Pagine

25 gennaio 2026

Donatella Di Pietrantonio: Bella mia (Mondadori)

 

Donatella Di Pietrantonio: Bella mia

Il terremoto in città scuote palazzi e lascia macerie nell'animo della gente

Con questo racconto Donatella Di Pietrantonio paga il suo debito alle vittime(e anche a se stessa) del terremoto dell'Aquila del 6 Aprile del 2009. L'autrice, abitante di Penne, il paese collinare tra l'appennino di abruzzo e il mare, in provincia de L'Aquila, dopo averci vissuto ospite di una famiglia per tutto il tempo delluniversità, manterrà un rapporto costante con la città più piena di chiese e di piazze d'Italia, come Siena in Toscana. "L'Aquila è l'uica città che ho sentito mia", ci confessa la Di Pietrantonio nella postfazione al bel libro, pieno di patos e di tanti sentimenti della gente, belli o dolorosi e tavolta le due cose insieme. Ecco allora questo racconto inventato e ricco di umori che pare un vissuto reale, dove due gemelle scappano dal terremoto, una muore, l'altra ne esce integra col figlio di Olivia, quella uccisa dalle scosse tremende. Poi molto girerà intorno a Marco, il figlio adolescente della vittima, la zia Caterina, decoratrice di ceramiche, la vecchia madre delle gemelle convivente ora con Marco e Caterina, Roberto, il padre separato del giovane, distratto dai suoi impegni di musicista di successo, che finirà per lasciare sulle spalle della gemella sopravvissuta l'onere della crescita di un giovane orfano di madre e senza le attenzioni necessarie del padre. Personaggio  non secondario è l'appartamento situato a qualche chilometro dal centro dell'aquila, dove alloggiano i nostri personaggi, insieme agli altri sfollati. Case provvisorie (e si vede dalla trascuratezza della qualità edilizia, che ho avuto modo di visitare!) e nelle quali si consuma questa troppo lunga provvisorietà degli abitanti. Il libro, ben scritto come al solito dalla bravissima autrice, vuol dirci una cosa precisa: il terremoto tremedo che ha colpito una delle città più belle d'Italia, non ha scosso e buttato giù interi edifici, palazzi e case (oltre a fare più di trecento vittime umane) ma ha "terremotato" anche l'animo e la vita delle persone, proprio di quelle che sono scampate alle tremende scosse. Una delle maggiori vittime di questa situazione è senz'altro il figlio di Olivia, la gemella morta sotto il crollo della trave portante che ha, invece, lasciato il tempo di fuggire alla solrella e al ragazzo. A lui toccherà reagire alla drammatica sitazione in cui verrà a trovarsi, andando a vivere all'Aquila, nella casa provvisoria con la nonna e la zia dove la madre, una volta separata dal marito musicista, era tornata a vivere. Non meno provata sarà la nonna, con la perdita della figlia cui non riuscirà, ovviamente a rassegnarsi, incolpando Roberto di averla lasciata, facendola tornare all'Aquila a morire di terremoto. La nonna si affezionerà alla giovane mamma che ha perso la sua bambina nel terremoto e che ora vive vicino a loro nella casa provvisoria. Commovente il colloquio tra la nonna e la mamma a proposito del freddo. "Fa molto freddo secondo te?" Chiede la mamma alla nonna. "Bè, sì...tu non lo soffri?" e la mamma risponde: "Mi preoccupo per la bambina, anche se è ben coperta. Fa più freddo qui o al cimitero?". Naturalemnte anche Caterina, costretta ad adattarsi al ruolo di madre supplente del giovane Marco, riceve dal terremoto un bell'impegno, lei che figli non ne ha cercati nè voluti. La prosa della Di Pietrantonio ci accompagna per ancora non poche vicende facendoci vivere il dopo terremoto con tutte le difficoltà e le ferite che lascia addosso alle persone. Ma qui c'è la seconda cosa che la bravissima scrittrice sa dirci con questo ben congegnato racconto. La gente si dispera, resiste, poi, dai legami reciproci cominciano a rinascere nuove certezze e opportunità. Lascio volentieri al lettore  seguire i nuovi, anche se difficili, percorsi che si aprono per i personaggi a contatto con la vita, più resistente, talvolta, delle disgrazie inaspettate. Ancora una volta, pur nel mezzo di vicende molto dolorose, l'autrice lascia aperto uno spiraglio per l'ottimismo. Si chiude il libro e ci si ricorda che quest'anno l'Aquila è insignita del titolo di capitale della cultura italiana. Vuol dire che, con i ritardi e gli insuccessi di una troppo lunga ricostruzione, qualcosa comincia a ripartire anche da quelle parti.

