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04 aprile 2026

Emiliano Dominici: Gli anni incerti, Canzone di fine millennio

Quando la voglia di cambiamento resiste alle follie del mondo e alla crisi delle famiglie

Nati tutti e tre lo stesso giorno e anno, il 22 giugno del 1969, i protagonisti principali di questo bello e robusto romanzo, Jerry, Giulia e Guido, ma in tre luoghi diversi (Jerry concepito durante il megaconcerto di Woodstock a Bethel, New York, Guido a Livorno come pure Giulia ma nata ad Assisi), finiranno per costruire un rapporto fortissimo tra tutti e tre che resisterà alle tante e complesse vicende del loro periodo di crescita. 
In questo senso si può parlare di un particolare romanzo di formazione di questi tre giovani, con l'attenzione puntata al contesto, tutt'altro che scontato e alla realtà livornese in particolare. 
Devo dire subito che ciò che mi ha più colpito e affascinato di questo romanzo è la capacità dell'autore di intrecciare le fasi di crescita e di maturazione dei protagonisti (che poi non sono solo i tre amici) sia con gli accadimenti esterni (dallo sbarco sulla luna, alle stragi fasciste a cominciare da piazza Fontana, al terrorismo, agli scioperi nelle grandi fabbriche, fino ai mondiali di calcio, quando l'Italia li giocava!) che con le vicende familiari complicate (non mancano neppure alcune forme di violenza familiare: "Vittorio non la fa finire. Le da uno schiaffio violento che la scaraventa sul divano"), dove i diversi attori, donne e maschi che siano, cercano ciascuno di affrontare a modo suo i cambiamenti nella mentalità e nella concreta vicenda delle famiglie, a contatto con la maturazione della coscienza femminile, che porta anche all'abbandono di qualche marito legato ai vecchi schemi e ad una ricerca di indipendenza da parte dei figli. 
In questo contesto appare rilevante e affascinante il protagonismo che l'autore porta in evidenza della città di Livorno, una delle città toscane che, da fiorentino, mi ha sempre affascinato per questa sua storia e cultura di apertura al mondo esterno e alle novità che arrivano dal mare e non solo. 
Da qui anche lo spirito ribelle e poco disposto alle regole più convenzionali con cui anche i nostri protagonisti affrontano i casi della loro vita. Lo ritroviamo, questo spirito ribelle, alla Cigna, a Corea, nelle scuole dove incontriamo i ragazzi e le ragazze di quei quartieri popolari. 
Ma di Livorno c'è tanto, ci sono i Bagni Bajani, ci sono gli americani che a Camp Derby nascondono di sicuro, secondo i livornesi, chissà quali armi pronte a intervenire contro di loro. Ma c'è anche la Madonna di Montenero. Molto bella, la pagina in cui "Giulia è rimasta ipnotizzata da tutti quei disegni infantili, dagli indumenti macchiati di sangue, dai pezzi di lamiera delle macchine, dai messaggi di ringraziamento che le persone hanno appeso alle pareti". 
È proprio in quel luogo che si tocca con mano quella visione della fede di stampo tipicamente popolare dove Dio è una sorta di "tappabuchi" (la definizione è del teologo tedesco Bonhoeffer) in grado di intervenire in sostituzione della responsabilità dell'uomo. 
Mi piace sottolineare infine, i vari registri con cui l'autore ci fa vivere le diverse fasi di questo non poco impegnativo romanzo. Si passa, per limitarmi a pochi esempi, da stati d'animo di grande tristezza e commozione, come quando Giulia e il padre rievocano, con lo sguardo, la scomparsa della moglie e madre: "Nello scambio di sguardi passa un lampo di comprensione assoluta, come due persone che siano sopravvissute ad una stessa disgrazia, gli unici superstiti di un naufragio" , a momenti di grande felicità e pienezza. "Giulia col suo modo delicato di strofinarsi gli occhi, Jerry dando uno scatto secco con la testa per togliersi i capelli dalla fronte. A Guido per un momento sembra di vivere in un mondo perfetto". 
Il tempo passa, i giovani protagonisti attraversano momenti felici come di grande disperazione. Lascio al lettore lo scorrere inesorabile delle pagine che, anche col ritmo incalzante che l'autore sa dare alla scrittura, ci rendono difficile il necessario distacco per il riposo notturno. Un'ultima annotazione mi pare indispensabile. Passano alcuni anni, ma si va poco oltre gli anni novanta. I tre amici hanno assecondato in vario modo i loro talenti. Giulia nell'insegnamento, Jerry nella chimica, Guido nella pittura. Ma non viene meno in nessuno dei tre lo spirito ribelle e non si accontentano dell'accettazione passiva delle cose. "Se prima avevano il desiderio di cambiare il mondo, ora sentono di averne il dovere"
Siamo alla fine, è il luglio del 2001, a Genova c'è il G8. I tre amici sono diretti da quelle parti, verso Nervi, alla scuola Diaz dove c'è la sede del Genoa Social Forum. E non si sa se questa è la fine del romanzo o l'inizio del racconto di nuove vicende. 
Anche per questo dispiace chiudere questo interessante libro di Dominici.

