di tutti, la violenza non si è dimostrata in grado di risolverlo definitivamente, e il problema si è perpetutato lungo tutta una sequela di conflitti". In conclusione, insomma, dal grande scrittore che trovò nell'America, in quel periodo nuovo leader del mondo, la sua nuova Patria, viene ancora oggi, quando sullo scenario mondiale si affacciano nuove potenze globali, un monito a guardare con attenzione se non con diffidenza a ciò che si cela dietro un indubitabile sviluppo della scienza, sempre a rischio tuttavia di essere asservito da coloro, come sembra stia avvenendo, in grado di impossessarsene per fini non collettivi ma personali.
Renato Campinoti
11 giugno 2026
Fëdor Dostoevskij: Le notti bianche
Si tratta di un libro che ha avuto molto successo, anche cinematografico (basti pensare al film del 1957 di Luchino Visconti con Marcello Mastroianni e Maria Shell!) Merita tuttavia di essere letto ancora per molti motivi. Anzitutto perché, a mio parere, è un testo che introduce, seppure in forma lirica, i temi della crisi dell'individuo e della sua introspezione che il grande scrittore russo riprenderà nei romanzi della sua maturità, da Delitto e Castigo, l'Idiota, I demoni, il Giocatore ecc. fino al culmine della cattiveria umana nei Fratelli Karamazov.
Renato Campinoti
Di cosa parla
Un narratore senza nome, “il sognatore”, gira da solo per San Pietroburgo di notte durante le “notti bianche” - quelle d’estate in cui non fa mai buio vero. La quarta notte incontra Nasten’ka, una ragazza che piange su un ponte. Lei aspetta l’amato che è partito un anno prima. Lui si offre di ascoltarla. Nasce un’amicizia di 4 notti: lui si innamora, lei vede in lui solo un amico/confidente. L’ultima notte arriva la risposta della lettera… e lui capisce come va a finire.
Perché è bello
È tutto in 4 notti. Zero trame complicate. Solo dialoghi, silenzi, speranze. Dostoevskij ti fa sentire l’ansia dell’attesa come se fossi lì sul ponte con loro.
Il “sognatore” sei tu. Il protagonista vive di più nei suoi sogni che nella realtà. Ti specchi subito se ti è capitato di idealizzare una persona.
Finale amaro ma dolcissimo. Niente colpi di scena. È la delusione più umana del mondo: amare qualcuno che ne ama un altro. L’ultima frase ti spacca il cuore, ma con tenerezza.
Temi in 2 righe
Solitudine vs connessione: 2 persone sole che per 3 notti si salvano a vicenda.
Realtà vs sogno: lui ha paura che l’amore reale rovini il sogno perfetto che si è costruito.
Pietà: Dostoevskij qui non è ancora cupo come in Delitto e castigo. È malinconico, gentile.
AI
08 giugno 2026
Piergiorgio Pulixi: La libreria dei gatti neri
Quando solitudine e dolore diventano insopportabili
È la prima volta che leggo un libro di questo giallista affermato sia in Italia che all'estero. Devo dire che si sente la mano di uno scrittore di rango, sia per il ritmo della scrittura che per la trama.
Particolarmente affascinante la figura del protagonista, Marzio Montecristo, di Cagliari, costretto ad arrendersi alla sorte quando, da insegnante, viene a conoscenza di un terribile caso di violenze familiari da parte del padre di un suo alunno e non sa trattenersi dall'infliggere una dura lezione di pugni e schiaffi al personaggio negativo.
Licenziato in tronco dall'attività di cui era orgoglioso, particolarmente dotato di una rara sensibilità verso i giovanissimi, da loro ricambiato, si mette a fare il libraio con un impegno finanziario particolarmente oneroso.
Simpatica la denominazione che finirà per assumere la libreria, dei gatti neri appunto, per l'arrivo di due felini di pelo scuro che decidono di insediarsi all'interno dei locali del negozio di libri, che verranno chiamati Miss Marple, la gatta, e Poirot il maschio.
