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23 maggio 2026
Philip K. Dick: Ubik
Trama
Anno 1992. Il mondo è metà cyberpunk metà anni '60. La tecnologia permette di “ibernare” i morti in stato di animazione sospesa, e di comunicare con loro tramite “telepatia a pagamento”. Le corporation usano telepati e anti-telepati per spiare la concorrenza.
Glen Runciter dirige una di queste agenzie anti-telepatiche. Durante una missione su Luna, lui e la sua squadra restano coinvolti in un’esplosione. Runciter muore e viene ibernato. Ma da quel momento oggetti, persone, messaggi cominciano a regredire nel tempo. Sigarette diventano senza filtro, l’ascensore diventa a fune, il 1992 scivola indietro verso il 1939.
E qualcuno lascia messaggi che dicono: “Usa Ubik”. Ubik è un prodotto spray misterioso che sembra fermare la regressione.
Da qui il romanzo diventa una caccia: chi è morto? Chi è vivo? Chi sta sognando chi?
I temi centrali - il Dick-pensiero al 100%
a. La realtà è solida?
Dick non fa il gioco del “tutto era un sogno”. La domanda è peggiore: e se la realtà fosse una cosa che si consuma, si logora, come un oggetto di plastica lasciato al sole? In Ubik il mondo si “desincronizza”. È la sua ossessione perenne: la realtà come consenso fragile.
b. Morte e comunicazione
L’ibernazione “moratorium” permette di parlare con i morti. Ma chi parla? Il morto, o un’eco? Dick mette in scena il terrore borghese americano degli anni ‘60: la morte non è più definitiva, ma diventa un servizio a consumo. Macabro e comico insieme.
c. Il tempo che va al contrario
Non è viaggio nel tempo. È entropia. Tutto invecchia, si consuma, torna a uno stato primitivo. È l’ansia del capitalismo che produce e consuma. Le marche diventano anni ‘30, i prodotti spariscono. Dick, che era sempre al verde, mette in scena il panico di perdere anche l’oggetto più banale.
d. Dio, o il suo sostituto
Ubik è un prodotto commerciale, ma funziona come un dio personale. Ti parla, ti salva, è onnipresente. Dick era affascinato da questo: in un mondo senza Dio, il mercato crea i suoi feticci. Il nome “Ubik” viene dal latino ubique = ovunque.
Perché funziona e perché è difficile
Cosa funziona alla grande:
Ritmo claustrofobico: Dopo 50 pagine non capisci più nulla, e questo è voluto. La regressione del mondo ti trascina giù anche come lettore. È ansia pura.
Dialoghi cinici e veloci: Dick scrive come se i personaggi fossero sempre in ritardo su qualcosa. Zero fronzoli.
Finale a scatole cinesi: Non te lo rovino. Ma è uno dei finali che ti fa tornare indietro a rileggere tutto con occhi diversi. E non c’è una “soluzione” unica.
Cosa può infastidire:
È ambiguo di proposito: Se vuoi risposte nette, ti arrabbi. Dick non le dà. Vuole che esci dal libro con la stessa incertezza dei personaggi.
Il tono: Passa dal noir al surreale al pubblicitario in 2 pagine. Alcuni lo trovano geniale, altri fastidioso.
Tecnologia datata: Il 1992 di Dick è pieno di telefoni a gettoni e macchine volanti. Ignoralo. Non è il punto.
Il verdetto
Ubik è il libro di Dick più “perfetto” come meccanismo. Do Androids Dream of Electric Sheep? è più famoso, ma Ubik è più compatto e maligno. È una parabola sul consumo, sulla morte e sul dubbio: se la realtà si rompe, cosa ti tiene insieme?
Voto: 9/10 se reggi l’ambiguità. 6/10 se vuoi un finale spiegato bene.
Extra curioso: Dick disse che Ubik gli venne in sogno, con un dio-commerciale che gli parlava. E sulle prime edizioni c’era scritto: “UBIK: non puoi vivere senza”. Marketing profetico.
Recensione con AI
13 maggio 2026
Marco Rodi: Vespucci nel mirino. Le indagini del Commissario Attenti
Dico subito che, essendo il primo libro della serie del Commissario Attenti di Marco Rodi che leggo, ne sono stato colpito molto favorevolmente. Forse perchè, questa volta, l'autore colloca le vicende molto lontano dalla sua Livorno, l'ottimo risultato che riesce ad ottenere mi ha fatto venire in mente una frase che mi ha colpito a suo tempo del fiorentino Vasco Pratolini quando, ne "La costanza della ragione" fa dire a Bruno, il giovane protagonista: "Mio padre diceva sempre che si va per il mondo passando dall'orto di casa. Che se non sai zappare il tuo, non imparerai mai a conoscere la terra degli altri".
(a.l.a Libri)
Renato Campinoti
04 maggio 2026
Emmanuel Carrère: I baffi (ADELPHI)
Ci vuole poco ad un grande narratore come Carrère per trasformare una apparente banalità come il taglio dei baffi da parte del protagonista per fare una sorpresa ad Agnès, sua moglie, in una vicenda che, dal grottesco, si trasforma a poco a poco in un vero e proprio dramma umano. Si, perchè potrebbe succedere a chiunque se, una volta cambiato qualcosa nei vostri connotati, non solo non se ne accorgesse vostra moglie (o marito), ma la cerchia degli amici intimi o collaboratori vi dicesse che così come state, senza baffi in questo caso, è la vostra normalità di sempre. Il dramma comincia piano tra il protagonista e la moglie, con la quale esisteva un rapporto apparentemente di ferro.
