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06 settembre 2026

Petros Markaris: La ricchezza che uccide (La nave di Teseo)

 

Petros Markaris: La ricchezza che uccide

Quando il crimine nasce dalla rabbia e dalla disperazione sociale

Non finirò mai di apprezzare questo scrittore che, al pari di Camilleri in Italia (Sicilia?), fa dell'indagine sociale e dei suoi riflessi "culturali" l'asse su cui si sviluppa il crimine. È nella vita normale, di tutti i giorni, quella che viviamo ciascuno di noi, che nascono le tensioni e le contraddizioni, come pure le disuguaglianze, che possono rappresentare il brodo di coltura delle forme di delitto più diffuso. Al netto, naturalmente, della criminalità organizzata, delle varie forme di mafia o di strutture organizzate che meritano un'altra indagine. Sono ormai più anni, dalla grande, gravissima crisi, complice anche l'Europa, che la Grecia ha dovuto subire e sta tuttora attraversando, che Markaris ha intrecciato ancora più esplicitamente le indagini del suo dirigente della polizia dell'Attica, Kostas Charitos, con le contraddizioni e le sofferenze sociali. A partire da una diretta partecipazione della moglie Adriana alla vita del Centro di accoglienza migranti di Attiko' Alsos ad Atene, dove confluisce lui stesso, la figlia Caterina col marito medico Fanis e l'amato nipotino Lambros. Insomma di fronte al dramma di un numero crescente di immigrati alla ricerca di una possibile condizione di sopravvivenza, il poliziotto e la sua famiglia assistono al grido di dolore degli stessi, costretti ad essere allontanati da un centro occupato e ad essere rimpatriati, che accolgono quasi volentieri. "Invece di vivere qui con un tozzo di pane, meglio lottare per il pane nella nostra patria" come dirà uno di loro.
 Già da questa vita familiare particolarmente intensa e continuamente alimentata da tutti i membri della stessa, emerge il secondo fattore fondamentale nei libri di Markaris: la normalità della vita familiare e affettiva del protagonista. Che non vuol dire assenza di aspetti di ansia, di paure ecc. Basti vedere le volte in cui il direttore della polizia, preso dalle preoccupazioni del lavoro, si rifugia negli affetti familiari: "Il pensiero che passerò la serata con la mia famiglia e una coppia di amici allontana i miei pensieri dal lavoro e il mio umore cambia". Insomma l'affermato scrittore greco non ha bisogno di assassini seriali dalla psiche particolarmente contorta ne' di commissari di polizia con alle spalle disastri familiari e riflessi pesanti sulla loro psiche per catturare la nostra attenzione e per mostrarci quanti delitti possono celarsi nella cosiddetta normalità. E l'unica preoccupazione del capo dei poliziotti dell'Attica e' rendere tranquilla e orgogliosa di se' la propria moglie mostrandosi goloso di alcuni piatti dei quali lei è ottima cuoca. Ma l'arte in cui Markaris davvero eccelle è quella di toccare i tasti più dolorosi della vita attuale della Grecia, da cui, come si trattasse di qualcosa di inevitabile, finiscono per scaturire i crimini di cui si occupa Charitos.Questa volta, oltre i disagi dei migranti, l'attenzione del Direttore della polizia dell'Attica è richiamata in particolare dalla grave crisi degli alloggi che,per i costi altissimi cui sono giunti gli affitti, costringe molta gente, anche con un lavoro a dover scegliere tra l'alloggio o il mangiare."Ci siamo ridotti a vivere in una società che è divisa in due. Da una parte quelli che hanno una casa, ma l'affitto gli porta via tutti i soldi e quindi non ne hanno per comprare da mangiare. Dall'altra ci sono coloro che non possono pagare l'affitto, ma possono permettersi di mangiare".Così dice al Direttore una donna tra quelli che lo Stato ha sistemato gratuitamente in alloggi provvisori e che stava allestendo un banchetto per dare qualcosa da mangiare ai più poveri del quartiere., che continua: "Noi siamo diventati i privilegiati...quindi abbiamo pensato fosse giusto aiutare gli altri, quelli che hanno fame".. D'altronde il libro si apre con una vicenda scioccante: una coppia di separati in case non in grado di pagare due affitti e costretti ad una difficilissima convivenza, fino al reciproco suicicidio. Ed è in questo contesto che matura il primo delitto di cui la polizia sarà chiamata ad occuparsi e che si sentirà dire, quando emerge che gli alloggi sfitti sono stati destinati a dirigenti della ditta costruttrice: "E' stato allora che la nostra tristezza si è trasformata in rabbia". Altrettanto intrecciata con la situazione sociale del Paese si rivelerà l'altro delitto di cui la polizia sarà chiamata ad occuparsi. Si chiude questo libro e ci viene fatto di pensare a quanti siano i delitti che succedono tutti i giorni intorno a noi e quanto sarebbe utile una più forte, magari favorita dallo Stato, solidarietà fra tutti i cittadini per rendere meno insicura e più vivibile una società sulla quale, purtroppo, sono in molti a soffiare sul fuoco della paura piuttosto che stare più attenti e vicini ai disagi delle persone. E' un importante argomento di cui occuparsi anche in letteratura, al passo con i nostri tempi. Bravo ancora al non più giovane Petros Markaris, sempre con lo sguardo ben piantato sul mondo in cui vive.

