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01 marzo 2026

Emiliano Dominici: Maria Malva, brucia il giorno per me

 



Emiliano Dominici: Maria Malva brucia il giorno per me    (effequ)

"ciascuno si conosce da sè, e spesso non è neanche così"

Un romanzo che è molte cose. E' la ricerca affannosa delle proprie radici per Maria, la protagonista principale, che tuttavia, non trovandole, da origine alla ricerca di sè e dei propri segreti a tutti coloro che assiteranno al suo gesto estremo. C'è allora il secondo personaggio del romanzo, secondo me, Gemma, quella che si sente chiamata in causa dalla vicenda di Maria per essere stata lo "strumento" del suo gesto, che, con la rottura col marito, scopre la cosa più banale del mondo: "tutti noi abbiamo dei segreti, o semplicemente delle cose che gli altri non sanno, e forse è proprio il tenerli nascosti che non ci fa vivere bene". Saranno proprio questi segreti che, quando scoperti, faranno venir meno la fiducia nelle persone di cui Maria, volta a volta, cerca di fidarsi e di aprirsi con le proprie sofferenze. "Quando una persona che ammiriamo, a cui vogliamo bene, pensava Maria, ci nasconde qualcosa o ci mente in modo più o meno plateale, d'improvviso crolla nella nostra considerazione". E' quello che le succede a proposito dell'unica persona cui prova ad affezionarsi, quel babbo adottivo di cui sperava di potersi fidare. Ma nella storia di Maria e nel suo tragico epilogo c'è una terza componente che riappare spesso a proposito anche degli altri, potremmo dire tutti, personaggi del libro: la solitudine. "La solitudine è bella solo quando è voluta, altrimenti si avvicina alla tragedia". Questa, della solitudine è una vicenda ricorrente, come dicevo, che si ritrova in tanti momenti del romanzo davvero notevole di questo scrittore. E' la solitudine che Maria ritrova in quella che poteva essere, forse, la sua madre carnale. A questo proposito è da sottolineare tutta la seconda parte del romanzo, quello che ricostruisce le vicende della vita di Maria, una specie di romanzo di formazione dentro il romanzo più generale di questo prolifico e interessante scrittore. E' qui che la protagonista, uscita dall'orfanotrofio già grandicella, adottata, come scopriremo, da una coppia poco affiatata, va alla ricerca delle proprie origini e viene fuori una possibile madre che più solitaria non poteva essere. Così come del resto è sola e solitaria suor Mirella, la suora che, nell'orfanotrofio, la "adotta" come una figlia. Resterebbe da dire di tutti quei personaggi che, uniti dall'avere assistito tutti insieme alla tragedia di Maria, cercano disperatamente la propria ragione d'essere nella vita. Lasciando al lettore la scoperta delle vicende e della più o meno grande distanza tra le aspettative e i risultati della ricerca di un senso alla vita di ciascuno, mi pare più impotante ricercare ora il motivo più profondo, lo spirto di fondo di un romanzo tutt'altro che banale, mirato più ad aprire che a risolvere le soluzioni alle vite degli altri. C'è un dialogo, nel romanzo, tra una giovane di origine peruviane, di fatto la badante di una ragazzina ormai adolescente, Anna, che le chiede "A cosa serve la religione, chi l'ha inventata?". Milagros, la badante, le risponde: "Non so chi l'ha inventata. So che l'uomo ne ha avuto bisogno per andare avanti...e che Dio ha previsto una cosa cos' brutta come la morte". Al che Anna riflette: "E allora è la paura della morte che ci fa credere in Dio?". La conversazione continua su questo toni, finchè Milagros scopre che sul tablet che Anna usava per parlare si trova la scritta in grande: "Non è Dio che ha inventato la morte. E' la morte che ha inventato Dio".  Le donne e gli uomini del nostr,o romanzo, insomma, sono chiamate a scoprire da sole il senso della loro vita e la traccia che intendono lasciare dietro di sè, senza che il divino le consoli o le aiuti a risolvere in un altrove e in un al di là quello di cui sanno dare una ragione nel tempo che è dato loro di vivere. Che ci riescano o meno è il senso che il bravo scrittore lascia al giudizio dei propri lettori.