Sempre irascibile e pronto a litigare con ogni cliente che arriva con domande poco pertinenti, il nostro verrà aiutato a uscire dai guai da Patricia, una collaboratrice di origini eritree, molto giovane e molto paziente, che si incarica di sostituirlo con i clienti ogni volta che si renda necessario. Ma la parte più interessante del racconto è rappresentata dal gruppo di lettura che, a seguito della decadenza della vecchia animatrice, colpita dal morbo di Parkinson, si viene a ricostituire in forma di gruppo di indagine, parallela a quella giudiziaria e che finirà per aiutare la stessa polizia incaricata di indagare su alcuni brutali assassini.
A proposito del quale, si tratta di qualcuno che, entrato nelle abitazioni delle vittime, le mette di fronte a scelte drammatiche, lasciando loro un solo minuto (il tempo del giro di clessidra) e finisce sempre per fare morti col suo passaggio.
Interessante è il rapporto tra la poliziotta incaricata delle indagini, Angela Dimase, e il nostro libraio, da cui si dipanerà una parte importante delle intuizioni che porteranno alla soluzione della gravissima vicenda. Senza, ovviamente, spoilerare niente dei risultati cui perverranno i nostri, resta da dire che, ancora una volta, vengono in primo piano i temi della solitudine e dei dolori familiari, purtroppo diffusi ampiamente nella società contemporanea. Anche per questo è un libro, ben scritto, che merita di essere letto.
Renato Campinoti
03 giugno 2026
Susan Abulhawa: Ogni mattina a Jenin
Un libro che se non ci fosse stato, andrebbe scritto ora. La grande qualità della scrittrice è proprio quella di scrivere un romanzo che, attraverso la forma della saga familiare, porta il lettore a conoscere la radice dei drammi che il mondo d'oggi è costretto a vivere. Perchè se è vero che la prima vittima delle scelte operate nel dopoguerra, con la decisione di permettere la creazione dello Stato d'Israle, è il popolo Palestinese, lo sviluppo del racconto ci ci fa vedere come gli stessi israeliani finiscano per rimanere impigliati in una trama di guerre e di violenze da cui, soprattutto oggi, non sanno loro stessi come uscirne. Si capisce così perchè, dopo che si è consumato l'attentato del 7 Ottobre 2024 e l'inarrestabile carneficina di Gaza da parte dell'esercito di Israele, nessuno sembra più in grado di uscire dalla logica della guerra continua ed è scomparsa anche sola l'astratta pronuncia dell'idea di una pacificazione attraverso la creazione di due Stati. Ma veniamo alle caratteristiche proprie del romanzo, per spiegare il quale mi sono avvalso dell'AI.
*Ogni mattina a Jenin* di Susan Abulhawa è un romanzo storico/familiare uscito nel 2006. È stato tradotto in 30 lingue e ha fatto discutere tanto perché racconta la Nakba e i decenni successivi dal punto di vista di una famiglia palestinese. Non è un saggio politico: è una saga che parte dal 1948 e arriva al 2002.
Di cosa parla
Segui 4 generazioni della famiglia Abulheja, da Ein Hod, villaggio vicino a Haifa, fino al campo profughi di Jenin.
Protagonista centrale è *Amal*, nata nel campo dopo che la famiglia viene cacciata dalla sua terra. La storia alterna la sua voce da adulta con capitoli su sua madre Dalia, sua sorella Ismael rapito da bambina, suo fratello Yousef, sua zia Khadija.
È una storia di perdita, esilio, guerra, ma anche di vita quotidiana: matrimoni, figli, scuola, odio, amore.
Perché colpisce
1. *Ti fa entrare in una storia che di solito leggi solo sui giornali*. Abulhawa non ti spiega la politica. Ti mostra la colazione di una famiglia, il giardino di ulivi, la casa con le chiavi ancora in mano, e poi il momento in cui devi scappare. Il dolore diventa concreto, non astratto.
2. *I personaggi sono vivi, non simboli*. Amal è rabbiosa e confusa, Yousef è testardo, Dalia è fragile. Litigano, sbagliano, si amano. Non sono “i palestinesi”, sono persone.
3. *La scrittura è diretta e cinematografica*. Frasi corte, scene forti, poco lirismo inutile. Si legge veloce anche se tratta temi pesanti.