Renato Campinoti

28 marzo 2026

Silvestro Scifo: il Dio tradito, l'infedeltà dei fedeli nelle tre religioni abraminiche

Quando, ricevuto l’invito dall’amico Sergio (come da sempre chiamiamo Silvestro) mi sono recato alle Piagge, nel “regno” di don Santoro, la prima cosa che mi ha colpito, da frequentatore di presentazioni di libri di autori alla prima uscita, è stata la grande partecipazione di gente. Messa pure nel conto la larga cerchia di seguaci del parroco da quelle parti, come pure la curiosa e attrattiva presenza di Stefano Massimi, rimane enorme e inusuale una così larga partecipazione. 
C’è qui, indubbiamente, il primo riscontro della qualità e dell’attualità dei temi che Sergio ha toccato con questo suo impegnativo lavoro. Verrebbe da dire che di un lavoro così, in un momento come questo, dove guerre gravissime, ai limiti del genocidio, stanno di nuovo insanguinando l’Europa e i suoi vicini, ce ne era molto bisogno. Soprattutto se si pensa che tali guerre vengono troppo spesso giustificate (o incoraggiate) da rappresentanti ora dell’una ora dell’altra delle religioni abramitiche che trovano nella Bibbia e nei suoi libri le presunte motivazioni. 
«Che fare» Si sarà chiesto Sergio «per offrire un personale contributo a questa drammatica situazione?». Scifo è persona troppo consapevole degli affari del mondo per non sapere che dietro i drammi del nostro tempo si annidano ambizioni personali o di gruppo insieme a pesanti interessi materiali. Il tutto in un contesto di profondi cambiamenti e di nuovi equilibri che, però, pretendono di trovare nelle motivazioni religiose un loro presunto nucleo motivazionale. 
Ecco allora la risposta all’interrogativo che l’autore si è posto, tornando a prendere in mano gli strumenti su cui si fondò, dopo il Concilio Vaticano secondo, l’impegno di quei gruppi religiosi (le comunità di base) che non si accontentavano di una generica fede, ma ne volevano riscoprire il carattere innovatore sul piano sociale e politico. Ecco allora la rilettura dei testi biblici che Sergio ci ha offerto per disvelare l’inganno di coloro che, in nome di un presunto primato religioso, stanno conducendo le peggiori guerre e facendo correre i pericoli maggiori, nel tempo dell’atomica, alla stessa sopravvivenza dell’umanità. 
La rilettura dei testi biblici che troviamo in questo prezioso volume è, anche agli occhi di un non credente ma curioso da sempre della cultura religiosa, di particolare acutezza e profondità. Scifo premette una sua introduzione che è anche una sintesi di ciò che troverà nella lettura dei testi biblici da lui presi in considerazione. 
Partito da Giobbe per dirci del “fortissimo desiderio di vita” presente anche nelle sofferenze della vita, Sergio passa all’Ecclesiaste per parlarci del ruolo di Dio “nell’abbattimento della presunzione umana di essere onnipotente, dell’aspirazione narcisistica a farsi come lui”. 