Renato Campinoti

30 agosto 2026

Frank Thilliez: Lutto di miele (Fazi)

Ancora una volta il commissario Franck Sharko si addentra in un'indagine di particolare difficoltà e drammaticità. Questa volta il commissario ha già subito dalla vita il peggiore dei torti: l'uccisione delle amate moglie Suzanne e figlioletta Eloise in un brutto incidente stradale, ad opera di un'auto lanciata a folle velocità. 
Da tale episodio Sharko rimarrà segnato profondamente, fino a subire una vera e propria schizofrenia mentale. Il che non gli impedirà di tuffarsi anima e corpo alla ricerca di un folle che non si limita ad uccidere ma infligge torture simboliche alle proprie vittime. 
Al centro di tutto zanzare della malaria, ragni di particolare velenosità, fino all'uso di api, di miele, di propoli finalizzati a torture di particolare efficacia. L'indagine, in cui sarà supportato dalla ispettrice Del Piero, titolare formale del lavoro di ricerca, lo porterà ad inseguire una sorta di caccia al tesoro, nella vana speranza di interrompere la serie di omicidi del folle assassino. 
Ancora una volta il nostro Commissario dovrà calarsi nelle viscere di Parigi. "La morte regnava incontrastata al di sotto di Parigi, lungo quasi duemilacinquecento chilometri di sotterranei abominevoli. Lontano, molto lontano dallo sfavillio degli Champs Elyse'es". 
Thilliez sembra evocare, aggiornate, le atmosfere del sottosuolo parigino dei grandi scrittori francesi dell'800, in una sorta di continuità fra "sfavillio" e "disperazione" entrambi, come allora, presenti nelle moderne metropoli. 
L'inseguimento del misterioso e folle assassino porterà Sharko a contatto con una simbologia evocativa addirittura dei peccati capitali e degli scenari dell'Apocalisse. Il tutto, si intuisce, per una tardiva vendetta che spinge Franck fin nel cuore delle Alpi. 
Da aggiungere che, in parallelo all'indagine ufficiale, risulta di particolare intensità letteraria quella che siamo chiamati a seguire sui sentimenti e sulla mente di Sharko, in continua dialettica con i propri drammi interiori. Alla fine ci resta, insieme al gusto di una ottima ed efficace scrittura, una accresciuta consapevolezza del male che l'uomo può infliggere ai propri simili, spingendoli fino a forme di folle e lucida vendetta, e della difficoltà di interromperne la riproduzione. 
"Ne fermavi uno, ne arrivavano altri dieci, generati dall'inesauribile linfa del male", come si trova alla fine a riflettere Sharko. E insieme ci resta l'invito a non trascurare i messaggi di malessere che la vita ci consegna quotidianamente per trasformarli in azioni positive verso i nostri simili.

Renato Campinoti

21 agosto 2026

Salvo Toscano: L"ultimo presagio

Salvo Toscano: L'ultimo presagio 

Dico subito che considero molto azzeccata l’idea di far “indagare” due fratelli, Fabrizio e Roberto Corsaro, giornalista di nera l’uno, avvocato il secondo, i quali, dividendosi equamente lo spazio del romanzo, vengono lentamente a capo delle vicende narrate. Che sono poi quelle di una badante polacca uccisa con violenza e di due vecchiette trovate morte in casa, dove vivevano da sole.

L’inizio del racconto è particolarmente efficace con la prima vecchietta che si reca dal fratello avvocato con una domanda particolarmente curiosa: “se mio figlio mi uccide, può poi riscuotere l’eredità?”. La domanda si rivelerà ancora più curiosa per Roberto quando viene a sapere che il figlio unico della signora Caruso, come aveva detto di chiamarsi, era morto da oltre vent’anni. 