I punti più forti
- *L’esilio del 1948*: il capitolo in cui la famiglia fugge da Ein Hod è devastante. La madre che porta solo le chiavi di casa pensando di tornare “domani mattina”. Da lì nasce il titolo.
- *La vita nel campo profughi di Jenin*: Abulhawa ci è nata. Descrive la polvere, il fango, la dignità e la rabbia che crescono insieme. Non romanticizza la povertà.
- *Il tema dell’identità*: Amal nasce apolide, cresce tra libri e odio, e per tutta la vita si chiede “chi sono io se non ho una terra?”. È il cuore del libro.
I limiti
1. *Parte un po’ melodrammatica*. Le prime 100 pagine hanno toni da feuilleton: amori, tradimenti, il bambino rapito. Alcuni lettori lo trovano troppo “telenovela”. Poi il tono si fa più maturo e politico.
2. *È di parte, chiaramente*. Abulhawa non cerca il “bilanciamento”. Racconta la sua verità, quella dei profughi.
3. *Alcune parti storiche sono romanzate*. È finzione, non saggio. I fatti storici di base ci sono, ma i dialoghi e i dettagli sono inventati.
Temi centrali
- *Esilio e memoria*: le chiavi, la terra, il nome del villaggio. Come si vive quando “casa” è solo un ricordo.
- *Violenza che si trasmette*: da una generazione all’altra. Figli che nascono già arrabbiati.
- *Donne e guerra*: Amal, Dalia, Khadija. Le donne tengono in piedi la famiglia mentre gli uomini fanno la guerra o scappano.
- *Colonialismo e perdita*: non solo di terra, ma di lingua, dignità, futuro.
Voto: 8/10
Non è letteratura alta alla Flaubert. È un romanzo popolare, ma necessario. Ti prende allo stomaco e ti fa capire perché “il conflitto” non è una mappa con frecce, è la storia di famiglie come la tua.
*Leggilo se*: vuoi capire la Nakba dal punto di vista umano, ti piacciono le saghe familiari tipo _Il cacciatore di aquiloni_, vuoi una storia che ti fa arrabbiare e piangere.
*Nota*: In Israele il libro è stato inizialmente censurato e ritirato. Questo ti dice già molto su quanto dà fastidio.
Ogni mattina a Jenin salta avanti di decenni e ha tanti personaggi, quindi è facile perdersi. Faccio lo schema per generazioni, come un albero genealogico + funzione narrativa.
Generazione 1: Quelli della terra - Ein Hod, 19481. Hassan Abulheja - Il patriarca
Contadino di ulivi, testardo, legato alla terra. Muore difendendo il villaggio nel ’48.
Funzione: Rappresenta il legame con la Palestina pre-Nakba. La sua morte = fine del mondo vecchio.2. Dalia Abulheja - La madre
Sposa Hassan giovanissima, ingenua. Dopo la fuga tiene strette le chiavi di casa e il vestito da sposa, convinta di tornare “domani mattina”.
Funzione: La madre che non si riprende mai dall’esilio. Il suo dolore passa ai figli. È la memoria del trauma.3. Zio Mahmoud - Il fratello di Hassan
Saggio, legge libri, crede nell’istruzione. È la coscienza morale della famiglia.
Funzione: La voce della ragione e della cultura in mezzo al caos.
Generazione 2: I figli dell’esilio - Nati tra ’48 e ’67. Ismael Abulheja - Il primogenito rapito
Ha 5 anni quando l’esercito israeliano lo porta via dal villaggio. Cresce come “David” in una famiglia ebrea.
Funzione: È la lacerazione assoluta. Stessa persona, due identità, due schieramenti. È il ponte più doloroso del romanzo.5. Yousef Abulheja - Il fratello minore di Amal
Nato nel campo, orgoglioso, impulsivo. Entra nella resistenza dopo la morte del padre.
Funzione: La rabbia della seconda generazione. Quello che non ha mai visto la terra, ma è pronto a morire per lei.6. Khadija Abulheja - La zia
Sorella di Hassan. Donna forte, pratica, tiene unita la famiglia nel campo.
Funzione: La madre di tutti. È lei che cucina, cura, sgrida. Rappresenta la resilienza quotidiana.