Renato Campinoti


22 febbraio 2026

Franck Thilliez: 1991, la prima indagine di Franck Sharko

"la messa a nudo del mondo in cui viviamo"

Per chi, come il sottoscritto, è convinto che il giallo e il noir possono rappresentare formidali strumenti di indagine della nostra società, questo ottimo libro di Thielliez ne è la dimostrazione concreta. Naturalmente a condizione che la scrittura sia basata, come in questo caso, su un rigoroso apparato di ricerca che non sconfini nell'artificioso e, soprattutto, sia sorretto da personaggi, anche nelle loro fragilità, di robusta tempra morale e culturale. Essendo questo il caso si può allora partire dalla lettura delle quasi cinquecento pagine, convinti che non ci saranno momenti di noia nè arzigogoli difficili da capire. La storia è quella del ritrovamento di un cadavere di donna particolarmente maltrattato che sembra essere quella che, alla luce del riconoscimento dei genitori, non è. 
Si parte da qui, dal successivo ritrovamento del corpo della precedente donna per inoltrarci in una serie di vicende via via più impegnative che paiono il parto di qualcosa di malato, di una mentalità malata come quella dei pedofili, ma più complessa. Solo a questo punto ci si accorge che siamo nel 1991, quando ancora non c'era la diffusione dei cellulari, né tanto meno dei collegamenti digitali. 
Tutto è tornato nel classico mondo dei poliziotti che devono trovare la cabina telefonica, che devono appostarsi ore e ore per seguire i sospettati e così via. Tutto perché l'autore è andato all'origine del suo personaggio, il commissario della centrale della polizia parigina, quella del Quai des Orfèvres del mitico Maigret. Franck Sharko, il commissario, ancora ispettore in questo primo romanzo, che sarà presente, nella maturità, nei molti casi che percorrono i libri di questo prolifico scrittore francese è ora alla sua prima indagine vera, nel gruppo dell'anticrimine parigino, dopo un paio d'anni di gavetta nella provincia. 
Impressionato dalla brutalità con cui il criminale ha agito sui primo cadaveri ritrovati, verrà messo in guardia da uno dei poliziotti più anziani, suo più occasionale collaboratore, Serge Amandier: "Quella che hai visto stasera lì dentro è la cruda verità, Sharko... la messa a nudo del mondo in cui viviamo. Queste cose esistono davvero, e noi siamo in prima linea". 
E che queste cose ed altre più gravi e impressionanti esistano davvero nellle parti più degradate e sordide della città parigina, l'autore non si farà scrupolo di farcelo notare, in particolare quando ci porta in posti come rue de la Goutte-d'Or, dove, nelle vicinanze, già Zola aveva ambientato i suoi romanzi, in particolare "Germinale". 
Una zona, come farà notare a Sharko Florence, la collega poliziotta, dove c'è ancora "Una miseria che più miseria non si può, amico mio: E' ancora qui dietro queste mura, viva e vegeta, persino un secolo dopo Zola...". 
Sarà qui che il nostro personaggio incontrerà i moderni miserabili, come quando inciampa in un disgraziato rifugiato da quelle parti: "guardò quelle pupille dilatate sul nulla, le labbra screpolatissime, i denti neri: un faccia a faccia con la morte. Chi si sarebbe occupato di lui? Avrebbero anche solo rimosso il suo cadavere da lì?
 L'autore insomma non risparmia niente della miseria umana, così come non si fa scrupolo di avvertire, sempre tramite il poliziotto più anziano, il giovane Sharko: "Questo schifo diventerà il tuo pane quotidiano, un peso che ti porterai dietro ovunque..." Questo rapporto tra l'anziano poliziotto, a suo modo devastato dalle troppe vicende incontrate nella sua lunga esperienza al Quai des Orfèvres, e il novellino Shark, come inizieranno a chiamarlo i colleghi, sarà anch'esso una piccola storia nella storia più grande che lascio, ovviamente, al lettore conoscere e interpretare. 
Dico solo che quando il giovane chiederà consiglio sul comportamento da tenere alla collega Florence, questa, senza entrare nel merito, gli da una risposta che è, di per sé, una pezzo della filosofai di tutto il lungo racconto che ci lascia Thilliez: "Per quanto mi riguarda, comunque, ho sempre preferito le persone che vivono secondo le regole piuttosto che secondo le leggi...". 
 Altra storia nella storia è il rapporto tra Sharko e la fidanzata, Suzanne, che, pur agli inizi, fa già intravedere tutte le difficoltà di un rapporto tra una dnna innamorata e un poliziotto convinto della sua missione. 
Mi pare degno di nota che l'autore non si mascheri dietro ai cosiddetti emigranti clandestini quando va all'origine dei mali di cui vuol parlarci, ma ci fa incontrare sempre persone nate e cresciute nella grande Francia. Resta da dire che il fil rouge di tutto questo robusto romanzo è rappresentato dal tema dei danni che atteggiamenti profondamente sbagliati, al limite della pedofilia, possono infliggere nei giovani, nei bambini ancora di più. Tema, questo dell'attenzione ai minori, quanto mai di attualità in un mondo che non pone più l'attenzione ai bambini neppure nelle drammatiche situazioni sia di sbarchi di emigranti che fuggono da guerre e da fame, così come, purtroppo, all'interno di conflitti, non più, come un tempo, rivolti esclusivamente agli eserciti in lotta, ma ormai dichiaratamente con la mira sui civili, sui bambini inevitabilmente.