Renato Campinoti


19 gennaio 2026

Sebastian Fitzek: Portami a casa (Fazi Editore)

Violenza domestica: un reato di massa. Senza uscita?

Un libro che, come ci avverte l'autore: "tratta di violenza domestica, un reato di massa di cui, nella nostra società, si parla ancora troppo poco." E di violenza, ai limiti del sopportabile, tratta abbondantemente l'autore, quasi a voler togliere dall'incredulità il lettore distratto. 
Fa bene perché solo con una scossa "di massa", un tema come questo acquisirà il diritto si essere posto con forza all'attenzione dell'opinione pubblica e, soprattutto, ad adottare, da parte del legislatore, le misure più adeguate. 
Su questo ultimo punto verrebbe da discutere col il bravo scrittore tedesco se, nella sua pregevole opera, non si lascia alle vittime altra possibilità che quella estrema, quella, per intendersi, cui spinge le donne il cosiddetto "Killer del calendario", che il lettore scoprirà da subito se incomincerà a leggere questo crudo e verosimile racconto. 
Ma andiamo per ordine: la trama. Il racconto parte, e si sviluppa a lungo, con la conversazione tra Jules Tannberg, centralinista di un punto di ascolto para pubblico, dedicato al sostegno alle donne in condizioni di difficoltà, anche solo percepita in occasione di uscite notturne in luoghi poco raccomandabili, o effettivamente a contatto o in collegamento con un uomo con cattive intenzioni. 
Quest'ultimo è il caso di Klara, sposata con un uomo, Martin, che la riempie di violenze perché, come le confessa "Soltanto oggi ho compreso appieno la lezione (di mio padre n.d.a.): le donne devono essere represse... controlla ogni passo di tua moglie, o perderai traccia dei tuoi". Qui emerge una particolarità sulla questione della violenza domestica. Tutti i personaggi che si macchiano di tale violenza o che la subiscono passivamente, sono cresciuti in famiglie dove la violenza domestica era "di casa". 
Mentre la madre di Jules trova la forza di abbandonare marito e figli al loro brutto destino, la madre di Klara, non solo continua lei a subire la violenza del marito senza atti di reazione, ma addirittura, quando Klara le confessa con quante drammatiche angherie il marito la tratta, non trova niente di meglio che dirle: "Non bisogna far arrabbiare gli uomini, tesoro. Devi sforzarti di più. Martin lavora sodo per voi due". 
L'altro aspetto che emerge da questo racconto drammatico ma di grande valore, è ciò che Klara, pur costretta a subire violenza, talvolta anche gratuita, ricorda qual'è il carattere della violenza familiare. "Klara aveva letto molto in merito agli abusi domestici. Era anche stata in un consultorio... Aveva anche imparato come la violenza domestica non fosse una questione di classe: colpiva indifferentemente tutti i ceti sociali. E si manifestava in modo progressivo. All'inizio, pressoché invisibile, era lì ad avvelenare un amore profondo e accecante. Prima c'erano i complimenti 'radioattivi' ('sei troppo bella, non posso lasciarti andare'), poi l'ossessione del controllo e la richiesta di una 'prova d'amore'... nfine dai colpi verbali si passava a quelli fisici"
Eppure, nonostante questa consapevolezza e quel barlume di autostima che la protagonista mantiene comunque, sarà costretta a subire forme estreme di violenza sia dal marito che dal cosiddetto "assassino del calendario", notevole invenzione dell'autore. Il racconto si sviluppa così per diverse centinaia di pagine, senza permettere al lettore di distrarsi, tanta è la carica emotiva e la ricchezza di colpi di scena con cui il bravissimo scrittore tedesco ci accompagna ad un epilogo che lascio ai lettori scoprire. 
Con una scrittura sicuramente di tipo 'dark', ma che la bravura dell'autore compensa con una prosa assolutamente scorrevole e una grande proprietà di linguaggio. Se ne esce con l'amarezza per la troppa violenza familiare, "di massa", come, appunto, ci ammonisce l'autore, e con la certezza che non può essere solo quella della soluzione estrema ("devi uccidere tuo marito", ordina l'"assassino del calendario" alle sue possibili vittime) la risposta a una tale, diffusa, piaga delle società contemporanee. 
Nè ci si può cullare nell'illusione che questa violenza riguardi solo le popolazioni che vivono sotto regimi e culture teocratiche di tipo estremistico. Nel bello e utile libro di Fitzek, i personaggi, anche quelli più in là con gli anni, sono tutti nati, vissuti e qualcuno anche arricchito e amico dei potenti, in quelle cittadine della Germania. 
Non resta che invitare gli amanti di un genere come questo, che l'editore classifica, fin nella copertina, nel "darkside", a trovare il tempo di leggerlo: non ne rimarranno delusi e, come il sottoscritto, più che mai convinto che la priorità del nostro mondo era e rimane quella di una profonda "rivoluzione culturale".