Generazione 3: La protagonista - Nata nel campo7. Amal Abulheja - La narratrice
Nasce nel campo profughi di Jenin nel 1957. Studia, legge, si innamora, parte per gli USA, torna. Porta avanti tutta la storia con la sua voce da adulta.
Funzione: È il “noi” del romanzo. Gli occhi del lettore. Attraverso di lei vedi 50 anni di storia palestinese: Naksa del ’67, Libano, Intifada, Oslo, Jenin 2002.8. Kamal - Il marito di Amal
Palestinese-americano che sposa a Boston. Più moderato di lei.
Funzione: Il confronto tra esilio in Occidente e esilio nel campo. L’amore che cerca di stare in piedi tra due mondi.
Generazione 4: Il futuro9. Sara e Nur - Le figlie di Amal
Nascono negli USA ma con identità divisa. Sara è più integrata, Nur più ribelle e legata alla causa.
Funzione: La domanda finale del libro: cosa significa essere palestinese se sei nato lontano dalla terra? La storia continua .
Personaggi “specchio” fuori dalla famiglia
10. David/Ismael - Lo stesso Ismael, ma versione israeliana
Cresce soldato, non sa di essere palestinese. Quando lo scopre va in crisi totale.
Funzione: Abulhawa lo usa per dire: il conflitto spacca le persone a metà. Non ci sono solo “vittime” e “carnefici”, ci sono vite rubate da entrambe le parti.
26 maggio 2026
Gustave Flaubert: Madame Bovary
Il romanzo dell'insoddisfazione della donna nel ruolo di moglie
Mi ha fatto venire in mente "Anna Karenina" di Tolstoy che, dall'insoddisfazione del proprio ruolo nell'aristocrazia russa, si trasferisce a Emma nella piccola borghesia di provincia in Francia. Sono molte le impressioni che continua a suscitare un romanzo di questa natura, un classico per la letteratura sulla donna nell'era moderna. Mi sono avvalso anche della IA per dare una ripassata alla trama per i lettori e alcuni giudizi di carattere oggettivo che metto di seguito.
Madame Bovary di Gustave Flaubert è il romanzo che ha inventato il realismo moderno. Uscito nel 1857, ha fatto scandalo per “immoralità” e Flaubert finì pure a processo. Oggi sembra innocuo, ma ti fa male in un altro modo: ti mostra come ci si rovina la vita da soli.
Di cosa parla, senza spoiler grossi-
Emma Rouault sposa Charles Bovary, un medico di provincia bravo ma noioso. Lei ha letto troppi romanzi d’amore, si annoia, vuole “la vita vera” fatta di lusso, passione, Parigi. Così si inventa un’esistenza diversa attraverso due amanti, i debiti e l’ostentazione. Finisce male. Non per colpa del destino, ma perché Emma confonde il desiderio con la realtà.
Perché funziona ancora nel 2025
Emma è il primo personaggio moderno insoddisfatto. Non è cattiva, non è stupida. È vittima della sua immaginazione. Oggi la chiameremmo “consumatrice di estetica Instagram”: vuole la vita come si vede nei romanzi, non come è.
Flaubert non giudica. Non c’è un narratore che ti dice “Emma è una sciocca”. Ti mostra le scene, i dialoghi banali, i dettagli sgradevoli e ti lascia trarre le conclusioni. È fastidioso e onesto.
Lo stile è chirurgico. Flaubert riscriveva ogni frase 20 volte. Il risultato è una prosa che sembra semplice ma è perfetta. Ogni dettaglio inutile è stato tagliato. Per questo il libro non invecchia: non c’è retorica, solo osservazione.
I punti alti
Il ballo al castello di La Vaubyessard: Emma assaggia per 5 ore la vita che sogna. Flaubert descrive odori, musica, vestiti fino a farti sentire il profumo e poi ti ributta nel fango di Yonville. Contrasto brutale.
Le scene con Léon e Rodolphe: non c’è passione epica, c’è seduzione mediocre, bugie, noia. È realistico in modo scomodo.
Il finale: senza dire altro, è uno dei finali più lucidi sulla banalità del male e dell’autodistruzione.
