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26 maggio 2026

Gustave Flaubert: Madame Bovary

 


Gustave Flaubert: Madame Bovary

Il romanzo dell'insoddisfazione della donna nel ruolo di moglie


Mi ha fatto venire in mente "Anna Carenina" di Tolstoy che, dall'insoddisfazione del proprio ruolo nell'aristocrazia russa, si trasferisce a Emma nella piccola borghesia di provincia in Francia. Sono molte le impressioni che continua a suscitare un romanzo di questa natura, un classico per la letteratura sulla donna nell'era moderna. Mi sono avvalso anche della IA per dare una ripassata alla trama per i lettori e alcuni giudizi di carattere oggettivo che metto di seguito.

Madame Bovary di Gustave Flaubert è il romanzo che ha inventato il realismo moderno. Uscito nel 1857, ha fatto scandalo per “immoralità” e Flaubert finì pure a processo. Oggi sembra innocuo, ma ti fa male in un altro modo: ti mostra come ci si rovina la vita da soli.

Di cosa parla, senza spoiler grossi
Emma Rouault sposa Charles Bovary, un medico di provincia bravo ma noioso. Lei ha letto troppi romanzi d’amore, si annoia, vuole “la vita vera” fatta di lusso, passione, Parigi. Così si inventa un’esistenza diversa attraverso due amanti, i debiti e l’ostentazione. Finisce male. Non per colpa del destino, ma perché Emma confonde il desiderio con la realtà.

Perché funziona ancora nel 2025
Emma è il primo personaggio moderno insoddisfatto. Non è cattiva, non è stupida. È vittima della sua immaginazione. Oggi la chiameremmo “consumatrice di estetica Instagram”: vuole la vita come si vede nei romanzi, non come è.
Flaubert non giudica. Non c’è un narratore che ti dice “Emma è una sciocca”. Ti mostra le scene, i dialoghi banali, i dettagli sgradevoli e ti lascia trarre le conclusioni. È fastidioso e onesto.
Lo stile è chirurgico. Flaubert riscriveva ogni frase 20 volte. Il risultato è una prosa che sembra semplice ma è perfetta. Ogni dettaglio inutile è stato tagliato. Per questo il libro non invecchia: non c’è retorica, solo osservazione.

I punti alti
Il ballo al castello di La Vaubyessard: Emma assaggia per 5 ore la vita che sogna. Flaubert descrive odori, musica, vestiti fino a farti sentire il profumo e poi ti ributta nel fango di Yonville. Contrastro brutale.
Le scene con Léon e Rodolphe: non c’è passione epica, c’è seduzione mediocre, bugie, noia. È realistico in modo scomodo.
Il finale: senza dire altro, è uno dei finali più lucidi sulla banalità del male e dell’autodistruzione.

I difetti, se così si possono chiamare
È lento. Le prime 100 pagine sono descrizioni di paese, chiacchiere da provincia, Charles che è insopportabile. Se cerchi ritmo da thriller molli qui.
E Charles: è così passivo che ti viene voglia di scuoterlo. Ma è voluto. Flaubert vuole mostrarti la mediocrità totale.

Temi centrali
Romanticismo vs realtà: Emma muore perché non accetta che la vita non sia un romanzo.
Borghesia e noia: Yonville è l’Italia di provincia, la Francia di provincia, qualunque posto dove “non succede mai niente”.
Sguardo femminile: per il 1857 è rivoluzionario. Flaubert entra nella testa di una donna con una precisione che pochi autori uomini hanno mai raggiunto.

Voto: 9/10
È scomodo, preciso, senza pietà. Non ti fa amare Emma, ti fa capire come si diventa Emma. E questo è peggio.

Leggilo se: ti piace Dostoevskij, Elena Ferrante, o ti interessa come nasce l’insoddisfazione moderna.
Non leggerlo se: vuoi una storia d’amore romantica. Non lo è. È l’autopsia di un’illusione d’amore.

In Madame Bovary i personaggi secondari non fanno da contorno: sono il meccanismo che tiene prigioniera Emma. Flaubert li usa per mostrare come la provincia costruisce la sua gabbia.

Ecco i 5 che contano davvero:

Charles Bovary - Il marito
Medico mediocre, buono, goffo, innamorato ciecamente. È il simbolo della mediocrità contenta.
Non capisce mai cosa vuole Emma, non perché sia cattivo, ma perché non ha gli strumenti per immaginarlo. Dopo la morte di lei diventa patetico, ma è patetico dall’inizio.
Funzione: rappresenta la vita “normale” che Emma rifiuta. Flaubert lo descrive con una pietà crudele.