Renato Campinoti

13 febbraio 2026

Don Winslow: L'ultimo colpo (HarperCollins)

 



Don Winslow: L'ultimo colpo

Quando il crime incontra i sentimenti delle persone

Che sia uno scrittore di razza, lo stanno a dimostrare i milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ancora una volta, in una raccolta di sei racconti di media lunghezza, Don Winslow mette in  mostra tutta la sua abilità di portare il lettore a contatto con un'umanità derelitta, talvolta irrimediabilmente priva di scrupoli e di remore morali. E tuttavia...Basta scorrere il primo racconto, quello che da il titolo alla raccolta, per incontrare il lato umano dei racconti dello scrittore americano. Perchè "l'ultimo colpo"? Che succede poi al furfante che ha già sulle spalle ventuno anni di carcere e che, con i sessanta che ha compiuto, "morirà in prigione"

Nel secondo dei racconti a muoversi è un ragazzo che ha un sogno e che cerca in ogni modo di realizzarlo, anche a costo di...

C'è poi un altro racconto che ci parla di un poliziotto che, di umili origini, sta tuttavia per diventare un federale, quando a suo cugino, piccolo e gracile, capita un incidente che rischia di portarlo dentro alla mercè delle bande che infestano le carceri della contea. Può fare qualcosa, può mettere a rischio la sua reputazione per aiutare il cugino? E cosa gli capiterà se accetta i compromessi necessari?

Ma il meglio di sè, in questa raccolta, secondo me l'autore lo dà nell'ultimo racconto "Collissione", dove la serenità e l'amore di una coppia con figlio piccolo e padre in forte ascesa in carriera, viene distrutta da un brutto inconveniente che portano il marito e padre a contatto con la galera e con i suoi perversi meccanismi. Alla fine sarà una lotta senza esclusioni di colpi per sopravvivere nel miglior modo possibile. Da leggere tutto d'un fiato. 

Da notare assolutamente il tema ricorrente in Don Winslow del tema delle carceri, del loro carattere assolutamente contrario all'idea liberale della "redenzione" del colpevole, della violenza permanente sia nei carcerati che nei carcerieri, del loro carattere, come carceri, di moltiplicatori di delinquenza anche nei carcerati con pene meno gravi. Al contrario, come ci descrive nel secondo dei racconti, si può sfuggire, come carcerati, a questo triste destino solo in quelle carceri "controllare" dalla malavita, dalla mafia in particolare. Pagando, naturalemente, un ben alto pegno ai propri "protettori". Da qui la sua "pietas" per i carcerati incappati in reati involontari, come pure la sua dura condanna del sistema carcerario americano, più volte condannato da altri grandi della letteratura  noir americana, non ultimo Sthefen King, che non per caso raccomanda la lettura di questa notevole serie di racconti.

Ancora una volta, come ci ricorda Reed Farrel Coleman nella utilissima prefazione al volume, "Questo è Don Winslow, perchè al centro del suo lavoro ci sono la sua umanità e il suo chiaro appello a prendersi cura degli ultimi".

Da leggere assolutamente!

Renato Campinoti

05 febbraio 2026

Ian Mc Ewan: Quello che possiamo sapere (einaudi)

 Un mondo dimezzato dall'uomo, una ironia amara e un possente monito.