I difetti, se così si possono chiamare
È lento. Le prime 100 pagine sono descrizioni di paese, chiacchiere da provincia, Charles che è insopportabile. Se cerchi ritmo da thriller molli qui.
E Charles: è così passivo che ti viene voglia di scuoterlo. Ma è voluto. Flaubert vuole mostrarti la mediocrità totale.
Temi centrali
Romanticismo vs realtà: Emma muore perché non accetta che la vita non sia un romanzo.
Borghesia e noia: Yonville è l’Italia di provincia, la Francia di provincia, qualunque posto dove “non succede mai niente”.
Sguardo femminile: per il 1857 è rivoluzionario. Flaubert entra nella testa di una donna con una precisione che pochi autori uomini hanno mai raggiunto.
Voto: 9/10
È scomodo, preciso, senza pietà. Non ti fa amare Emma, ti fa capire come si diventa Emma. E questo è peggio.
Leggilo se: ti piace Dostoevskij, Elena Ferrante, o ti interessa come nasce l’insoddisfazione moderna.
Non leggerlo se: vuoi una storia d’amore romantica. Non lo è. È l’autopsia di un’illusione d’amore.
In Madame Bovary i personaggi secondari non fanno da contorno: sono il meccanismo che tiene prigioniera Emma. Flaubert li usa per mostrare come la provincia costruisce la sua gabbia.
Ecco i 5 che contano davvero:
Charles Bovary - Il marito
Medico mediocre, buono, goffo, innamorato ciecamente. È il simbolo della mediocrità contenta.
Non capisce mai cosa vuole Emma, non perché sia cattivo, ma perché non ha gli strumenti per immaginarlo. Dopo la morte di lei diventa patetico, ma è patetico dall’inizio.
Funzione: rappresenta la vita “normale” che Emma rifiuta. Flaubert lo descrive con una pietà crudele.
Léon Dupuis - Il primo amante
Impacciato, sognatore, timido. Lavora in uno studio legale a Yonville. È giovane, legge i tuoi stessi romanzi, ti fa sentire meno sola.
La loro storia inizia a fuoco lento e muore per timidezza e mancanza di soldi. Poi ritorna alla fine, più sicuro di sé, e la rovina.
Funzione: l’amore “letterario”. Con lui Emma recita la parte della protagonista romantica. È vuoto, ma lei non se ne accorge.
Rodolphe Boulanger - Il secondo amante
Proprietario terriero, 34 anni, cinico, esperto di donne. Non cerca l’amore, cerca il divertimento. Seduce Emma con frasi fatte e passeggiate nei boschi.
Quando si annoia, la lascia con una lettera che è diventata famosa per la sua banalità crudele.
Funzione: l’illusione della passione. Con lui Emma capisce che anche “l’avventura” è noiosa se sei tu il problema.
Homais - Il farmacista
Il borghese perfetto dell’800. Volubile, vanitoso, anticlericale, progressista a chiacchiere. Parla di scienza, politica, igiene, ma è solo presuntuoso.
È ossessionato dall’apparire moderno e dal farsi notare. Diventa consigliere comunale, vince premi, scrive sul giornale locale.
Funzione: la voce della provincia che si crede illuminata. È comico e odioso, e Flaubert lo odia apertamente. È l’antitesi di Emma: lei vuole fuggire dalla realtà, lui la banalizza per farci carriera.
M. Lheureux - L’usuraio
Mercante di stoffe e tutto il resto. Gentile, sorridente, paziente. È lui che fornisce a Emma le stoffe, i mobili, i prestiti per mantenere l’illusione del lusso.
Non alza mai la voce. Aspetta. E quando è il momento, ti strozza con gli interessi.
Funzione: il capitalismo predatorio in forma umana. È il vero motore della tragedia. Senza di lui Emma non potrebbe indebitarsi fino alla rovina.
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Come usarli per leggere il libro meglio
Pensa a Yonville come a un sistema chiuso:
Charles = la gabbia legale
Homais = la gabbia ideologica, il chiacchiericcio
Léon e Rodolphe = le vie di fuga illusorie
Lheureux = il conto che arriva alla fine
Nessuno di loro è “cattivo” nel senso melodrammatico. Sono normali, e proprio per questo sono pericolosi. Flaubert dice: non ti rovina un mostro. Ti rovina la gente che incontri tutti i giorni.