L’altro libro cui fa riferimento Sergio è quello del Cantico dei Cantici da cui si evince che nella vita dell’uomo ci sono “momenti di gioia… c’è l’amore erotico… che spinge a vivere più intensamente e ad avvertire quanto sia vita la realtà intorno a noi”. 
Fatte queste premesse l’insegnamento che ci indica Scifo è quello di un Dio che, fatta la creazione dell’universo, “essa prosegue la sua vita secondo l’ordine delle sue leggi e, per quanto riguarda l’uomo, secondo la sua responsabilità“. Di qui in avanti, sta qui il primo insegnamento che ci lascia l’autore, interviene la responsabilità dell’uomo e non si può fare di Dio da “tappabuchi” (termine usato da un grande e generoso teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer) per giustificare la nostra mancanza di senso nella vita o per far dare a Dio le risposte che ancora la scienza non è arrivata a dare ai fenomeni della natura. 
Dunque, completata la creazione, interviene per intero la responsabilità dell’uomo, senza che si possano addebitare a Dio i gravi delitti dell’umanità, compresi i campi di sterminio nazisti. Poi Sergio passa ad un’analisi più dettagliata dei racconti biblici, dalla Creazione alla cacciata dal paradiso terrestre, alla uccisione di Abele da parte di Caino fino al diluvio universale e alla Torre di Babele. 
Già qui Sergio anticipa il senso di tutta la sua lettura: “La rivalità tra le tre religioni sorelle sembra aver tradito l’amore ma anche oscurato che il Dio biblico é il Dio dell’amore, che non toglie ad alcuno e non dimentica nessuno”. 
Seguiranno ulteriori approfondimenti su La Creazione (“dalla creazione gli uomini potranno contare soltanto su se stessi”) al Diluvio, ultimo atto di Dio in punizione del male degli uomini, dopo il quale “si pone fuori dal mondo, lasciandolo completamente alla responsabilità degli uomini”. La ricerca di Sergio continua in forme dettagliate e approfondite. 
Lasciando al lettore il piacere della lettura dirò solo che già nel capitolo sui rapporti tra Giacobbe, Esaù e Dio, emerge che “Giacobbe viene scelto, ma Esau’ non è rifiutato… ciascuno è prezioso agli occhi di Dio”. In conclusione, ci ricorda Sergio “nessuno può attribuirsi l’unicità dell’amore di Dio, l’esclusiva del rapporto con lui a danno degli altri”. 
Per concludere con le parole dell’autore: “I fedeli delle tre religioni abramitiche potrebbero ripercorrere la storia dei rapporti reciproci e nei confronti con le altre fedi alla luce di questa particolarità dell’amore del Dio biblico… potrebbero apprezzare meglio la straordinaria maturità dell’amore di Dio e, a loro volta, approfondire il loro amore verso Dio”. 
Non resta che ringraziare Sergio Scifo di questo importante contributo in un momento quanto mai necessario e esortare tutti, credenti e non credenti, alla lettura del testo e a valorizzarne le conclusioni.

