Il "vero" pensiero politico (e non solo) del Segretario fiorentino
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Il fine giustifica i mezzi"; con questa etichetta il pensiero di Macchiavelli è generalmente noto all'opinione corrente. Va detto subito...che egli non si sognò mai di scrivere quella frase. È con questo incipit perentorio che Riccardo Bruscagli, insegnante di Letteratura italiana all'Università di Firenze, dichiara da subito l'intenzione di questo interessante volume: togliere, a cinquecento anni dalla sua morte, il pensiero politico e, più in generale, tutta l'attività culturale di Niccolò Macchiavelli, dai pesanti e sbagliati luoghi comuni che, fin dall'inizio della conoscenza della sua opera, lo condannarono ad una visione distorta, pressoché opportunistica e amorale della storia e degli insegnamenti politici che cercò di trarne.
Un'opera, come vedremo, non fine a sè stessa, da puro erudito, ma finalizzata a confrontarne le conseguenze sul migliore governo possibile della sua città, Firenze, e, in prospettiva, della vituperata Italia.
Messo ben in rilievo, da parte del Bruscagli, che non siamo di fronte ad uno studioso d'accademia, ma ad un giovane che si è trovato, per varie circostanze, a rivestire un ruolo di primo piano nel Governo di una delle più grandi e strutturate città della sua epoca (la forza di Firenze deriva infatti dalla sua capacità di avere affiancata attività finanziaria, attività industriale, di primo livello, e attività artistica) col ruolo di segretario della seconda cancelleria (non in termini gerarchici ma di ruolo molto rivolto alle missioni anche estere) nel periodo della cacciata dei Medici (1494) e della nomina a vita del Soderini nella funzione di Gonfaloniere. Ruolo che, Macchiavelli ricoprirà per ben 14 anni, dal 1498 fino al rientro dei Medici in città e al suo confino per dodici mesi a san Casciano, e dopo, nel 2013, al suo arresto per una presunta partecipazione alla congiura anti-medicea del Boscoli.
Arresto da cui, pochi mesi dopo, viene rilasciato per l'amnistia a seguito della nomina papale di Giovanni dè Medici, Leone X.
La cosa importante, ben evidenziata dall'autore, è che l'inizio di questo periodo di Macchiavelli, nella sua residenza dell'Albergaccio a San Casciano, caratterizzato dalla scrittura delle sue opere maggiori (Il Principe e Sopra la Deca di Tito Livio, fra le altre) non è disgiunto dalle sue esperienze come Segretario e dalle "Legazioni" (missioni) di particolare rilievo che si trovò a vivere e che, tra l'altro, mise in forma di riflessioni in opere come Il Decennale e altre, quasi anticipazioni di un pensiero politico più compiuto ora, nella forzata serenità della sua campagna. Sarà proprio durante la funzione di alto funzionario della sua città che ebbe modo di incontrare una parte significativa della classe dirigente del suo periodo, non solo in Italia (da Piombino a Pistoia, a Siena, a Bologna, ad Arezzo, a Roma per il Conclave che elesse Giulio II, a Perugia, a Mantova, a Pisa ecc.) ma anche all'estero, In Francia, in Tirolo dall'Imperatore Massimiliano. Tra l'altro, in almeno due di queste Legazioni Macchiavelli ebbe modo di incontrare e discutere con Cesere Borgia, il Valentino, figlio del Papa Borgia, alle cui gesta fece riferimento nella stesura del suo più noto volume Il Principe. Insomma, ecco un primo elemento di attenzione che ci viene da questo interessante volume: il pensiero di Machiavelli non nasce nella pura speculazione dell'erudito, ma nel forte intreccio tra l'esperienza di governo e la conoscenza delle varie e discutibili attitudini e forme di governo dei regnanti del suo tempo. Al tempo stesso, anche qui, fuori dalla ricerca fine a se stessa, nella possibile individuazione della forma migliore di governo per la città che lui stesso, in un particolare periodo, ha contribuito a governare.
Ecco allora la nascita delle due opere maggiori, Il Principe, appunto, dove analizza le virtù (l'astuzia della volpe e la forza del Leone) necessarie per una forma, appunto, principesca di governo, come pure I Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio dove viene recuperata la forma ottimale di Repubblica nel giusto incontro tra il ruolo alto dei Senatori e il peso del popolo nelle istituzioni repubblicane della Roma antica. E ciò che ci indica con chiarezza l'opera di Bruscagli è la non giustapposizione delle due diverse ipotesi verificate nelle opere maggiori di Machiavelli.