Non essendo i due fratelli ne’ magistrati, né poliziotti, le loro “indagini” scorrono molto lentamente, permettendo così ai due fratelli di mettere spesso in primo piano le vicende personali. L’uno, Fabrizio, molto legato alla vita del giornale e, soprattutto, ad una vicenda personale con alle spalle molti rapporti femminili, nessuno dei quali andato a buon fine, portandolo a prendersi cura di un ragazzino rimasto senza famiglia. Di qui molte riflessioni sulla qualità della vita e delle scelte cui siamo chiamati comunque a fare. 

Diversa la situazione di Roberto, felicemente sposato con Monica, con due figli, un ragazzino da controllare e una adolescente in fase critica. In questo quadro il romanzo si fa apprezzare per le divagazioni personali che scaturiscono dalle esperienze dei fratelli e dei relativi rapporti, interessanti almeno altrettanto rispetto alla trama incentrata sulle morti sia della bella badante polacca che delle due vecchiette. “Nessuno sembrava essersi insospettito per quelle morti. Perché in fondo nessuno si insospettisce se una persona avanti negli anni si sente male e lascia questo mondo”. 

Ma i due fratelli di sospetti ne hanno più d’uno e, intrecciando anche le iniziative investigative della polizia, favoriranno un esito che ci parla ancora una volta degli egoismi di questo mondo, spesso all’interno delle stesse famiglie. 

Un libro davvero piacevole, un autore che, senza nascondersi i mali peggiori della Sicilia, ci fa scoprire una Palermo dai molti volti, dove, come da per tutto, accanto a zone di ricchezza, vivono molti quartieri di degrado e miseria. Al lettore scoprire dove si annida il male peggiore.

Renato Campinoti

17 agosto 2026

Silvia Avallone: Cuore nero

Il primo, grande, merito di questo nuovo, impegnativo, volume della prolifica scrittrice biellese è quello di entrare direttamente nel dibattito aperto dalla diffusione di forme di forte disagio, fino ai numerosi casi di delitto con coltello, di giovani spesso appena adolescenti. 
Verrebbe da dire che avrebbero fatto bene a leggerlo, il libro della Avallone, quei ministri che in sede di governo si sono affrettati ad abbassare ancora l'età della punibilità analoga agli adulti di quei giovani che si rendano colpevoli di gravi reati. Che è proprio l'opposto di quello che accade alla protagonista di "Cuore nero", Emilia. 
La storia si sviluppa infatti dal momento in cui la giovane ormai trentaquattrenne, per aver scontato la massima pena di detenzione prevista per i minorenni, prova a ripartire, per l'ennesima occasione, da uno sperduto e spopolato borgo, Sassaia cui si accede solo da una mulattiera. 
Sia chiaro, la storia di Emilia non nega la necessità di forme di restringimento della libertà per quegli adolescenti che si macchiano di gravi delitti. Mostra tuttavia due cose determinati: da un lato come una carcerazione analoga a quella riservata agli adulti finisca per aggravare ancora di più la tendenza asociale dei giovani stessi. Al tempo stesso l'importanza determinante del supporto sia di persone amiche, sia di personale a ciò dedicato da parte dei tribunali per minori. 
È infatti non solo inutile, sembra dirci la Avallone, ma dannoso tenere reclusi degli adolescenti senza un robusto supporto psicologico e senza una continua interazione con i familiari. Non a caso, quando Emilia e l'amica decidono di tornare a visitare il personale del "loro" carcere" la scrittrice giustifica questa scelta in maniera efficace: "Perché è sempre l'adolescenza che decide chi sei. E questo era il luogo più importante della loro vita
Un altro degli aspetti determinanti in una possibile "redenzione" di Emilia è rappresentato dal ruolo svolto dal padre. Se infatti la morte della madre quando Emilia è ancora bambina, ha sicuramente contribuito a peggiorarne le attitudini sociali, è la figura del padre che emerge come un'altra di quelle determinanti per provare a "superare" la dannazione del suo passato. 
Molto bella, verso la fine del voluminoso racconto, la conversazione tra Emilia e Riccardo, il padre. Dopo averci fatto immaginare quello che quest'uomo ha dovuto passare a Ravenna, la città dove la figla ha commesso il reato e dove, dopo le fiaccolate al momento della vicenda, queste sono riprese sl momento della scarcerazione, è lui che quando Emilia gli dice "Non ti ho mai ringraziato".."Riccardo si mise a ridere: 'Non si ringraziano i genitori". 
Infine, ma non per importanza, ancora una volta la bravissima scrittrice pone il tema dell'amore. Fin da quando Emilia giunge a Sassaia, dalla casa accanto, Bruno assiste al suo arrivo come si assiste ad un"invasione. Anch'egli, infatti, che il male non l"ha fatto ma l'ha subito, sta cercando di ritrovare nella solitudine di quel minuscolo borgo abbandonato, un senso alla sua vita. 
Lascio al lettore scoprire gli esiti di una vicenda amorosa tutt'altro che facile messa alla prova da quello che lo stesso Bruno individua come il male che spesso impedisce di amarsi: "Il non saper perdonare". 
Si chiude questo racconto non semplice di questa ormai affermata scrittrice, con un sentimento di gratitudine per aver avuto il coraggio di portare in una ottima forma letteraria una tematica purtroppo di grande attualità e troppo spesso trattata in una meschina ottica di tornaconto politico ed elettorale. A dimostrazione, ancora una volta, del ruolo determinante della cultura per aiutare le persone ad orientarsi in un mondo sempre più dominato dagli strumenti molto simili a quelli immaginati da Orwell nel suo 1984, ossia Il "grande fratello".
Renato Campinoti 