Renato Campinoti

15 marzo 2026

Nicoletta Manetti: Nata Mancina (Angelo Pontecorboli editore)

 

Nicoletta Manetti: Nata Mancina (Angelo Pontecorboli editore)

Il prezzo di nascere femmina, mancina e senza amore

Nata femmina, nata il giorno della maggior disgrazia di Firenze, l'alluvione del 1966, nata mancina: Nicoletta Manetti ce li mette tutti gli ingredienti per rendere la vita difficile alla sua nuova (questa volta di fantasia) eroina. E non si ferma qui, nel far partire in salita la vita di Ursola, come decisero di chiamarla quasi a spregio. Già che c'è ci mette pure una babbo e una madre che non danno mai segno di voltersi bene, capaci di trovare un accordo solo nel denigrare i desideri e i talenti di quella figlia "riportata dalla piena". E qui occorre fare un attimo di riflessione. Chi se lo aspettava che la bravissima Nicoletta, dopo averci regalato tanti meravigliosi racconti sulle figure più significative della cultura europea transitate da Firenze, dopo averci allarmato sui gravi rischi della cultura patriarcale riportandoci alla memoria quella emblematica figura di donna, al tempo stesso vittima e ribelle di un padre vergogniosamente inbevuto di cultura patriarcale e di violenza,    facesse una virata verso un bellissimo romanzo di fantasia con al centro una ragazza costretta  a lottare contro tutto e tutti per affermare la sua natura. La sorpresa, sia chiaro, sta tutta nella decisione di riprendere, dopo tanto tempo, la narrazione di fantasia, il romanzo vero e prorio, insomma, e di farlo con una scelta azzecccata per tema e ingredienti.  A proposito di questi ultimi, gli ingredienti, conoscendo l'autrice, non meraviglia che anche qui abbia saputo riversare le sue più profonede sensibilità, quelle verso il bisogno di emancipazione e di rispetto del mondo femminile, così come la capacità delle sue eroine, ancora una volta, di trovare le più varie e impegnative strade per non soccombere ai luoghi comuni e alle discriminazioni. La trama, questa volta, ci porta in compagnia di una ragazzina, Ursola o più precisamente Orsola, come decide di farsi più dignitosamente chiamare (se non altro in omaggio alla prima santa e patrona di Firenze) che sente tutta la delusione del padre per la mancata nascita di un maschio, come pure tutta l'indifferenza della madre verso i suoi desideri e le sue sensibilità. Da qui, in una sorta di romanzo di formazione, la scoperta della poesia e della vita di Emily Dickinson, la poetessa che decise di tagliare i ponti con il  mondo, di rinchiudersi in camera e da lì immaginare un mondo tutto suo. Da qui le stramberie di vestirsi solo di bianco, di coltivare anche lei i fiori sul piccolo terrazzo della sua camera, a immagine e somiglianza della grande poetessa americana, soprattutto di dialogare per iscritto con la poetessa stessa per farne l'amica che non riesce a trovare nel mondo reale. Saranno non poche le sofferenze che la nostra Orsola dovrà sopportare sia in famiglia che con finte amicizie scolastiche. Fino...fino a quando il lettore troverà le belle invenzioni che Nicoletta ci regala per rendere ancora più affascinante la sua narrazone. Di una di queste, in particolare, mi permetto di spoilerare, perchè è troppo bella: si tratta della vecchia signora che incontra all'ultimo piano dell'appartamento al seminterrato in cui era andata a vivere quando, ancora giovanissima, si sposerà con un giovane anche lui innamorato dell'arte. "La seguii lungo un'interminabile libreria che dall'ingresso si snodava fino in salotto, dove ci fermammo. Ma gli scaffali salivano ancora, si arrampicavano per delle scalette, andavano a nascondersi in cima a un soppalco, sembrava volessero uscire dall'abbaino per rincorrersi sul tetto". Dopo la confessione di amare anche lei le poesie di Emily Dickenson,l'anziana signora le regalerà perfino una raccolta completa delle poesie della poetessa americana. Poi si scambiano le reciproche sensibilità e le cose che amano e alla nostra Orsola, appena rientra in casa, viene di scrivere una delle ultime lettere alla poetessa tanto amata: "Cara Emily dovevi dirmelo che ti sei reincarnata, proprio nella mia città, e per l'appunto sopra casa mia". Il libro di Nicoletta non è ancora finito, come non é finito il rapporto tra la giovane sposa e la vecchia signora dei libri. Ci sarà ancora una sorpresa, di quelle grosse, che finiranno per costringere Orsola a tirare molte somme sulla sua vita e ad andare avanti più spedita. E a noi tocca riflettere su quanto sia difficile la vita di chi nasce mancino e di sesso femminile. Ma Nicoletta ci insegna che, anche in quel caso, si può combattere, si può trovare nella poesia qualche amica che ci aiuta a sopravvivere alle situazioni più brutte, alle peggiori discriminazioni e, forse, alla fine, c'è per ogni giovane donna una più anziana che ha letto tanto da insegnare alle giovani come dare un senso compiuto alla propria vita e, forse, a imparare a perdonare anche qualche "nemica" che ci ha fatto soffrire. Chiuso il libro, fatte queste riflessioni, viene voglia di fare un ultimo plauso a chi ha scritto questo bellissimo romanzo: scrivere con questa chiarezza, con ironia e sentimento, vorrei dire con leggerezza, è un grande pregio perchè ciascuno di noi,  il pubblico più ampio possibile, possa godere della lettura e portare con sè gli insegnamenti che sono ben presenti nel romanzo. Ancora grazie a Nicoletta e al prossimo volume!