Léon Dupuis - Il primo amante
Impacciato, sognatore, timido. Lavora in uno studio legale a Yonville. È giovane, legge i tuoi stessi romanzi, ti fa sentire meno sola.
La loro storia inizia a fuoco lento e muore per timidezza e mancanza di soldi. Poi ritorna alla fine, più sicuro di sé, e la rovina.
Funzione: l’amore “letterario”. Con lui Emma recita la parte della protagonista romantica. È vuoto, ma lei non se ne accorge.

Rodolphe Boulanger - Il secondo amante
Proprietario terriero, 34 anni, cinico, esperto di donne. Non cerca l’amore, cerca il divertimento. Seduce Emma con frasi fatte e passeggiate nei boschi.
Quando si annoia, la lascia con una lettera che è diventata famosa per la sua banalità crudele.
Funzione: l’illusione della passione. Con lui Emma capisce che anche “l’avventura” è noiosa se sei tu il problema.

Homais - Il farmacista
Il borghese perfetto dell’800. Volubile, vanitoso, anticlericale, progressista a chiacchiere. Parla di scienza, politica, igiene, ma è solo presuntuoso.
È ossessionato dall’apparire moderno e dal farsi notare. Diventa consigliere comunale, vince premi, scrive sul giornale locale.
Funzione: la voce della provincia che si crede illuminata. È comico e odioso, e Flaubert lo odia apertamente. È l’antitesi di Emma: lei vuole fuggire dalla realtà, lui la banalizza per farci carriera.

M. Lheureux - L’usuraio
Mercante di stoffe e tutto il resto. Gentile, sorridente, paziente. È lui che fornisce a Emma le stoffe, i mobili, i prestiti per mantenere l’illusione del lusso.
Non alza mai la voce. Aspetta. E quando è il momento, ti strozza con gli interessi.
Funzione: il capitalismo predatorio in forma umana. È il vero motore della tragedia. Senza di lui Emma non potrebbe indebitarsi fino alla rovina.

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Come usarli per leggere il libro meglio

Pensa a Yonville come a un sistema chiuso:
Charles = la gabbia legale
Homais = la gabbia ideologica, il chiacchiericcio
Léon e Rodolphe = le vie di fuga illusorie
Lheureux = il conto che arriva alla fine

Nessuno di loro è “cattivo” nel senso melodrammatico. Sono normali, e proprio per questo sono pericolosi. Flaubert dice: non ti rovina un mostro. Ti rovina la gente che incontri tutti i giorni.

Renato Campinoti con la collaborazione di AI

23 maggio 2026

Philip K. Dick: Ubik

Genere: Sci-fi psicologica / metafisica Pagine: ∼200. Denso, non lungo.

Trama
Anno 1992. Il mondo è metà cyberpunk metà anni '60. La tecnologia permette di “ibernare” i morti in stato di animazione sospesa, e di comunicare con loro tramite “telepatia a pagamento”. Le corporation usano telepati e anti-telepati per spiare la concorrenza.

Glen Runciter dirige una di queste agenzie anti-telepatiche. Durante una missione su Luna, lui e la sua squadra restano coinvolti in un’esplosione. Runciter muore e viene ibernato. Ma da quel momento oggetti, persone, messaggi cominciano a regredire nel tempo. Sigarette diventano senza filtro, l’ascensore diventa a fune, il 1992 scivola indietro verso il 1939.

E qualcuno lascia messaggi che dicono: “Usa Ubik”. Ubik è un prodotto spray misterioso che sembra fermare la regressione.

Da qui il romanzo diventa una caccia: chi è morto? Chi è vivo? Chi sta sognando chi?

I temi centrali - il Dick-pensiero al 100%

a. La realtà è solida?
Dick non fa il gioco del “tutto era un sogno”. La domanda è peggiore: e se la realtà fosse una cosa che si consuma, si logora, come un oggetto di plastica lasciato al sole? In Ubik il mondo si “desincronizza”. È la sua ossessione perenne: la realtà come consenso fragile.

b. Morte e comunicazione
L’ibernazione “moratorium” permette di parlare con i morti. Ma chi parla? Il morto, o un’eco? Dick mette in scena il terrore borghese americano degli anni ‘60: la morte non è più definitiva, ma diventa un servizio a consumo. Macabro e comico insieme.

c. Il tempo che va al contrario
Non è viaggio nel tempo. È entropia. Tutto invecchia, si consuma, torna a uno stato primitivo. È l’ansia del capitalismo che produce e consuma. Le marche diventano anni ‘30, i prodotti spariscono. Dick, che era sempre al verde, mette in scena il panico di perdere anche l’oggetto più banale.

d. Dio, o il suo sostituto
Ubik è un prodotto commerciale, ma funziona come un dio personale. Ti parla, ti salva, è onnipresente. Dick era affascinato da questo: in un mondo senza Dio, il mercato crea i suoi feticci. Il nome “Ubik” viene dal latino ubique = ovunque.