15 agosto 2026

Maurizio de Giovanni: Il tempo dell’orologiaio

In continuità con il primo volume (l’orologiaio di Brest) questa volta de Giovanni mette al centro degli sviluppi della precedente narrazione due elementi soprattutto.
In primo luogo la parte più oscura del potere della Chiesa che, nonostante la capacità di rimediare a qualche grossa malefatta di suoi eminenti esponenti, è ora costretta a fare i conti col rischio di riapertura di un caso scandaloso, finito con la soppressione della ragazza e l'occultamento dei resti.
C'è qui, a me pare, un indiretto riferimento alla vicenda Orlandi, semmai fin troppo diluita nel presupposto forte innamoramento del Cardinale e nel suo "eterno" pentimento. Giudicherà il lettore.
A me pare che su questo aspetto l'autore, spintosi un bel po' avanti sulle presunte trame sotterranee della Chiesa, avverta la necessità di ridimensionarne le reali influenze e responsabilità, prendendo la fuoriuscita dell'innamoramento per non andare oltre e più a fondo sulle ingerenze vaticane nei destini del mondo.
L'altro aspetto che emerge in questo volume è sicuramente quello relativo alle vicende del terrorismo e alle crisi, anche personali, quando esso, nel periodo più maturo (dopo la conclusione della vicenda Moro e il varo delle leggi sui condoni di pena ai collaboratori), è costretto a fare i conti col suo isolamento e, forse, con la presa di distanza da parte di settori dello Stato che pure lo hanno utilizzato. Dí ciò l’autore non fa cenno, concentrandosi sulle vicende personali dell’orologiaio, il più abile con i meccanismi meccanici (compresi quelli dell’innesco delle bombe!) e perciò chiamato a “disinnescare” le ricerche di un giovane magistrato relative alla scomparsa di quella ragazza di cui si era innamorato il Cardinale.
Qui, come del resto in tutto il volume, le vicende principali si intrecciano e si accompagnano con la sorte sia degli altri terroristi già colleghi dell’orologiaio sia delle “vittime“ (figli, amici e nipoti della scorta del giovane magistrato). Certamente de Giovanni apre con questi due volumi un percorso narrativo di grande impatto con le vicende del nostro Paese.
Ci sarebbe da aspettarsi uno sviluppo ulteriore di questa narrazione. Magari, lo dico col dovuto apprezzamento per il lavoro del grande scrittore partenopeo, con più coraggio nell’emersione delle responsabilità dei “poteri forti” in queste medesime vicende.