Renato Campinoti







15 gennaio 2026

Maurizio de Giovanni: L'orologiaio di Brest (Feltrinelli)

Poteri forti, terrorismo e vite in sospeso

Inizialmente tutto sembra ruotare intorno a due personaggi: Vera Coen, giornalista precaria, con poche esperienze con gli uomini, che finisce per fidarsi di due amici, un collega giornalista molto sollecito verso di lei, Marcello, e un anziano poliziotto in pensione accumunato a Vera dall'ossessione per l'assassinio del padre di Vera, poliziotto ucciso con una bomba sotto l'auto mentre accompagnava un giovane magistrato in una domenica di tanti anni prima, al tempo delle brigate rosse. 
L'altro protagonista è Andrea Malchiodi, professore universitario sotto ricatto da una giovane studentessa, con una famiglia distrutta, una vita a rotoli. L'unica cosa che hanno in comune è l'idea che il padre di lui possa essere stato l'assassino del padre di lei. 
Scritto in una forma di continui rimandi tra il passato e il presente, finisce per portare il lettore a contatto con uno dei peggiori momenti della storia italiana del dopoguerra, con le collusioni tra terrorismo e poteri forti, mai completamenti disvelati neppure nel romanzo. 
In questa cornice De Giovanni si muove da par suo per costruire continui colpi di scena che porteranno ad un finale molto aperto, quasi che lo scrittore napoletano intenda dare appuntamento al lettore per un seguito in forma di nuovo romanzo.
La prima cosa che mi è piaciuto del libro è il coraggio, ancora una volta dimostrato da De Giovanni, di interrompere le svariate serie su cui ha costruito la sua fortuna di romanziere e sceneggiatore per aprire un capitolo del tutto nuovo a suo rischio e pericolo. A questo va aggiunta una capacità di costruire una storia verosimile sul tema affrontato, senza scadere nella saggistica, dimostrando come si possano affrontare temi della cronaca di anni ben conosciuti da molti dei suoi lettori dando ad essi una forma di romanzo di qualità. 
A tutto ciò va aggiunto, in continuità con i suoi migliori romanzi, l'intreccio tra trama da giallo o noir e i riflessi nella psicologia dei personaggi. Senza forzare nè l'uno (il carattere di giallo) nè l'altro (il carattere psicologico dei personaggi), l'autore finisce per dare continuità ad un genere che viene da lontano (almeno da Simenon) che, oltre ad innalzare a livello di dignità letteraria il "poliziesco", lo sviluppa come potente strumento di indagine del lato oscuro della società contemporanea e delle persone che in essa sono tenute a vivere. 
"Contini scruta i volti di chi lo circonda e riflette sui tanti mondi che girano nell'universo che conosce lui, senza sognarsi nemmeno di sfiorarli (come magistrato) se non quando succede qualcosa di irreparabile. Operai, impiegati, lavoratori costretti a fare i conti con precarietà e stipendi da fame, l'ansia nell'attesa del 27 del mese, le bollette da pagare. Tutti a correre in equilibrio su un filo e senza rete, pregando che non saltino fuori una malattia o un guasto in casa..."