Si tratta, fuori di ogni dubbio, di un libro di grande spessore culturale e di grande interesse. Sono molteplici le ragioni che supportano questa affermazione. 
"Il 20 maggio del 2119 presi il traghetto...", inizia così il racconto dello studioso di letteratura del periodo 1990 - 2030 Thomas Metcalfe, alla ricerca di una lunga poesia di un noto poeta di quegli anni. E la novità sta proprio in questo: siamo più avanti nel tempo di meno di cento anni ("next future", come fu chiamata la fantascienza di Philik Dick, che ci parlava, ammonendoci, di anni non troppo lontani a venire) sono avvenuti eventi che hanno cambiato la fisionomia e l'affollamento di questa nostra terra. 
Ci impiega ben due pagine lo scrittore a descrivere, all'inizio, il susseguirsi di vicende ambientali prima, di uso dell'energia atomica e delle guerre conseguenti poi, per dimostrare i risultati di classi dirigenti inadeguate per non dire di peggio: "A causa di tsunami, guerre, fame e malattie, la popolazione della terra precipita sotto i quattro miliardi, mentre una Germania a brandelli viene incorporata nel territorio della grande Russia". 
Sempre nell'ottica della denuncia dei disastri dell'uomo, poco più avanti lo scrittore inglese fa dire al narratore Metcalfe: "Avrei voglia...di mettere in guardia chi è vissuto un secolo fa: se volete che i vostri segreti rimangano tali, sussurrateli nell'orecchio del vostro più caro e più fidato amico. Mai a una tastiera e a uno schermo. Se lo fate, noi sapremo tutto". 
Con questo, ricordandoci che il nostro tempo era e rimane quello del Grande Fratello. 
Non manca, in questo monito rivolto all'uomo d'oggi, un richiamo al ruolo come minimo marginale della letteratura e, di conseguenza, degli intellettuali. È ancora il personaggio Metcalfe, quello che andrà alla continua ricerca di una lunga poesia come fosse la panacea dei disastri vissuti dall'uomo, che racconta ai suoi studenti: "In mezzo a questi cataclismi la letteratura mondiale produce le sue migliori elegie, grondanti splendida nostalgia e furore eloquente- ecco... ci saremmo dedicati... allo studio di quei capolavori". Dove si capisce fin troppo bene lo scarto tra ciò che succede e un'attività letteraria estranea e ininfluente. 
Ma se questo, un monito forte e tuttavia condito di amarezza e consapevolezza dell'inutilità di tale impegno, rappresenta il principale merito del libro, un altro grande insegnamento di questa opera è, col continuo richiamo al Grande Disastro, come Mc Ewan chiama ciò che avvenne alla metà del nostro secolo, l'ironia con cui conduce il lettore a immaginare la temperie culturale dentro la quale ("Malattie su scala mondiale, carestia, siccità, migrazioni di massa senza precedenti") la ricerca della poesia del grande poeta morto diventa l'unico scopo di quella parte di letterati che, sconfitti dai fatti, cercano di aggrapparsi ad un qualsiasi "talismano". 
Meglio se, come nel caso della poesia di Francis Percy, come si chiama colui che dedicò negli anni venti del nostro secolo, questa elegia a sua moglie Vivien (Una corona per Vivien, come fu chiamata), non fu mai pubblicata e rimase un mito sconosciuto a tutti. Solo un grande scrittore e un grande letterato come è Ian Mc Ewan è capace di tenere il lettore attaccato a tutte le oltre trecentocinquanta pagine del libro, intrecciando la grande storia drammatica di quegli anni con le frivolezze e le umane debolezze di scrittori e gente comune, sempre il tutto sovrastato dall'ironia insita nell'interesse del personaggio narrante per la ricerca di quella poesia, mentre, come ci ricorda egli stesso: "La guerra a lungo annunciata tra Russia e Occidente iniziò... L'elenco delle città scomparse è lunghissimo. Il numero delle vittime supera i duecento milioni. Tuttavia, nessuno degli scontri nucleari del ventunesimo secolo portò alla guerra totale e all'estinzione del genere umano. Ecco la nostra misera consolazione". 
Ed è in un contesto del genere che il mito di una poesia letta una sola volta da un poeta in stato di ebbrezza, come tutti i commensali di quella magica sera, "era ancora più bella in quanto sconosciuta". 
Alla fine di questa parte del libro, il nostro testardo ricercatore farà un deciso passo avanti nella ricerca del testo della mitica "Corona per Vivien", aprendo al lettore la seconda parte del libro, quella nella quale Vivien racconta la sua storia e i suoi trascorsi col grande poeta, come pure la sua reazione alla mitica "corona". 
Ma qui occorre lasciare al lettora la scoperta del finale che gli riserva Mc Ewan e che è, se possibile, ancora più ironico e amaro, non fosse altro perchè la storia si svolge negli anni che stiamo vivendo e alle cui donne e a cui uomini è rivolto questo possente monito in forma di romanzo!