Renato Campinoti




12 marzo 2026

Paolo Ciampi: Un popolo in cammino, viaggio a piedi nella terra degli etruschi

 Se non fosse un meraviglioso e ricco testo letterario, verrebbe da dire che si tratta anche di una delle più belle guide per chi voglia andare alla scoperta della vita e delle tappe della cività etrusca. Paolo Ciampi ci aveva già abituati a questo suo particolare Festina lente alla scoperta di luoghi, personaggi, popoli, a piedi e con profondità di osservazione e di collegamenti culturali. Basti ricordare, tra i tanti, "In cammino con Matilde", come pure "Gli occhi di Firenze", per dire di alcuni che più mi hanno affascinato. 

Non meno bello e interessante questo suo cammino dedicato agli Etruschi dove, tra le meraviglie e le narrazioni delle storie di questo ancora in parte misterioso popolo, valgono le "divagazioni" del nostro che, in compagnia di un un solo amico, finisce per portare con sè un vero e proprio stuolo di personaggi e studiosi dell'argomento, dagli storici del periodo romano, a Berenson, grande stusioso del Rinascimento, fino a David Herbert Lawrence, da lui citato col solo nome per marcare una particolare affinità, che sarà spesso al suo fianco nelle sensazioni e nelle personali impressioni sui personaggi che via via incontra sul suo cammino. 

Cammino che non poteva che partire da Chiusi e dal grande Porsenna, quello che "fece tremare le vene ai polsi dei romani" quando, scacciato da Roma il re etrusco Tarquinio il superbo, questi si rivolse al Lucumone di Chiusi per ottenere vendetta. Molto bella, a questo proposito, la riflessione di Ciampi sulla mancata rappresentazione cinematografica di questo grandissimo personaggio etrusco, neppure da parte di quegli studi cinematografici presenti a Tirrenia, nella Toscana degli etruschi, che pure valorizzarono gli eroi romani alla Ben Hur. 

La passeggiata, da Chiusi, arriverà fino a Orbetello, attraversando tutta la toscana etrusca, Chianciano, Sarteano, Radicofani. Poi il viaggio, iniziato a Novembre, è costretto a interrompersi a causa delle regole di restrizione dovute al Covid, per riprendere ad Aprile da Sorano a Sovana a Pitigliano a Manciano fino, come ho detto ad Orbetello, porto Santo Stefano e il bagno finale alla spiaggia della Feniglia. 

