Grazia Deledda: Canne al vento
"un luogo di penitenza: il mondo"
Scritto negli anni venti del "secolo breve", il romanzo risente delle profonde contraddizioni di un tempo ancora segnato dalle vecchie gerarchie tra nobili e popolani, ma dove comincia a farsi strada una idea nuova e nuove esperienze di vita. Il romanzo presenta più registri in cui si fa leggere. Il princiale è quello reso esplicito più volte ("Siamo proprio come canne al vento...siamo come canne e la sorte è il vento", come dirà il servo Efix di ritorno da un lungo vagabondare), dove predominante è il carattere precario ed esposto al "vento" dei cambiamenti che domina tutta l'atmosfera e gli stessi fatti del racconto. Chi non si ribella alla propria sorte è costretto a subirla, vuoi che sia nobile (come le tre sorelle rimaste come prigioniere nella loro casa e nella loro illusione di essere disponibili solo per mariti nobili) vuoi che sia plebeo e servo come Efix. Il quale, per quanto tenti di fuggire e di girare il mondo, ritorna sempre prigioniero della sua sorte di servo delle sorelle fino alla morte. La stessa maledizione dell'immobilismo nell'idea del mondo e delle convenzioni cattura anche la figura più ricca e apparentemente spregiudicata del romanzo, don Predu o Pietro in lingua iitaliana, del resto dello stesso sangue, in quanto cugino, delle sorelle Pintor. Il quale passa la vita ad accumulare risorse e beni, a dileggiare tutti, a cominciare dal servo Efix, e finirà per non riuscire ad uscire dalle convenzioni e a vedere solo nel matrimonio con la più giovane delle sorelle l'unico destino familiare possibile. Ma ecco che dentro il romanzo si affaccia un altro registro: è possibile rompere l'immobilismo delle convenzioni e della rigida divisione in caste nobili e popolane che è alla base della vita ritirata e povera delle sorelle. Sarà Donna Lia, la terza in ordine di età, delle quattro sorelle, a rifiutarsi di vivere quella vita priva di prospettive e piena di pregiudizi. Una notte fuggirà, si sposerà con un mercante di bestiame e vivrà a Civitavecchia "in discreta agiatezza". Avrà un figlio, Giacinto, che dopo la morte della madre, ormai adulto, andrà a trovare le zie nobili. Nasce qui il terzo registro del racconto, quello tra le tre sorelle, il servo Efix, e il nipote Giacinto figlio della sorella che le ha disonorate con la fuga, ma che ha lasciato loro questo nipote. Lo spirito con cui le tre sorelle accolgono il giovane, apparentemente con indifferenza, con apprensione e voluttà in realtà, ci fa tornare in mente la storia delle sorelle Materassi di Palazzeschi, compreso i guai in cui finirà per cacciarsi e cacciare le zie. Ma qui il giovane è anche espressione del vento di novità che la stessa madre sembra avergli infuso nel carattere. Finirà per rifiutare una vita di vizi e di ozi sui quali si ingrassano solo gli usurai come Kallina, e troverà in un lavoro modesto e faticoso il suo possibile riscatto e il suo diritto a sposare una donna bella anche se povera come lui. Di particolare rilievo, in tutto il romanzo, il ruolo della religione, vissuta quasi come supestizione, che finirà per fungere da rifugio per i più deboli e come freno rispetto alle novità che, sia in Giacinto che, a suo tempo, nella madre Leda, si possono intravedere. Va detto, infine, che la Deledda ci delizia di una bellissima scrittura, capace di intrecciare l'esaltazione della natura, delle stagioni belle o brutte che siano, dei fiori, di cui è particolarmente innamorato il servo Efix, con i momenti e le vicende dei suoi personaggi, perfettamente delineati, che ci accompagnano anche quando il racconto è finito. Va detto, insomma, che fu proprio meritato, quest'anno che ricorrono i cento anni, il premio nobel per la letteratura che le fu assegnato nel 1926, prima donna italiana a conquistarlo, una delle donne che ha provato a dare una spinta alla ancora troppo poco praticata abitudine alla lettura degli italiani. Anche per questo merita di essere ancora letta e onorata.
Renato Campinoti