Perché funziona e perché è difficile
Cosa funziona alla grande:
Ritmo claustrofobico: Dopo 50 pagine non capisci più nulla, e questo è voluto. La regressione del mondo ti trascina giù anche come lettore. È ansia pura.
Dialoghi cinici e veloci: Dick scrive come se i personaggi fossero sempre in ritardo su qualcosa. Zero fronzoli.
Finale a scatole cinesi: Non te lo rovino. Ma è uno dei finali che ti fa tornare indietro a rileggere tutto con occhi diversi. E non c’è una “soluzione” unica.

Cosa può infastidire:
È ambiguo di proposito: Se vuoi risposte nette, ti arrabbi. Dick non le dà. Vuole che esci dal libro con la stessa incertezza dei personaggi.
Il tono: Passa dal noir al surreale al pubblicitario in 2 pagine. Alcuni lo trovano geniale, altri fastidioso.
Tecnologia datata: Il 1992 di Dick è pieno di telefoni a gettoni e macchine volanti. Ignoralo. Non è il punto.

Il verdetto
Ubik è il libro di Dick più “perfetto” come meccanismo. Do Androids Dream of Electric Sheep? è più famoso, ma Ubik è più compatto e maligno. È una parabola sul consumo, sulla morte e sul dubbio: se la realtà si rompe, cosa ti tiene insieme?

Voto: 9/10 se reggi l’ambiguità. 6/10 se vuoi un finale spiegato bene.

Extra curioso: Dick disse che Ubik gli venne in sogno, con un dio-commerciale che gli parlava. E sulle prime edizioni c’era scritto: “UBIK: non puoi vivere senza”. Marketing profetico.