Renato Campinoti con la collaborazione di AI
23 maggio 2026
Philip K. Dick: Ubik
Trama
Anno 1992. Il mondo è metà cyberpunk metà anni '60. La tecnologia permette di “ibernare” i morti in stato di animazione sospesa, e di comunicare con loro tramite “telepatia a pagamento”. Le corporation usano telepati e anti-telepati per spiare la concorrenza.
Glen Runciter dirige una di queste agenzie anti-telepatiche. Durante una missione su Luna, lui e la sua squadra restano coinvolti in un’esplosione. Runciter muore e viene ibernato. Ma da quel momento oggetti, persone, messaggi cominciano a regredire nel tempo. Sigarette diventano senza filtro, l’ascensore diventa a fune, il 1992 scivola indietro verso il 1939.
E qualcuno lascia messaggi che dicono: “Usa Ubik”. Ubik è un prodotto spray misterioso che sembra fermare la regressione.
Da qui il romanzo diventa una caccia: chi è morto? Chi è vivo? Chi sta sognando chi?
I temi centrali - il Dick-pensiero al 100%
a. La realtà è solida?
Dick non fa il gioco del “tutto era un sogno”. La domanda è peggiore: e se la realtà fosse una cosa che si consuma, si logora, come un oggetto di plastica lasciato al sole? In Ubik il mondo si “desincronizza”. È la sua ossessione perenne: la realtà come consenso fragile.
b. Morte e comunicazione
L’ibernazione “moratorium” permette di parlare con i morti. Ma chi parla? Il morto, o un’eco? Dick mette in scena il terrore borghese americano degli anni ‘60: la morte non è più definitiva, ma diventa un servizio a consumo. Macabro e comico insieme.
c. Il tempo che va al contrario
Non è viaggio nel tempo. È entropia. Tutto invecchia, si consuma, torna a uno stato primitivo. È l’ansia del capitalismo che produce e consuma. Le marche diventano anni ‘30, i prodotti spariscono. Dick, che era sempre al verde, mette in scena il panico di perdere anche l’oggetto più banale.
d. Dio, o il suo sostituto
Ubik è un prodotto commerciale, ma funziona come un dio personale. Ti parla, ti salva, è onnipresente. Dick era affascinato da questo: in un mondo senza Dio, il mercato crea i suoi feticci. Il nome “Ubik” viene dal latino ubique = ovunque.
Perché funziona e perché è difficile
Cosa funziona alla grande:
Ritmo claustrofobico: Dopo 50 pagine non capisci più nulla, e questo è voluto. La regressione del mondo ti trascina giù anche come lettore. È ansia pura.
Dialoghi cinici e veloci: Dick scrive come se i personaggi fossero sempre in ritardo su qualcosa. Zero fronzoli.
Finale a scatole cinesi: Non te lo rovino. Ma è uno dei finali che ti fa tornare indietro a rileggere tutto con occhi diversi. E non c’è una “soluzione” unica.
Cosa può infastidire:
È ambiguo di proposito: Se vuoi risposte nette, ti arrabbi. Dick non le dà. Vuole che esci dal libro con la stessa incertezza dei personaggi.
Il tono: Passa dal noir al surreale al pubblicitario in 2 pagine. Alcuni lo trovano geniale, altri fastidioso.
Tecnologia datata: Il 1992 di Dick è pieno di telefoni a gettoni e macchine volanti. Ignoralo. Non è il punto.
Il verdetto
Ubik è il libro di Dick più “perfetto” come meccanismo. Do Androids Dream of Electric Sheep? è più famoso, ma Ubik è più compatto e maligno. È una parabola sul consumo, sulla morte e sul dubbio: se la realtà si rompe, cosa ti tiene insieme?
Voto: 9/10 se reggi l’ambiguità. 6/10 se vuoi un finale spiegato bene.
Extra curioso: Dick disse che Ubik gli venne in sogno, con un dio-commerciale che gli parlava. E sulle prime edizioni c’era scritto: “UBIK: non puoi vivere senza”. Marketing profetico.
Recensione con AI