Renato Campinoti

25 gennaio 2026

Donatella Di Pietrantonio: Bella mia (Mondadori)

 

Donatella Di Pietrantonio: Bella mia

Il terremoto in città scuote palazzi e lascia macerie nell'animo della gente

Con questo racconto Donatella Di Pietrantonio paga il suo debito alle vittime(e anche a se stessa) del terremoto dell'Aquila del 6 Aprile del 2009. L'autrice, abitante di Penne, il paese collinare tra l'appennino di abruzzo e il mare, in provincia de L'Aquila, dopo averci vissuto ospite di una famiglia per tutto il tempo delluniversità, manterrà un rapporto costante con la città più piena di chiese e di piazze d'Italia, come Siena in Toscana. "L'Aquila è l'uica città che ho sentito mia", ci confessa la Di Pietrantonio nella postfazione al bel libro, pieno di patos e di tanti sentimenti della gente, belli o dolorosi e tavolta le due cose insieme. Ecco allora questo racconto inventato e ricco di umori che pare un vissuto reale, dove due gemelle scappano dal terremoto, una muore, l'altra ne esce integra col figlio di Olivia, quella uccisa dalle scosse tremende. Poi molto girerà intorno a Marco, il figlio adolescente della vittima, la zia Caterina, decoratrice di ceramiche, la vecchia madre delle gemelle convivente ora con Marco e Caterina, Roberto, il padre separato del giovane, distratto dai suoi impegni di musicista di successo, che finirà per lasciare sulle spalle della gemella sopravvissuta l'onere della crescita di un giovane orfano di madre e senza le attenzioni necessarie del padre. Personaggio  non secondario è l'appartamento situato a qualche chilometro dal centro dell'aquila, dove alloggiano i nostri personaggi, insieme agli altri sfollati. Case provvisorie (e si vede dalla trascuratezza della qualità edilizia, che ho avuto modo di visitare!) e nelle quali si consuma questa troppo lunga provvisorietà degli abitanti. Il libro, ben scritto come al solito dalla bravissima autrice, vuol dirci una cosa precisa: il terremoto tremedo che ha colpito una delle città più belle d'Italia, non ha scosso e buttato giù interi edifici, palazzi e case (oltre a fare più di trecento vittime umane) ma ha "terremotato" anche l'animo e la vita delle persone, proprio di quelle che sono scampate alle tremende scosse. Una delle maggiori vittime di questa situazione è senz'altro il figlio di Olivia, la gemella morta sotto il crollo della trave portante che ha, invece, lasciato il tempo di fuggire alla solrella e al ragazzo. A lui toccherà reagire alla drammatica sitazione in cui verrà a trovarsi, andando a vivere all'Aquila, nella casa provvisoria con la nonna e la zia dove la madre, una volta separata dal marito musicista, era tornata a vivere. Non meno provata sarà la nonna, con la perdita della figlia cui non riuscirà, ovviamente a rassegnarsi, incolpando Roberto di averla lasciata, facendola tornare all'Aquila a morire di terremoto. La nonna si affezionerà alla giovane mamma che ha perso la sua bambina nel terremoto e che ora vive vicino a loro nella casa provvisoria. Commovente il colloquio tra la nonna e la mamma a proposito del freddo. "Fa molto freddo secondo te?" Chiede la mamma alla nonna. "Bè, sì...tu non lo soffri?" e la mamma risponde: "Mi preoccupo per la bambina, anche se è ben coperta. Fa più freddo qui o al cimitero?". Naturalemnte anche Caterina, costretta ad adattarsi al ruolo di madre supplente del giovane Marco, riceve dal terremoto un bell'impegno, lei che figli non ne ha cercati nè voluti. La prosa della Di Pietrantonio ci accompagna per ancora non poche vicende facendoci vivere il dopo terremoto con tutte le difficoltà e le ferite che lascia addosso alle persone. Ma qui c'è la seconda cosa che la bravissima scrittrice sa dirci con questo ben congegnato racconto. La gente si dispera, resiste, poi, dai legami reciproci cominciano a rinascere nuove certezze e opportunità. Lascio volentieri al lettore  seguire i nuovi, anche se difficili, percorsi che si aprono per i personaggi a contatto con la vita, più resistente, talvolta, delle disgrazie inaspettate. Ancora una volta, pur nel mezzo di vicende molto dolorose, l'autrice lascia aperto uno spiraglio per l'ottimismo. Si chiude il libro e ci si ricorda che quest'anno l'Aquila è insignita del titolo di capitale della cultura italiana. Vuol dire che, con i ritardi e gli insuccessi di una troppo lunga ricostruzione, qualcosa comincia a ripartire anche da quelle parti.