Recensione con AI

13 maggio 2026

Marco Rodi: Vespucci nel mirino. Le indagini del Commissario Attenti

Una trama robusta, lontana da Livorno ma con la città sempre presente

Dico subito che, essendo il primo libro della serie del Commissario Attenti di Marco Rodi che leggo, ne sono stato colpito molto favorevolmente. Forse perchè, questa volta, l'autore colloca le vicende molto lontano dalla sua Livorno, l'ottimo risultato che riesce ad ottenere mi ha fatto venire in mente una frase che mi ha colpito a suo tempo del fiorentino Vasco Pratolini quando, ne "La costanza della ragione" fa dire a Bruno, il giovane protagonista: "Mio padre diceva sempre che si va per il mondo passando dall'orto di casa. Che se non sai zappare il tuo, non imparerai mai a conoscere la terra degli altri". 
Mi pare, infatti, che questo riesca a fare in questo avvincente romanzo giallo l'amico Rodi: spedire a Manila, a risolvere un caso di notevole spessore, addirittura internazionale, un Commissario che il suo orto lo ha saputo coltivare benissimo e che, proprio per questo, intreccia le vicende di quel Paese lontano, col richiamo continuo alla sua città e alla sua esperienza. 
E rimarrà così tanto legato alla sua città che, alla fine delle intense vicende che l'autore ci racconta si svolsero a Manila, ritornato alla sua Baracchina Bianca di Livorno, "perchè ad Attilio il suo mare sembrasse più bello di quello di Manila, non seppe spiegarselo". 
Ma Livorno, i suoi sapori, il suo cacciucco, i suoi modi di dire ritorneranno continuamente, quasi che Rodi voglia scusarsi per aver allontanato momentaneamente la trama del suo romanzo dalla sua città e dai suoi lettori più amati. Comunque anche l'allontanamento è molto relativo dato che è, appunto, sulla Vespucci che si svolge gran parte del racconto e della Vespucci si parla più volte come del possibile bersaglio a seguito cattura e della scomparsa del giovane allievo Rinaldo Giannetti. 
Lo stesso Commissario Attenti sarà costretto a salire in cima alla coffa del famoso veliero per dare un'attenta occhiata a cosa si muove nei dintorni della nave, costretta a rimanere all'ancora più del previsto. 
Senza dire molto di più di una trama che Rodi sviluppa, da bravo giallista, con continui colpi di scena, sono comunque da rimarcare alcuni aspetti. Anzitutto la capacità di Attenti e del collega capitano di corvetta Matias Martini, inviati su sollecitazione del Ministero sul posto, di entrare in una positiva collaborazione con la polizia locale, affiancando (ma forse indirizzando nelle indagini) il commissario di polizia locale Dezon Rogelio. 
Nonostante una marcata differenza di atteggiamento ("L'ufficio di Dizon...si affacciava su una strada polverosa e lontana a sufficienza dal caos del porto per permettergli di ignorare quello che vi succedeva"), come pure un rapporto con gli indiziati con sistemi discutibili ("I suoi uomini avrebbero strappato la pelle a quel bastardo senza alcun problema"), i due poliziotti italiani riusciranno a spingere il collega filippino ad un grosso e rischioso lavoro di indagine e, soprattutto, di azione, che finirà per produrre i suoi frutti. 
Altrettanto notevole è il ruolo che i due colleghi sapranno far svolgere ad Akemi, una affascinante e ricca prostituita che contribuirà non poco a favorire la ricerca della giusta strada delle indagini. Molto interessante la confessione della donna sui suoi trascorsi di giovinetta poverissima, vittima di atti di vera e propria pedofilia, che Rodi sa raccontarci in maniera assolutamente veritieria e drammatica, facendoci ricordare che quella del patriarcato e della violenza familiare è, purtroppo, un male che riguarda anche le nostre, opulente, società occidentali. 
Da segnalare ancora il particolare rapporto che il Commissario Attenti costruirà con Lavinia, la fidanzata di Giannetti, l'allievo rapito, con la quale sembra condividere al tempo stesso, tutta la preoccupazione di non riuscire a ritrovare vivo il giovane allievo e, contemporaneamente, la reciproca empatia per un analogo senso del dovere verso le loro pur differenti responsabilità. 
Tutto questo (e molto altro che non si può svelare: per esempio, chi è quel giovane Carlo che ha inventato un giochino chiamato Black Mirror?) per dire che della capacità dell'autore di inserire in una pur ben congegnata e robusta trama di giallo autentico, vicende e questioni che fanno del giallo stesso uno strumento di conoscenza di molte delle vicende che possono accadere ogni giorni nelle nostre realtà. 
Nel più autentico filone che da Simenon ci porta ai più bravi giallisti come De Giovanni, Manzini e tanti altri dei giorni nostri. Non resta, infine, che sottolineare il continuo crescendo del ritmo e degli sviluppi della trama del racconto mano a mano che si avvicina la conclusione del racconto, che ci tengono incollati alle pagine fine alla conclusione. E ci fanno pensare perchè questo racconto, forse un poco sfrondato da qualcuno dei richiami livornesi, non sia attratto, come merita, da case editrici maggiori in grado di garantire ad opere come questa lo sviluppo commerciale (e di lettura) che meritano.

(a.l.a Libri)

Renato Campinoti

04 maggio 2026

Emmanuel Carrère: I baffi (ADELPHI)