Ho già detto della qualità letteraria che Ciampi riesce a dare a quello che potrebbe sembrare un resoconto di viaggio ed è invece molto di più. Basti dire che alla riprese di primavera del viaggio, in quella che potremmo chiamare una sorta di nuova introduzione, l'autore ha modo di citare ampiamente autori e vicende legate alla pandemia che ha interrotto il cammino, per arrivare infine a riprendere il filo del ragionamento su questo popolo misterioso e sulle caratteristiche che via via incontra sul suo cammino. 

Emergono così sia le caratteristiche forti di un popolo dedito, come è noto, alla lavorazione del ferro, come pure ad un fine artigianato per la produzione di monili femminili. Al tempo stesso, come ricava l'autore da uno studio attento delle raffigurazioni presenti nelle tombe o sul ricco e raffinato vasellame che ci ha lasciato, emerge l'altra faccia di un popolo dedito alle gioie della vita, sia di carattere sessuale che alimentare. "Una civiltà", chiosa giustamente Paolo, "che ha lasciato memoria più per i suoi banchetti che per le imprese belliche. E ciò gli sia riconosciuto a gloria eterna". 

Molto bello il raffronto tra la predilezione degli etruschi per il ferro e le miniere e le crude descrizioni di due grandi scrittori contemporanei dei territori, la maremma e le sue miniere, come Bianciardi e Cassola. "Maestri di metallurgia, gli etruschi... Non potevano che sistermarsi nei dintorni delle Colline Metallifere. Davanti al mare, si: ma con l'Elba solo un pò più a nord, l'Elba che gli etruschi colonizzarono per il ferro". 

Naturalmente il viaggio a piedi nella terra degli etruschi, come l'autore sottotitola questo piacevolissimo libro non trascura nè Cerveteri, né roccaforti come Veio, Tarquinia e Volterra. Ma naturalmente lascio al lettore di curiosare tra le tante citazioni e le solo apparenti divagazioni che sono tutt'altro che casuali come Ciampi vorrebbe farci intendere, che imprezioniscono di molto il lavoro letterario. 

Naturalmente Ciampi non si sottrae a ricordarci il fenomeno dei "tombaroli" che hanno avuto il grave difetto di averci lasciate vuote la maggioranza delle tombe degli etruschi da cui si sono ricavate tante notizie su quel popolo, ma hanno avuto anche il pregio di averci indicato molte vie in cui trovare, seppur vuote, le tracce più significative di quella civiltà. 

Per finire, la cosa che più colpisce in questa ricerca delle caratteristiche del popolo d'Etruria, è la loro visione che potremmo definire edonistica della vita e dei rapporti tra uomo e donna (ma anche dello stesso sesso, senza i pregiudizi odierni). "indiscutibile il sorriso degli etruschi... Lo stesso sorriso delle tombe: vuote ma non spoglie, case di morti che in qualche modo sono ancora vivi, sospesi tra il sonno e una possibile felicità." 

 Ed è con questo inno alla civiltà etrusca che Ciampi ci lascia e che, insieme alla vera e propria mappa che Roberta Caldesi mette a mò di appendice al termine del racconto, ci fa venire una gran voglia di ricalcare le orme di Paolo e fare anche noi un "viaggio a piedi nella terra degli etruschi".

Renato Campinoti


01 marzo 2026

Emiliano Dominici: Maria Malva, brucia il giorno per me

Emiliano Dominici: Maria Malva, brucia il giorno per me

"ciascuno si conosce da sé, e spesso non è neanche così"