Renato Campinoti


19 gennaio 2026

Sebastian Fitzek: Portami a casa (Fazi Editore)

Violenza domestica: un reato di massa. Senza uscita?

Un libro che, come ci avverte l'autore: "tratta di violenza domestica, un reato di massa di cui, nella nostra società, si parla ancora troppo poco." E di violenza, ai limiti del sopportabile, tratta abbondantemente l'autore, quasi a voler togliere dall'incredulità il lettore distratto. 
Fa bene perché solo con una scossa "di massa", un tema come questo acquisirà il diritto si essere posto con forza all'attenzione dell'opinione pubblica e, soprattutto, ad adottare, da parte del legislatore, le misure più adeguate. 
Su questo ultimo punto verrebbe da discutere col il bravo scrittore tedesco se, nella sua pregevole opera, non si lascia alle vittime altra possibilità che quella estrema, quella, per intendersi, cui spinge le donne il cosiddetto "Killer del calendario", che il lettore scoprirà da subito se incomincerà a leggere questo crudo e verosimile racconto. 
Ma andiamo per ordine: la trama. Il racconto parte, e si sviluppa a lungo, con la conversazione tra Jules Tannberg, centralinista di un punto di ascolto para pubblico, dedicato al sostegno alle donne in condizioni di difficoltà, anche solo percepita in occasione di uscite notturne in luoghi poco raccomandabili, o effettivamente a contatto o in collegamento con un uomo con cattive intenzioni. 
Quest'ultimo è il caso di Klara, sposata con un uomo, Martin, che la riempie di violenze perché, come le confessa "Soltanto oggi ho compreso appieno la lezione (di mio padre n.d.a.): le donne devono essere represse... controlla ogni passo di tua moglie, o perderai traccia dei tuoi". Qui emerge una particolarità sulla questione della violenza domestica. Tutti i personaggi che si macchiano di tale violenza o che la subiscono passivamente, sono cresciuti in famiglie dove la violenza domestica era "di casa". 
Mentre la madre di Jules trova la forza di abbandonare marito e figli al loro brutto destino, la madre di Klara, non solo continua lei a subire la violenza del marito senza atti di reazione, ma addirittura, quando Klara le confessa con quante drammatiche angherie il marito la tratta, non trova niente di meglio che dirle: "Non bisogna far arrabbiare gli uomini, tesoro. Devi sforzarti di più. Martin lavora sodo per voi due". 
L'altro aspetto che emerge da questo racconto drammatico ma di grande valore, è ciò che Klara, pur costretta a subire violenza, talvolta anche gratuita, ricorda qual'è il carattere della violenza familiare. "Klara aveva letto molto in merito agli abusi domestici. Era anche stata in un consultorio... Aveva anche imparato come la violenza domestica non fosse una questione di classe: colpiva indifferentemente tutti i ceti sociali. E si manifestava in modo progressivo. All'inizio, pressoché invisibile, era lì ad avvelenare un amore profondo e accecante. Prima c'erano i complimenti 'radioattivi' ('sei troppo bella, non posso lasciarti andare'), poi l'ossessione del controllo e la richiesta di una 'prova d'amore'... nfine dai colpi verbali si passava a quelli fisici"
Eppure, nonostante questa consapevolezza e quel barlume di autostima che la protagonista mantiene comunque, sarà costretta a subire forme estreme di violenza sia dal marito che dal cosiddetto "assassino del calendario", notevole invenzione dell'autore. Il racconto si sviluppa così per diverse centinaia di pagine, senza permettere al lettore di distrarsi, tanta è la carica emotiva e la ricchezza di colpi di scena con cui il bravissimo scrittore tedesco ci accompagna ad un epilogo che lascio ai lettori scoprire. 
Con una scrittura sicuramente di tipo 'dark', ma che la bravura dell'autore compensa con una prosa assolutamente scorrevole e una grande proprietà di linguaggio. Se ne esce con l'amarezza per la troppa violenza familiare, "di massa", come, appunto, ci ammonisce l'autore, e con la certezza che non può essere solo quella della soluzione estrema ("devi uccidere tuo marito", ordina l'"assassino del calendario" alle sue possibili vittime) la risposta a una tale, diffusa, piaga delle società contemporanee. 
Nè ci si può cullare nell'illusione che questa violenza riguardi solo le popolazioni che vivono sotto regimi e culture teocratiche di tipo estremistico. Nel bello e utile libro di Fitzek, i personaggi, anche quelli più in là con gli anni, sono tutti nati, vissuti e qualcuno anche arricchito e amico dei potenti, in quelle cittadine della Germania. 
Non resta che invitare gli amanti di un genere come questo, che l'editore classifica, fin nella copertina, nel "darkside", a trovare il tempo di leggerlo: non ne rimarranno delusi e, come il sottoscritto, più che mai convinto che la priorità del nostro mondo era e rimane quella di una profonda "rivoluzione culturale".