Renato Campinoti
24 aprile 2026
Pierre Martin: Madame le commissaire e la vendetta tardiva (Neri Pozza)
Un giallo denso di valori positivi che accentuano la gravità del crimine
"Ma la cosa peggiore per quel vecchio macho, era che tanta impertinenza proveniva da una donna". Di frasi e concetti di questo genere, il piacevole libro di Pierre Martin (pseudonimo di un autore tedesco!) è pieno dall'inizio alla fine. Questo per dire che uno degli aspetti che percorrono tutta la trama di questa puntata del personaggio femminile che questo seguitissimo autore d'oltralpe ha collocato nel sud della Francia, è proprio la condanna della cultura patriarcale tipica delle zone "interne" anche dei grandi paesi europei. E a questo si affianca, inevitabilmente, la valorizzazione, verrebbe da dire la superiorità morale e culturale, delle donne sugli uomini. Forse sta anche in questo, il suo sano e puntuale elogio delle doti femminili, non privo naturalmente di una visione ironica sui difetti del sesso "debole", che hanno decretato un enorme successo alla serie su cui l'autore ha costruito il suo successo, come scrittore prima, come autore cinematografico in seguito.
Renato Campinoti
16 aprile 2026
Joe R. Lansdale: una stagione selvaggia (Einaudi)
Joe R. Lansdale: Una stagione selvaggia, un'indagine di Hap e Leonard
Con questo racconto Lansdale dà vita alla coppia più strana e particolare della letteratura americana. L'uno, Hap Collins, bianco, indolente, sempre sull'orlo dell'indigenza e della sfiga in tutti gli ambiti, compreso quello affettivo; l'altro Leonard Pine, nero, di stazza superiore alla media, omosessuale, privo di particolari ideali dopo l'esperienza del Vietnam. In questa prima avventura c'è tuttavia uno sfondo, vorrei dire valoriale, in cui soprattutto Hap viene inserito. Ed è quello dei valori degli anni sessanta quando c'era gente che voleva cambiare il mondo. In breve, quando Hap viene raggiunto dalla sua ex, Trudy, una bionda esplosiva che torna dal passato, che lo ha già fatto soffrire più volte con i suoi abbandoni, il nostro eroe non ci metterà olto a farsi convincere a entrare in combutta con altri sfigati per recuperare un milione ddi dollari da un relitto nascosto nel fiume Sabine, frutto di un furto di dieci anni prima andato male. L'unica condizione che Hap pone è quella di coinvolgere Leonard, compresa la partecipazione alla spartizione del malloppo. Come succederà sempre, da ora in avanti, con questa coppia, le cose diventeranno maledettamente più complicate di come potevano sembrare e gli stessi personaggi finiscono per cambiare il ruolo (buoni contro cattivi) che inizialmente ci facevano immaginare. Si arriverà così ad una vera e propria resa dei conti, con tanto di uccisioni, ferimenti e rischi vitali perfino per la nostra coppia di amici. I quali, ovviamente, se la caveranno anche se ammaccati, non fosse altro per dare continuità alla serie. La cosa interessante di tutto il racconto, come sempre ben scritto e con un ritmo coinvolgente, sta in questo farci immaginare, da parte dell'autore, che possano ancora sopravvivere (siamo all'inizio degli anni 90 del secolo scorso) i valori e gli ideali che negli anni sessanto hanno forgiato intere generazioni tuttora in circolazione. Quando Hap vorrà darsi una ragione per cui non è mai riuscito a negare un supporto e un coinvolgimento nelle vicende in cui lo ha più volte trascinato la bella Trudy, non potrà che darsi un'unica risposta: "Ancora una volta lei mi aveva mostrato un pò di cuore e di anima, e mi resi conto del perchè finivo sempre con il seguirla. Al di là di tutto, lei era convinta che le cose potevano migliorare. Che la vita non era solo un gioco...Con tutto quello che sapevo adesso, non avrei più potuto sentirmi come allora...Ma perdere il mio idealismo, smettere di credere nella capacità degli esseri umani di andare oltre i loro istinti primitivi, significava diventare vecchi, amareggiati e inutili per gli altri, perfino per me stesso." Alla fine di una storia a tratti cruenta e perfino pericolosa per la vita stessa dei protagonisti, questo grande scrittore texano ci riporta nel luogo a lui più caro: dove perfino una coppia di personaggi apparentemente perdenti nell'America di allora e di oggi, può stimolarci a non arrenderci ai brutti segnali di egoismo delle classi dirigenti e ai nuovi Vietnam che si riaccendono ai giorni nostri. Il fatto di farlo, da parte sua, con storie assurde e divertenti e con un ritmo di scrittura impressionante che ci costringe a terminare in poco tempo i suoi racconti, ci porta a dire che non si può che essere profonfodamente grati a Lansdale.
Renato Campinoti
11 aprile 2026
Roberto Mosi: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze (Angelo Pontecorboli editore)
Un pezzo di storia fiorentina troppo presto dimenticata
Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli; Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città.
Renato Campinoti
04 aprile 2026
Emiliano Dominici: Gli anni incerti, Canzone di fine millennio
Nati tutti e tre lo stesso giorno e anno, il 22 giugno del 1969, i protagonisti principali di questo bello e robusto romanzo, Jerry, Giulia e Guido, ma in tre luoghi diversi (Jerry concepito durante il megaconcerto di Woodstock a Bethel, New York, Guido a Livorno come pure Giulia ma nata ad Assisi), finiranno per costruire un rapporto fortissimo tra tutti e tre che resisterà alle tante e complesse vicende del loro periodo di crescita.
Renato Campinoti