Renato Campinoti


05 gennaio 2026

Nicoletta Manetti: Hans Christian Andersen a Firenze (Il porcellino di bronzo) Angelopontecorboli editore Firenze

 

Il diverso nelle favole del grande narratore

Con questo volume Nicoletta Manetti arricchisce la già folta galleria di scrittori e intellettuali stranieri che hanno fatto di Firenze uno dei luoghi dell'anima. E ancora una volta ci sorprende per la precisione e la profondità delle storie e dei caratteri dei personaggi che ci descrive. In queato caso uno scrittore che, per paradosso, scrive fiabe per i più piccoli (e anche per i più grandi!) ed è al tempo stesso uno degli intellettuali più tormentati e spesso più tristi di quelli di cui ci ha parlato finora. Nella sua patria, la Danimarca, verrà a lungo considerato uno scrittore minore, quasi non meritevole della fama che presto riscuoterà all'estero. Solo il suo Re (da cui i genitori presero il nome per il figlio, Christian) lo aiuterà sia materialmente che con riconoscimenti alla sua arte. A Firenze in particolare, Andersen incontrerà l'arte sia nei quadri dei grandi pittori del Rinascimento (primo fra tutti l'amato Raffaello), sia, più avanti, degli scultori e degli architetti (si innamorerà della Venere dei Medici per la perfezione delle forme!) e inizierà molto presto la scrittura delle sue fiabe che incontreranno molto presto un successo di pubblico. Per raccontarci il suo rapporto con la nostra città, Nicoletta utilizza la fiaba che più di tutte porta il marchio indelebile del suo amore per Firenze: Il porcellino di bronzo, che non per caso la brava scrittrice utilizza anche come sottotilo del suo lavoro letterario. "Nella città di Firenze, non lontano da Piazza del granduca, si trova una traversa...qui, davanti a una bancarella di verdura, sta un porcellino di bronzo di bella fattura...È come un quadretto vedere quel bel porcellino di bronzo abbracciato da un grazioso fanciullo mezzo nudo, che accosta la fresca boccuccia al suo grugno". Ha inizio così la lungua cavalcata del porcellino col bambino povero in groppa che ci porterà per tutti i luoghi più belli della città. "Tieniti ancora più forte perchè adesso saliamo le scale", ed ora visitano addirittura gli Uffizzi di notte e qui, oltre a tutto, incontrano la Venere Medicea: "Qui si trovava una donna nuda, bella come solo la natura e un grande maestro del marmo è in grado di modellare". Naturalmente Nicoletta non si accontenta di parlarci del narratore danese quando è a Firenze, ma ci accompagna, con qualche veloce escursione, nelle sue visite a Roma, a Napoli e altre realtà. Così come non trascura di rappresentarci i temi ricorrenti delle sue fiabe, dove (emblematico "il brutto anatroccolo") ricorre la figura del diverso e dell'emarginato. Lasciamo volentieri al lettore di gustarsi le deliziose pagine che la Manetti dedica alle visite e agli incontri importanti del personaggio, fino al suo fealing con Dickens a Londra. Nicoletta non trascura neppure un tema più impegnativo anche per la critica del rapporto di Andersden con l'amore. Non si sottrae neppure dal riportare le righe che lo scrittore danese scrive a Edvard Collin, l'amico delle sue tante escursioni per l'europa: "Ti desidero come se tu fossi una splendida fanciulla della Calabria...i miei sentimenti per te sono come quelli di una donna". Resta difficile immaginare che potessero avere un buon esito le dichiarazioni dello scrittore avanzate ad alcune donne, ultima Jenny Lind, che, conoscendone l'indole, si guardano bene dall'accettare le sue avances, ammesso che fossero altrettanto esplicite. Infine, Nicoletta ci fa vivere la sofferta (per i malanni incombenti) accoglienza di Andersen nella sua cittadina natale, Odense, che finalmente gli tributa gli onori fin qui agognati. Siamo lontani pochi anni dalla morte dello scrittore danese. Ma Nicoletta ci ha portato da così tante parti, con così tante scoperte o riscoperte delle sue tantissime opere, che ci sembra di aver viaggiato con lui nei quartieri e nelle gallerie d'arte di Firenze (e anche delle sue città di Roma e Napoli!) con una confidenza che solo una così brava scrittrice è riuscita a suscitare in chi, come il sottoscritto, conosceva solo una parte di questa bellissima storia.