Renato Campinoti

10 agosto 2026

Alessandro Robecchi: Omicidi Srl

Dico subito che si tratta di un giallo-noir, dove sono gli assassini-killer in prima persona a raccontarci chi e come è destinato ad essere ucciso. Due sono in particolare gli elementi di fondo che Robecchi ci mette sotto gli occhi. 
Anzitutto l'estremo cinismo e il predominio del valore della ricchezza in personaggi che non si peritano di ordinare l'assassinio del proprio padre o, addirittura, del giovane nipote, pur di controllare intere fortune economiche. 
Niente a che vedere, per intenderci, con il piccolo furto diffuso di disperati alla fame e magari di nazionalità straniera e verso i quali, quando si azzardano a rubare una borsetta ad una signora bene e da lei vengono brutalmente uccisi, la giustizia è così clemente da sostituire gli arresti(?) domiciliari al carcere vero e proprio. 
Robecchi ci mostra invece un mondo della Milano bene che, quando consegnano la mazzetta concordata per l'esecuzione dell'omicidio del parente, si giustificano precisando che non avevano altra scelta. 
"Dicono sempre così". 
Mentre l'altra faccia che l'autore ci mostra è quella di una città, Milano, la quale è nettamente divisa tra coloro, come i nostri Killer e i loro mandanti, che riescono a fare i soldi con i soldi (per non parlare delle panzane legate alla invenzione di cosiddetti artisti contemporanei!) e, al tempo stesso, "la folla di quelli che soldi ne hanno pochi, e li cercano dove possono". 
Ancora una volta, insomma, l'autore ci mostra, da una parte e dall'altra, la sua Milano nera. 
Ma Robecchi non si ferma a queste pur centrali classificazioni. Nei suoi personaggi, il Biondo e Quello con la cravatta, a cui si aggiunge la Stagista, insieme alla "professionalità" di provetti Killer, si manifestano i risvolti negativi della società metropolitana di oggi: dalla latente crisi familiare perché basata sulle bugie, alla solitudine con denari che spinge a vedere amore dove c'è solo un rapporto di interesse. 
Di particolare curiosità la figura della stagista, dove albergano quelle virtù di competenza e ironia in quantità ben superiore all'altro sesso e dove non manca un sottofondo di malinconia e solitudine a causa della vita che si è ritagliata. 
Un libro, insomma, di notevole spessore anche quantitativo (quasi 400 pagine!), ma che si fa leggere con estrema attenzione, spingendoci a riflettere su dove stiano i nostri reali valori e interessi per il tempo che ci è dato di attraversare, come sicuramente ci suggerirebbe Robecchi, questa, ormai sempre più diffusa di contraddizioni, valle di lacrime.

Renato Campinoti

05 agosto 2026

Paola Barbato: Cuore capovolto

Chiudi questo libro e ti torna in mente la frase ironica attribuita ad Achille Campanile: "Un figlio? Non sai mai chi ti metti in casa". 
Al tempo stesso, vale il commento finale del giovane protagonista: "Non tutti gli adulti sanno fare gli adulti". 
Merito grande dell'autrice, Paola Barbato, è quello di mettere tutti, figli, genitori e adulti, alla prova del tempo di internet e dell'invasione del digitale nella vita di tutti. Come ogni grande innovazione nella storia dell'uomo (il ferro che rivoluziono' tutto ma armo' gli eserciti di spade e frecce micidiali) anche nel digitale si nascondono insidie che possono produrre crimini efferati nascosti nell'ombra dei moderni hiphone. 
Le forze dell'ordine, nella loro componente più qualificata e motivata, come quella che ci descrive l'autrice, sono costrette a dotarsi di grandissime competenze per venire a capo di reti di mascalzoni vocati a delinquere in forme affatto nuove. 
Protagonista principale (e di gran lunga il più impegnato) è l'agente Alberto Donini, sposato con un uomo dal carattere apparentemente chiuso e superbo. Sarà proprio Donini che, quando vorrà ripassare le proprie esperienze di agente "ombra", infiltrato nelle reti specialmente giovanili e non solo "aveva trovato solo testimonianze di quanto miserabile potesse essere l'umanità"
In sostanza la storia nasce proprio dall'infiltrazione dell'agente Donini nella rete coperta detta "Rete dei cuccioli", dove il papà di Leonardo ha scoperto che è frequentata dal figlio tredicenne e dove, all'apparenza, possono operare pedofili e che, in realtà, farà emergere una situazione più complessa e porterà il poliziotto informatico a compiere qualche errore come non gli era mai capitato. 
Da qui prenderà inizio una serie di vicende che lo porteranno a contatto con una realtà grave e dove avvengono veri e propri illeciti. Durante lo sviluppo delle vicende l'autrice ci fa toccare con mano i rischi insiti nell'uso di questa nuova tecnologia quando cade in mani sbagliate. 
Al tempo stesso vengono in rilievo personaggi positivi, primo fra tutti il poliziotto informatico Donini e molti suoi colleghi, a cominciare dall'agente e amica Luce. 
Influisce sui fatti negativi anche l'ormai sempre più diffusa crisi familiare accompagnata dall'ipocrisia reciproca tra i coniugi. Ultimo dato di conforto, la trasformazione dell'atteggiamento di Emanuele, il marito dell'agente Donini, il quale, vivendo per la prima volta direttamente la vita professionale del coniuge, invece di allontanarsi come poteva sembrare, vive come non ci si sarebbe aspettati l'esperienza impegnativa del marito e sembra ricredersi sul suo valore professionale e umano. 
Un libro impegnativo e al tempo stesso di grande attualità, da leggere con attenzione.

Renato Campinoti