Ma entrambe, il Principato o la repubblica, tenute a rispettare le regole di una moderna visione politica, capace di tenere comunque in conto l'interesse generale dello stato che si pretende di governare. "Emerge una distinzione netta tra il 'regno', identificabile col 'principato civile', e la 'tirannide'...Così Macchiavelli afferma essere detestabili gli uomini che 'potendo fare, con perpetuo loro onore, o una repubblica o un regno, si volgono alla tirannide'", come evidenzia l'autore riferendosi alla più matura, secondo me, analisi di Macchiavelli nei "Discorsi sopra la Deca di Tito Livio".
Altro che opportunismo o assenza di morale nell'opera del Segretario fiorentino! Ci sono inoltre delle costanti che prendono rilievo e accomunano ogni sua riflessione. Tra queste una delle più convinte e insistite nel suo pensiero è il carattere non mercenario dell'esercito chiamato a difesa sia del 'regno' che della 'repubblica'.
Questo, presente sempre nelle sue opere, appare con maggior chiarezza nell'opera scritta nel periodo degli 'Orti Oricellari', quando Macchiavelli comincia ad uscire dal suo isolamento politico attraverso la frequentazione degli intellettuali della sua epoca. Insieme alle prove letterarie (La Mandragola in testa, La Clizia) si misura con l'Arte della Guerra, dove, contrariamente da quello che potrebbe far intendere il titolo, confuta con forza l'idea di affidarsi alle milizie mercenarie per la difesa dello stato.
"I miei Romani... mentre che furono savi e buoni, mai non permessero che i loro cittadini pigliassero questo esercizio per loro arte". E la ragione di fondo sta nella sua più moderna intuizione: "Nella organica solidarietà fra principe e popolo, nell'intima coesione del nuovo modello di stato è il fondamento delle teorie militari del Machiavelli: trova qui la sua ragione d'essere la nuova figura del cittadino-soldato... e trova qui i suoi presupposti politici di fondo quella 'problematica del consenso' che...rappresenta la chiave di volta e l'elemento di maggior rilievo dei progetti macchiavellani di riforma militare".
Altro che la banale riduzione del "fine giustifica i mezzi", quanto piuttosto un avvicinarsi, per la prima volta, ad un idea davvero moderna di stato dove il cittadino, con la sua opinione (si può cominciare a parlare di 'opinione pubblica'?) è parte integrante della organizzazione dello stato medesimo!
Resta da dire del Machiavelli letterato e delle sue opere cui ho accennato.
Guai a considerarle secondarie rispetto alle opere"politiche" o storiche! Sono, le scritture letterarie, anche quelle che permisero al Segretario fiorentino di rientrare nel circuito politico e culturale della sua città. Non a caso la sua Mandragola avrà l'onore di essere rappresentata alla corte del Papa Leone dè Medici, quando Niccolò, dopo l'ostracismo della casata maggiore fiorentina, rientrerà in parte nelle loro grazie fino a dedicare l'opera teatrale maggiore a quel Lorenzo dè Medici duca di Urbino che, per un breve periodo e sotto la protezione del cardinale Giulio inviato in città dal Papa mediceo, riporterà la casata nel governo di fatto della città.
Ma siamo oramai in là con gli anni. Salirà al soglio di Pietro, nel 1523, il figlio di quel Giuliano ucciso nella congiura dè Pazzi. Sotto di lui ci sarà, nel 1527, il sacco di Roma e i Medici, con cui Machiavelli si era appena riconciliato, lasciano di nuovo Firenze. In quello stesso anno, a Giugno, a soli 58 anni, colpito da un male improvviso, Machiavelli muore, ancora una volta ai margini del nuovo potere che si instaura a Firenze. Risparmiandosi il voltafaccia del nuovo Papa medici, quel Clemente VII che, pur di riportare i Medici in città, si allea con l'autore del sacco, quel CarloV che provvederà a mettere Firenze sotto il peggior assedio della sua storia.
Riguardando l'intera opera, storica e culturale, dell'inventore della politica moderna, come in tanti oggi gli riconoscono, sono molti i fili conduttori che la percorrono trasversalmente. Di uno mi pare necessario parlare, anche per invogliare quanti più lettori a sfogliare le pagine di questo prezioso volume. Mi riferisco alla esplicita battaglia da lui condotta contro l'idea di una "via di mezzo", perniciosa in politica fin dai suoi tempi giovanili dell'assedio di Pisa da parte di Firenze, per troppo lungo tempo privi i governanti della sua città di una decisa e perseguita soluzione finale.
"Via di mezzo" da condannarsi anche nell'arte, perfino in quella della commedia per far ridere lo spettatore, dove, come egli dimostra con l'invenzione della "Mandragola", anche la beffa va portata fino in fondo!
Renato Campinoti