Renato Campinoti

 

02 gennaio 2026

Ian McEwan: Lo scarafaggio

Un Kafka al contrario contro la Brexit 
l bravissimo scrittore inglese usa, da par suo, l’arma della letteratura e della satira, (rovesciando - da blatta a umano - il famoso romanzo di Kafka), per combattere la Brexit, come lui stesso ci dice nella illuminante postfazione: “Con la Brexit qualcosa di orrendo e di innaturale si è insinuato nello spirito della nostra politica e mi è sembrato perciò ragionevole ricorrere all’immagine dello scarafaggio, un essere ripugnante e detestatissimo”.
Non si può che rendere omaggio al coraggio dello scrittore che, in tempi di obnubilamento della ragione della classe politica prima, di un’ampia fetta di popolazione poi, pensarono possibile combattere i mali di quel Paese portandolo ad isolarsi dall’Europa e dalla sua progressiva integrazione. Diventa perciò spassoso (e un poco amaro) vedere all’opera questo gruppo di scarafaggi trasformati in umani, impossessarsi del governo inglese, adottare la teoria dell’Inversionismo, una assurda teoria economica che dà soldi a chi compra merci e toglie soldi per ogni ora di lavoro, fatta apposta per portare la gente alla miseria.
Lo scrittore centra in pieno il suo obbiettivo con questa assurda teoria che, come confessa Jim, lo scarafaggio-primo ministro quando, riassunte le sembianza di blatta come i suoi fedeli ministri, ricorda le ragioni secolari della loro esistenza: "Laddove essi (gli umani) hanno sposato povertà, sudiciume e squallore la nostra forza è cresciuta". Ciò detto viene di conseguenza che "Quando questa particolare follia dell'Inversionismo avrà reso la gente più povera, come è destino che accada, noi non potremo che prosperare".
Lo scarafaggio Jim e i suoi amici scarafaggi, insomma, avendo convinto il mondo, a cominciare dalle grandi potenze come gli USA, ad adottare questa assurda teoria economica, possono decidere di aver portato a termine la loro missione. In quale modo e con quali esilaranti sistemi gli scarafaggi svolgano il loro ruolo di governo e di orientamento per i governi e per i popoli, lasciamo di scoprirlo ai lettori di questa solo apparentemente opera più snella e abbreviata. In realtà è forse il più esplicito e geniale lavoro letterario di un grande scrittore che, innamorato del suo Paese, spera di contribuire ad accorciare i tempi, come pare stia succedendo, perché rientri da protagonista nel contesto europeo



Renato campinoti

27 dicembre 2025

Caterina Perrone:Nessuno è solo sé stesso

Un intrigo speciale, una donna che esce dal ruolo.