Un romanzo che è molte cose. È la ricerca affannosa delle proprie radici per Maria, la protagonista principale, che tuttavia, non trovandole, da origine alla ricerca di sé e dei propri segreti a tutti coloro che assisteranno al suo gesto estremo. 
C'è allora il secondo personaggio del romanzo, secondo me, Gemma, quella che si sente chiamata in causa dalla vicenda di Maria per essere stata lo "strumento" del suo gesto, che, con la rottura col marito, scopre la cosa più banale del mondo: "tutti noi abbiamo dei segreti, o semplicemente delle cose che gli altri non sanno, e forse è proprio il tenerli nascosti che non ci fa vivere bene"
Saranno proprio questi segreti che, quando scoperti, faranno venir meno la fiducia nelle persone di cui Maria, volta a volta, cerca di fidarsi e di aprirsi con le proprie sofferenze. "Quando una persona che ammiriamo, a cui vogliamo bene, pensava Maria, ci nasconde qualcosa o ci mente in modo più o meno plateale, d'improvviso crolla nella nostra considerazione". 
È quello che le succede a proposito dell'unica persona cui prova ad affezionarsi, quel babbo adottivo di cui sperava di potersi fidare. Ma nella storia di Maria e nel suo tragico epilogo c'è una terza componente che riappare spesso a proposito anche degli altri, potremmo dire tutti, personaggi del libro: la solitudine. "La solitudine è bella solo quando è voluta, altrimenti si avvicina alla tragedia". Questa, della solitudine è una vicenda ricorrente, come dicevo, che si ritrova in tanti momenti del romanzo davvero notevole di questo scrittore. È la solitudine che Maria ritrova in quella che poteva essere, forse, la sua madre carnale. 
A questo proposito è da sottolineare tutta la seconda parte del romanzo, quello che ricostruisce le vicende della vita di Maria, una specie di romanzo di formazione dentro il romanzo più generale di questo prolifico e interessante scrittore. È qui che la protagonista, uscita dall'orfanotrofio già grandicella, adottata, come scopriremo, da una coppia poco affiatata, va alla ricerca delle proprie origini e viene fuori una possibile madre che più solitaria non poteva essere. 
Così come del resto è sola e solitaria suor Mirella, la suora che, nell'orfanotrofio, la "adotta" come una figlia. 
Resterebbe da dire di tutti quei personaggi che, uniti dall'avere assistito tutti insieme alla tragedia di Maria, cercano disperatamente la propria ragione d'essere nella vita. Lasciando al lettore la scoperta delle vicende e della più o meno grande distanza tra le aspettative e i risultati della ricerca di un senso alla vita di ciascuno, mi pare più importante ricercare ora il motivo più profondo, lo spirito di fondo di un romanzo tutt'altro che banale, mirato più ad aprire che a risolvere le soluzioni alle vite degli altri. 
C'è un dialogo, nel romanzo, tra una giovane di origine peruviane, di fatto la badante di una ragazzina ormai adolescente, Anna, che le chiede "A cosa serve la religione, chi l'ha inventata?". Milagros, la badante, le risponde: "Non so chi l'ha inventata. So che l'uomo ne ha avuto bisogno per andare avanti... e che Dio ha previsto una cosa cos' brutta come la morte". Al che Anna riflette: "E allora è la paura della morte che ci fa credere in Dio?". 
La conversazione continua su questo toni, finché Milagros scopre che sul tablet che Anna usava per parlare si trova la scritta in grande: "Non è Dio che ha inventato la morte. È la morte che ha inventato Dio". 
Le donne e gli uomini del nostro romanzo, insomma, sono chiamate a scoprire da sole il senso della loro vita e la traccia che intendono lasciare dietro di se, senza che il divino le consoli o le aiuti a risolvere in un altrove e in un al di là quello di cui sanno dare una ragione nel tempo che è dato loro di vivere. Che ci riescano o meno è il senso che il bravo scrittore lascia al giudizio dei propri lettori.