Emmanuel Carrèr: I Baffi
Una lezione di vita che ci riguarda ancora oggi

Ci vuole poco ad un grande narratore come Carrère per trasformare una apparente banalità come il taglio dei baffi da parte del protagonista per fare una sorpresa ad Agnès, sua moglie, in una vicenda che, dal grottesco, si trasforma a poco a poco in un vero e proprio dramma umano. Si, perchè potrebbe succedere a chiunque se, una volta cambiato qualcosa nei vostri connotati, non solo non se ne accorgesse vostra moglie (o marito), ma la cerchia degli amici intimi o collaboratori vi dicesse che così come state, senza baffi in questo caso, è la vostra normalità di sempre. Il dramma comincia piano tra il protagonista e la moglie, con la quale esisteva un rapporto apparentemente di ferro. 
Così, quando Agnès nega di vedere qualcosa di nuovo nel momento in cui il marito le mostra la faccia senza baffi, l'uomo "detestava essere arrabbiato con Agnès, avrebbe voluto amarla senza reticenze, per quanto brevi e passeggere esse fossero". Ma ci vorrà poco per passare da un tono tutto sommato conciliante ad una fase di gravi sospetti sull'atteggiamento complessivo della moglie: "Temette anche di potersi chiedere, prima o poi, se quella notte non l'avesse amato, rassicurato, stretto a sé per ingannare la sua diffidenza". 
Di qui in avanti è un crescendo di sospetti e di riflessi negativi sull'umore e la psiche dell'uomo, fino a immaginare un vero e proprio inganno di tutti, moglie, amici, semplici conoscenti che, quando gli consiglieranno una visita psichiatrica, lo porta all'esasperazione più bieca, convinto "che non si trattasse di uno scherzo... ma di qualcosa di molto più grave... un piano ordito contro di lui, volto a farlo impazzire, a spingerlo al suicidio o a farlo rinchiudere in una cella imbottita". 
D'ora in poi l'uomo, sentendosi accerchiato, comincia a pensare che l'unica risposta a questa macchinazione sia la fuga, il più lontano possibile. Ed è ciò che progetterà nei dettagli, anche se la meta appare più frutto di una combinazione di fattori che cercata. Che tuttavia non credo sia casuale nella logica dello scrittore, la Hong Kong dove convivono mille razze e mille idiomi, senza una possibile, decente socialità e dove ciascuno è più che mai messo di fronte solo a sè stesso. 
Lasciando al lettore il seguito delle macchinazioni e dei risvolti di questa insensatezza da cui l'uomo è ormai colpito, ci basta dire che il romanzo ebbe un meritato riscontro alla sua pubblicazione, forse perchè toccava un nervo scoperto dell'apparente sviluppo senza limiti del mondo occidentale: la fragilità dell'essere umano e la sua difficoltà a riconoscere la linea di demarcazione tra la ragione e la follia. 
Il lettore di quel tempo, insomma, avvertiva come, di fronte alla crisi delle grandi ideologie, al predominio degli indici di sviluppo e delle nuove conquiste della tecnologia, ciò che rimaneva indietro era lui, come essere indifeso di fronte alla ricerca di una nuova ragione e a cui, proprio in quel periodo, veniva indicata la via della psichiatria come ancora di salvezza per la soluzione dei propri dubbi e delle proprie incertezze. 
La follia, sembra ancora oggi dirci Carrère, è dietro l'angolo di ciascuno di noi. Attenzione alla ricerca di troppe certezze, come pure a voler immaginare che gli altri possano pensare e comportarsi come noi desideriamo. Una bella lezione di scrittura e di vita.

Renato Campinoti

24 aprile 2026

Pierre Martin: Madame le commissaire e la vendetta tardiva (Neri Pozza)


Un giallo denso di valori positivi che accentuano la gravità del crimine