Con l'abilità di pensare a trame speciali e con la donna al centro, anche stavolta Caterina riesce a meravigliare il lettore. Ci presenta un romanzo, infatti, che ha molte sfaccettature e si può gustare per più ragioni. Anzitutto per la trama che costruisce e che si snocciola lentamente ma con efficacia per tutto il romanzo. 
Due gemelle che più uguali di presenza e più diverse di gusti e di pensiero non si potrebbero immaginare. Ed è su questa uguaglianza di presenza, ma anche di differenti gusti e pensiero che la brava scrittrice costruisce una sorta di commedia delle beffe quando, complice un padre troppo dedito alla scienza e poco ai reali sentimenti delle figlie, ci mette del suo per dare in sposa a Vieri, personaggio di spicco nella Firenze del "regno" di Lorenzo dé Medici (tra il 1472 e il 1473!) e di lui collaboratore sui rapporti più delicati, la figlia più "leggera", quella apparentemente più interessata ai rapporti con l'altro sesso. 
Sarà invece l'altra figlia, quella curiosa dei fatti della scienza e della cultura più in generale, colei che farà girare la testa al bello e impegnato aiutante di Lorenzo. I fatti, da qui in poi, prendono un ritmo incalzante, altri uomini, uno in particolare, entreranno nella storia finché saranno il pensiero, le riflessioni e le scelte delle due gemelle che, senza rallentare il ritmo del racconto, che è un pregio non secondario della scrittrice, introdurranno una sorta di variante psicologica nel racconto. 
In questo modo il romanzo intriga ancora di più il lettore, portandolo a diventare lui stesso partecipe delle possibili scelte e decisioni delle due gemelle, di Vanna, quella della scienza, in particolare. Mentre l'altra, Beatrice, scopre a modo suo il sentimento amoroso. 
E qui emerge, accanto ad una trama davvero avvincente, il pensiero forte e anticonformista della gemella "più saggia". Ed è proprio questo, il tragitto di Vanna da amante della scienza e avversa ad ogni rapporto con gli uomini ("Vorresti confondermi Vieri di Bartolo Cini...Che vuoi da me? Non te l'hanno detto che io avverso tutti gli uomini?"), alla consapevolezza che esistono altri modi di vedere il mondo, anche per una donna: "Stasera ho parlato con Jeane, una donna che gira il mondo... che vive, canta la libertà"
Saranno lunghe e complesse le trame perchè Vanna possa arrivare dove, ad un certo punto, desidera anche lei arrivare. Ma attenzione, la nostra scrittrice non ci vuole propinare una favola a lieto fine. Vuole, soprattutto, mostrare anche qui, nel cuore del potere maschilista, una donna che pensa e che non assolve neppure l'uomo a cui sembra anelare: "Vi sbagliate, anche voi siete complice in questa storia...Voi della razza degli uomini, che volete le mogli vergini e chiuse in casa ai vostri ordini." 
E anche quando la storia sembra volgere verso un certo epilogo, Vanna ci mette in guardia: "Non sarò per te la moglie, sarò la donna. Libera. Sarò l'amante.. Sarò mille amanti, mille profumi. Per te che sei l'uomo, l'unico possibile. Per ora"
Ma se questo è il cuore del romanzo che Caterina Perrone ha scritto per noi e per tutti, uno scrollone alle certezze di chi coltiva ancora una cultura patriarcale, non si può omettere un terzo merito di questo ricco e ben congegnato romanzo: la capacità di dominare la storia del periodo in cui si svolgono i fatti. Non quella agiografica del periodo mediceo, ma quella vera, delle difficoltà e contraddizioni in cui lo stesso Lorenzo deve dibattersi per corrispondere al suo credo più profondo: "La famiglia, si, ma Firenze è in cima a tutto. Quella è la mia famiglia vera, che mi hanno affidato mio nonno e mio padre" 
Passeranno pochi anni, quattro, e la congiura dei Pazzi priverà Lorenzo dell'amato fratello Giuliano e metterà duramente alla prova la capacità di governare una città, la più popolosa e ricca del suo tempo. Anche delle trame che si sviluppano all'interno e intorno a questa importante realtà, il libro di Caterina sa farci intravedere alcuni interessanti sprazzi, giustificando anche così il "Premio Nazionale Dario Galli 2025" che le è stato meritatamente attribuito.