Renato Campinoti







15 gennaio 2026

Maurizio de Giovanni: L'orologiaio di Brest (Feltrinelli)

Poteri forti, terrorismo e vite in sospeso

Inizialmente tutto sembra ruotare intorno a due personaggi: Vera Coen, giornalista precaria, con poche esperienze con gli uomini, che finisce per fidarsi di due amici, un collega giornalista molto sollecito verso di lei, Marcello, e un anziano poliziotto in pensione accumunato a Vera dall'ossessione per l'assassinio del padre di Vera, poliziotto ucciso con una bomba sotto l'auto mentre accompagnava un giovane magistrato in una domenica di tanti anni prima, al tempo delle brigate rosse. 
L'altro protagonista è Andrea Malchiodi, professore universitario sotto ricatto da una giovane studentessa, con una famiglia distrutta, una vita a rotoli. L'unica cosa che hanno in comune è l'idea che il padre di lui possa essere stato l'assassino del padre di lei. 
Scritto in una forma di continui rimandi tra il passato e il presente, finisce per portare il lettore a contatto con uno dei peggiori momenti della storia italiana del dopoguerra, con le collusioni tra terrorismo e poteri forti, mai completamenti disvelati neppure nel romanzo. 
In questa cornice De Giovanni si muove da par suo per costruire continui colpi di scena che porteranno ad un finale molto aperto, quasi che lo scrittore napoletano intenda dare appuntamento al lettore per un seguito in forma di nuovo romanzo.
La prima cosa che mi è piaciuto del libro è il coraggio, ancora una volta dimostrato da De Giovanni, di interrompere le svariate serie su cui ha costruito la sua fortuna di romanziere e sceneggiatore per aprire un capitolo del tutto nuovo a suo rischio e pericolo. A questo va aggiunta una capacità di costruire una storia verosimile sul tema affrontato, senza scadere nella saggistica, dimostrando come si possano affrontare temi della cronaca di anni ben conosciuti da molti dei suoi lettori dando ad essi una forma di romanzo di qualità. 
A tutto ciò va aggiunto, in continuità con i suoi migliori romanzi, l'intreccio tra trama da giallo o noir e i riflessi nella psicologia dei personaggi. Senza forzare nè l'uno (il carattere di giallo) nè l'altro (il carattere psicologico dei personaggi), l'autore finisce per dare continuità ad un genere che viene da lontano (almeno da Simenon) che, oltre ad innalzare a livello di dignità letteraria il "poliziesco", lo sviluppa come potente strumento di indagine del lato oscuro della società contemporanea e delle persone che in essa sono tenute a vivere. 
"Contini scruta i volti di chi lo circonda e riflette sui tanti mondi che girano nell'universo che conosce lui, senza sognarsi nemmeno di sfiorarli (come magistrato) se non quando succede qualcosa di irreparabile. Operai, impiegati, lavoratori costretti a fare i conti con precarietà e stipendi da fame, l'ansia nell'attesa del 27 del mese, le bollette da pagare. Tutti a correre in equilibrio su un filo e senza rete, pregando che non saltino fuori una malattia o un guasto in casa..."

Renato Campinoti