"Ma la cosa peggiore per quel vecchio macho, era che tanta impertinenza proveniva da una donna". Di frasi e concetti di questo genere, il piacevole libro di Pierre Martin (pseudonimo di un autore tedesco!) è pieno dall'inizio alla fine. Questo per dire che uno degli aspetti che percorrono tutta la trama di questa puntata del personaggio femminile che questo seguitissimo autore d'oltralpe ha collocato nel sud della Francia, è proprio la condanna della cultura patriarcale tipica delle zone "interne" anche dei grandi paesi europei. E a questo si affianca, inevitabilmente, la valorizzazione, verrebbe da dire la superiorità morale e culturale, delle donne sugli uomini. Forse sta anche in questo, il suo sano e puntuale elogio delle doti femminili, non privo naturalmente di una visione ironica sui difetti del sesso "debole", che hanno decretato un enorme successo alla serie su cui l'autore ha costruito il suo successo, come scrittore prima, come autore cinematografico in seguito. 
Peccato che da noi di questi autori si conosca solo quello che ci permettono alcune case autrici minori, che hanno il merito di tradurli e metterli sul nostro mercato. Naturalmente questo dell'apprezzamento del genere femminile non è l'unico merito di questo libro. C'è la forza, pur nella modestia apparente, del personaggio femminile, Isabelle Bonnet, da tutti chiamata con l'appellativo di Madame le Commissaire, affiancata da un altro improbabile sous-commissaire Apollinaire, apparentemente goffo ed eccentrico, allampanato, sempre spettinato, col vizio di portare sempre calzini di colore diverso (il giallo e il rosso più frequentemente). 
Già qui, nell'intuizione di Isabelle di saper cogliere le notevoli doti professionali di un tipo che era stato relegato a topo di biblioteca (dove si annoiava a morte), per farne un validissimo collaboratore, emerge un'altra delle qualità di questa poliziotta che, per chi vorrà leggersi il divertente e intrigante romanzo, mostrerà, anche nelle circostanze più complesse e difficili, di quale stoffa è fatta. 
L'intuizione principale dell'autore è quella di aver preso una poliziotta in carriera, ai vertici della polizia impegnata contro i criminali più pericolosi, compreso il mondo delle mafie e del terrorismo, nella Parigi di questi ultimi decenni, e averla collocata nella provincia del sud francese, in un paesino dal nome stesso evocativo, Fragolin, dove vivono le persone "normali" e dove la vita scorre ad un ritmo ben diverso dalla capitale. 
Sia chiaro, Isabelle a Fragolin, dove è nata più di trenta anni prima, ci va di sua spontanea volontà per fuggire a vicende che ne hanno messo a rischio la vita e la serenità, per ritrovare se stessa e la normalità di ogni giorno. Se lo può permettere perché il grande capo della polizia parigina non l'abbandona e costruisce per lei un commissariato apparentemente poco più che inutile, dedito ai crimini non risolti e accantonati nelle polveri degli archivi. L'autore è bravissimo nel descrive personaggi e modi di vivere di assoluta normalità nel paesino di Isabelle. Tuttavia, come è immaginabile, sta proprio qui la pensata geniale di questo strano autore tedesco: ridurre al minimo gli effetti negativi dell'ambiente, fino ad una serenità apparentemente inattaccabile, per esaltare le vicende drammatiche, soprattutto legate proprio alla cultura patriarcale, fino ad elementi di pedofilia, su cui Madame le Commissaire si troverà a incappare. 
Isabelle non si lascia ingannare dall'apparente normalità della gente del luogo, neppure da quelli che ogni domenica continuavano a frequentare la messa "Anche i peccatori vanno in chiesa, altrimenti non avrebbero nulla da confessare", farà sapere a chi pensava di difendere qualcuno per la sua frequentazione parrocchiale. 
Ed è, questa frase, emblematica di un suo arguto modo di affrontare le vicende. Sempre a proposito della sana cultura della nostra poliziotta, appare di particolare valore la sua comprensione, lei chiaramente etero e ben intrigata con una storia di amore e di sesso con un personaggio del luogo, verso coloro che praticano l'omosessualità per natura o per scelta. 
Chi vorrà leggere questo bellissimo romanzo, che riporta il genere giallo ai suoi esordi francesi, ai romanzi di Maigret di Simenon, dove la trama gialla è spesso un modo per indagare i vizi e le contraddizioni della società del tempo, saprà da solo verificarne le qualità sia letterarie che sociali.