Renato Campinoti

23 dicembre 2025

Khaled Hosseini: Il cacciatore di aquiloni

Quando i Talebani seminarono il terrore in Afghanistan (come oggi!)

Se era bello e impressionante venti anni fa, quando è uscito, questo libro ti emoziona fino alle lacrime a rillegerlo oggi. Non fai in tempo a terminarlo, dopo tante emozioni e tanti drammi, con l'arrivo dei Talebani a infestare una civiltà che aveva con sofferenza resistito anche alla violenza russa, che la speranza che si riaccende con l'arrivo degli americani è di breve durata. Lo chiudi e ti rendi conto che quella possibilità di fuggire dalla morsa del fanatismo talebano è ancora una volta sopraffatta. Ora, laggiù, la situazione è di nuovo quella che Amir, il ragazzetto del libro, poi diventato adulto e famoso scrittore, ci descrive senza tanti giri di parole. E' tante cose, questo libro. E' anche un romanzo di formazione, nel più classico dei modi. Un ragazzino nasce da un padre un pò burbero ma pieno di ingegno. Alla nascita la madre, bella e tanto amata dal padre, muore di parto. Già qui cominciano i sensi di colpa del bambino, che si preoccupa di essere vissuto dal padre come il responsabile della perdita dell'amata moglie. Poi trova in Hassan, quasi coetaneo, figlio del servo del padre, e tuttavia preso a benvolere dal padrone al pari dello stesso figlio, un amico con cui condividere giochi e marachelle. Hassan non nasconde i sentimenti di rispetto e di grande affetto che prova verso l'amico-padrone. "Per te questo ed altro" sarà la risposta di Hassan ad ogni cosa, anche la più azzardata, che Amir gli chiede. Come in ogni libro che sa farsi leggere, avverrano cose che incrineranno l'armonia tra i due ragazzi, proprio quando si é appena rafforzata con la vittoria di coppia nel gioco tipico di quel Paese: la battaglia con gli aquiloni e la caccia finale tra i due che rimangono in alto. Al lettore la scoperta degli avvenimenti di questo periodo, quasi un preludio al dramma che il Paese vivrà con l'arrivo prima dei russi e poi dei Talebani. E qui comincia l'altra faccia di questo libro: una denuncia forte, fatta in forma di "invasione" non solo territoriale , ma anche dei sentimenti, delle paure e dei drammi personali con cui i personaggi sono costretti a vivere le loro stesse contraddizioni. Senza scadere in forme di facile sentimentalismo, lo scrittore sa rappresentarci insieme il grumo di sofferenze individuali che i protagonisti si portano dietro e l'impatto della loro situazione con la brutalità di un estremo fanatismo, ricoperto con l'involucro di una improbabile lettura religiosa, che impedisce loro di affrontare e risolvere i loro problemi. Il libro raggiunge così un alto livello di pathos che, unito ad un incalzante ritmo narrativo, impediscono al lettore, come è capitato al sottoscritto, di laciarlo sul comodino ad un'ora decente. Resta da dire che ci vorrebbe, alla luce della situazione determinatasi col ritiro degli americani da quel martoriato Paese, un nuovo libro che rinfocoli l'attenzione del mondo verso la situazione drammatica in cui sono costretti a vivere oggi i suoi abitanti, a cominciare dalla insopportabile condizione delle donne. Purtroppo "mala tempora currunt", come direbbero i latini e sono così tante e non meno drammatiche le condizioni in cui troppi popoli sono costretti a vivere, con l'aggiunta di guerre sanguinosissime, che la speranza di un riscatto a breve della situazione in Afghanistan si spegne appena si affaccia alla nostra coscienza.

Renato Campinoti