Renato Campinoti

16 aprile 2026

Joe R. Lansdale: una stagione selvaggia (Einaudi)

 

Joe R. Lansdale: Una stagione selvaggia, un'indagine di Hap e Leonard


Con questo racconto Lansdale dà vita alla coppia più strana e particolare della letteratura americana. L'uno, Hap Collins, bianco, indolente, sempre sull'orlo dell'indigenza e della sfiga in tutti gli ambiti, compreso quello affettivo; l'altro Leonard Pine, nero, di stazza superiore alla media, omosessuale, privo di particolari ideali dopo l'esperienza del Vietnam. In questa prima avventura c'è tuttavia uno sfondo, vorrei dire valoriale, in cui soprattutto Hap viene inserito. Ed è quello dei valori degli anni sessanta quando c'era gente che voleva cambiare il mondo.  In breve, quando Hap viene raggiunto dalla sua ex, Trudy,  una bionda esplosiva che torna dal passato, che lo ha già fatto soffrire più volte con i suoi abbandoni, il nostro eroe non ci metterà  olto a farsi convincere a entrare in combutta con altri sfigati per recuperare un milione ddi dollari da un relitto nascosto nel fiume Sabine, frutto di un furto di dieci anni prima andato male. L'unica condizione che Hap pone è quella di coinvolgere Leonard, compresa la partecipazione alla spartizione del malloppo. Come succederà sempre, da ora in avanti,  con questa coppia, le cose diventeranno maledettamente più complicate di come potevano sembrare e gli stessi personaggi finiscono per cambiare il ruolo (buoni contro cattivi) che inizialmente ci facevano immaginare. Si arriverà così ad una vera e propria resa dei conti, con tanto di uccisioni, ferimenti e rischi vitali perfino per la nostra coppia di amici. I quali, ovviamente, se la caveranno anche se ammaccati, non fosse altro per dare continuità alla serie. La cosa interessante di tutto il racconto, come sempre ben scritto e con un ritmo coinvolgente, sta in questo farci immaginare, da parte dell'autore, che possano ancora sopravvivere (siamo all'inizio degli anni 90 del secolo scorso) i valori e gli ideali che negli anni sessanto hanno forgiato intere generazioni tuttora in circolazione. Quando Hap vorrà darsi una ragione per cui non è mai riuscito a negare un supporto e un coinvolgimento nelle vicende in cui lo ha più volte trascinato la bella Trudy, non potrà che darsi un'unica risposta: "Ancora una volta lei mi aveva mostrato un pò di cuore e di anima, e mi resi conto del perchè finivo sempre con il seguirla. Al di là di tutto, lei era convinta che le cose potevano migliorare. Che la vita non era solo un gioco...Con tutto quello che sapevo adesso, non avrei più potuto sentirmi come allora...Ma perdere il mio idealismo, smettere di credere nella capacità degli esseri umani di andare oltre i loro istinti primitivi, significava diventare vecchi, amareggiati e inutili per gli altri, perfino per me stesso." Alla fine di una storia a tratti cruenta e perfino pericolosa per la vita stessa dei protagonisti, questo grande scrittore texano ci riporta nel luogo a lui più caro: dove perfino una coppia di personaggi apparentemente perdenti nell'America di allora e di oggi, può stimolarci a non arrenderci ai brutti segnali di egoismo delle classi dirigenti e ai nuovi Vietnam che si riaccendono ai giorni nostri. Il fatto di farlo, da parte sua, con storie assurde e divertenti e con un ritmo di scrittura impressionante che ci costringe a terminare in poco tempo i suoi racconti, ci porta a dire che non si può che essere profonfodamente grati a Lansdale.

Renato Campinoti

11 aprile 2026

Roberto Mosi: I Demidoff e Matilde Bonaparte a Firenze (Angelo Pontecorboli editore)

Un pezzo di storia fiorentina troppo presto dimenticata

Un altro, rilevante, contributo al recupero di pezzi di storia fiorentina e del suo cosmopolitismo. Grazie anche questa volta a Roberto Mosi e alla meritoria funzione assunta dalla Angelo Pontecorboli; Editore, per favorire l'emersione di vicende e di personaggi, per lo più stranieri, che hanno a modo loro partecipato allo sviluppo culturale della nostra città. 
Roberto, da grande conoscitore della storia napoleonica e della realtà toscana in particolare, ha così messo insieme un prezioso racconto che, partendo dall'arrivo a Firenze del capostipite dei "geniali fabbri russi", come Lenin li appellò, quel Nicola Demidoff di cui si può tuttora ammirare la statua (arricchita dai riferimenti ai suoi non pochi meriti imprenditoriali e di mecenatismo culturale) nella omonima piazza sul lungarno a Firenze, arriverà al suo figlio Anatolio e al suo matrimonio con Matilde, la nipote di Napoleone Bonaparte. 
Pochi sanno, e Roberto ce lo ricorda, che dopo la sconfitta di Napoleone e la diaspora della numerosa famiglia insediata sui vari troni d'Europa, molti Napoleonidi, di ritorno anche da luoghi lontani come gli Stati Uniti, vennero a terminare la loro esistenza a Firenze: "In questa città morirono Giuseppe [già re di Spagna, fratello di Napoleone] e la moglie Giulia, Paolina [moglie del principe romano Camillo Borghese], Carolina [sorella minore di Napoleone, regina consorte di Napoli in quanto moglie di Gioacchino Murat] e il figlio maggiore di Girolamo [già re di Vestfalia e padre di Matilde]; vi sono le tombe di Giulia, della figlia Carlotta e di Carolina. Dopo la Francia è quindi Firenze che conserva in maggior numero le spoglie dei Napoleonidi". 
A Roberto interessa parlarci di Matilde Bonaparte, figlia di Girolamo (il quale, ci ricorda Mosi: "condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti"). Le ragioni per cui merita l'attenzione più degli altri in questo contesto sono almeno due. 
Anzitutto fu lei che, dopo un fallito fidanzamento col cugino Luigi Napoleone (il futuro Napoleone III, che riporterà in auge i Napoleoni con l'instaurazione del notevole ed effimero secondo impero!) andrà sposa a Anatolio Demidoff, il ricchissimo erede di Nicola, che nel frattempo ha completato la meravigliosa e grandiosa Villa sui terreni prospicienti la chiesa di San Donato in polverosa, cui darà il nome di Villa Matilde in onore della sposa. 
La seconda ragione dell'interesse dell'autore per Matilde risiede nelle sue qualità di organizzatrice culturale, già a Firenze nelle innumerevoli stanze della Villa omonima e, soprattutto, a Parigi dove risiederà al momento della partenza da Firenze e della rottura del matrimonio. Fu proprio nella capitale francese che Matilde aprirà il più famoso salotto artistico che si sia visto da quelle parti, fino a guadagnarsi il titolo di "Notre Dame des Arts". 
Secondo me c'è una terza ragione, di cui ci parla lo stesso Mosi, per cui Matilde merita tutta la nostra attenzione. Essa è rappresentata dalla sua capacità di fuggire, facendosi anche adeguatamente compensare, da un marito particolarmente violento secondo il quale, come dirà l'artista Giovanni Duprè quando fu obbligato dallo stesso a sospendere la realizzazione di un ritratto della moglie: "il marito è padrone legittimo della propria moglie ed anche dei ritratti di lei". 
Del carattere violento di Anatolio ci sono più testimonianze nel libro di Mosi. Basterà ricordare l'episodio della festa in cui Matilde, entrata al braccio della marchesa Dino di cui si diceva fosse amante di Anatolio, a causa di uno sguardo e una esclamazione delle due donne, il marito perse "il lume della ragione e schiaffeggiò violentemente Matilde davanti a tutti gli invitati". 
Nonostante la prolungata sottomisione di Matilde a quest'uomo ricchissimo e violento, che tuttavia aiutava il padre della sposa a uacire fuori dai tanti indebitamenti in cui una vita viziosa e dissoluta lo gettava, alla fine non potè fare altro che fuggire. Lo farà dopo sei anni di matrimonio, nel Settembre del 1846, insieme all'amante conte Emilien de Nieuwerkerke, portando con se molti gioelli della sua dote acquistati dal Demidoff da suo padre, insieme alla favolosa collana dai sette fili di perle, indossata da Matilde al suo matrimonio. A Parigi metterà a frutto la cultura e l'esperienza acquisita già nel salotto aperto nella Villa fiorentina insieme ad Ida Botti, da cui apprederà l'arte pittorica e da Amelia Calani la cultura femminile con gli scritti di quest'ultima sulla rivista "La donna italiana", in cui venivano diffusi gli ideali risorgimentali e quelli dell'emancipazione femminile: "Le donne sono oggi semplicemente degli animali di lusso - scriveva la Calani in "Lettera ad un'amica" - e neppure dei primi, tenute in non cale nella famiglia e nei rapporti sociali, e non considerate, se non a misura della loro bellezza e della loro impudicizia". 
Naturale che, con una coscienza femminile così avanzata, Matilde decidesse la sua fuga e utilizzasse tutte le sue risorse, compreso un rapporto di amicizia con lo Zar di Russia, per farsi annullare un tale matrimonio e ottenere la concessione di una importante rendita annuale, che sarà alla base dell'apertura del suo salotto parigino. 
Così, mentre Matilde riscatterà a Parigi le umiliazioni subite dal marito e acquisirà una benemerenza culturale con personaggi come Anatole France, Marcel Proust, Gustave Flaubert, per citare solo i più famosi, che la renderanno tuttora famosa, Anatolio Demidoff, pur apprezzato per i tanti atti di mecenatismo realizzati in città e per la fondazione ella famosa società ippica, finirà per fuggire da Firenze alla caduta di Leopoldo II e all'inizio dei moti risorgimentali, che lo vedranno schierato sempre dalla parte degli austriaci cui dedicherà serate di festa alla sua Villa. 
Quando ormai aveva le vaalige pronte per Parigi volle scrivere una lettera ai fiorentini grondante di disprezzo verso le battaglie risorgimentali dei fiorentini: "Non potrei sopportare di vivere ancora in Toscana... che sta precipitando... nelle mani di gentaglia, che ha bruciato le bandiere granducali e sventola la bandiera tricolore, devota a quel fanfarone del re di Sardegna, strumento nelle mani di sette segrete, della carboneria, delle logge massoniche". 
Dopo aver detto male di tutti, compreso Cavour, passa ad elogiare se stesso, la sua villa, le sue opere d'arte, le sue opere di carità, dimentico del fatto che la sua ricchezza è stato principalmente il frutto dell'eredità paterna. A proposito delle opere caritatevoli, come la creazione di case per fanciulli in difficoltà o altro, viene da pensare che, pur opere meritorie, siano piuttosto iniziative mirate a rendere più altisonante il nome della famiglia Demidoff, in linea con i banchetti favolosi, dove i servitori versavano vino buono nei calici "senza remora". 
É vero tuttavia quello che ci dice, dopo questo notevole e meritorio lavorio di scavo nella memoria e nella storia fiorenitna, il bravissimo ancora una volta Roberto Mosi: "Riteniamo che questo capitale di conoscenze e di memorie, sia... da approfondire, porre in valore, da far conoscere, divulgare,... con un progetto organico di recupero e di accesso alla documentazione riguardo ad una stagione importante per la storia ella città e per il nostro rapporto con la cultura del popolo russo".

Renato Campinoti