Renato Campinoti

22 febbraio 2026

Franck Thilliez: 1991, la prima indagine di Franck Sharko

"la messa a nudo del mondo in cui viviamo"

Per chi, come il sottoscritto, è convinto che il giallo e il noir possono rappresentare formidali strumenti di indagine della nostra società, questo ottimo libro di Thielliez ne è la dimostrazione concreta. Naturalmente a condizione che la scrittura sia basata, come in questo caso, su un rigoroso apparato di ricerca che non sconfini nell'artificioso e, soprattutto, sia sorretto da personaggi, anche nelle loro fragilità, di robusta tempra morale e culturale. Essendo questo il caso si può allora partire dalla lettura delle quasi cinquecento pagine, convinti che non ci saranno momenti di noia nè arzigogoli difficili da capire. La storia è quella del ritrovamento di un cadavere di donna particolarmente maltrattato che sembra essere quella che, alla luce del riconoscimento dei genitori, non è. 
Si parte da qui, dal successivo ritrovamento del corpo della precedente donna per inoltrarci in una serie di vicende via via più impegnative che paiono il parto di qualcosa di malato, di una mentalità malata come quella dei pedofili, ma più complessa. Solo a questo punto ci si accorge che siamo nel 1991, quando ancora non c'era la diffusione dei cellulari, né tanto meno dei collegamenti digitali. 
Tutto è tornato nel classico mondo dei poliziotti che devono trovare la cabina telefonica, che devono appostarsi ore e ore per seguire i sospettati e così via. Tutto perché l'autore è andato all'origine del suo personaggio, il commissario della centrale della polizia parigina, quella del Quai des Orfèvres del mitico Maigret. Franck Sharko, il commissario, ancora ispettore in questo primo romanzo, che sarà presente, nella maturità, nei molti casi che percorrono i libri di questo prolifico scrittore francese è ora alla sua prima indagine vera, nel gruppo dell'anticrimine parigino, dopo un paio d'anni di gavetta nella provincia. 
Impressionato dalla brutalità con cui il criminale ha agito sui primo cadaveri ritrovati, verrà messo in guardia da uno dei poliziotti più anziani, suo più occasionale collaboratore, Serge Amandier: "Quella che hai visto stasera lì dentro è la cruda verità, Sharko... la messa a nudo del mondo in cui viviamo. Queste cose esistono davvero, e noi siamo in prima linea". 
E che queste cose ed altre più gravi e impressionanti esistano davvero nellle parti più degradate e sordide della città parigina, l'autore non si farà scrupolo di farcelo notare, in particolare quando ci porta in posti come rue de la Goutte-d'Or, dove, nelle vicinanze, già Zola aveva ambientato i suoi romanzi, in particolare "Germinale". 
Una zona, come farà notare a Sharko Florence, la collega poliziotta, dove c'è ancora "Una miseria che più miseria non si può, amico mio: E' ancora qui dietro queste mura, viva e vegeta, persino un secolo dopo Zola...". 
Sarà qui che il nostro personaggio incontrerà i moderni miserabili, come quando inciampa in un disgraziato rifugiato da quelle parti: "guardò quelle pupille dilatate sul nulla, le labbra screpolatissime, i denti neri: un faccia a faccia con la morte. Chi si sarebbe occupato di lui? Avrebbero anche solo rimosso il suo cadavere da lì?
 L'autore insomma non risparmia niente della miseria umana, così come non si fa scrupolo di avvertire, sempre tramite il poliziotto più anziano, il giovane Sharko: "Questo schifo diventerà il tuo pane quotidiano, un peso che ti porterai dietro ovunque..." Questo rapporto tra l'anziano poliziotto, a suo modo devastato dalle troppe vicende incontrate nella sua lunga esperienza al Quai des Orfèvres, e il novellino Shark, come inizieranno a chiamarlo i colleghi, sarà anch'esso una piccola storia nella storia più grande che lascio, ovviamente, al lettore conoscere e interpretare. 
Dico solo che quando il giovane chiederà consiglio sul comportamento da tenere alla collega Florence, questa, senza entrare nel merito, gli da una risposta che è, di per sé, una pezzo della filosofai di tutto il lungo racconto che ci lascia Thilliez: "Per quanto mi riguarda, comunque, ho sempre preferito le persone che vivono secondo le regole piuttosto che secondo le leggi...". 
 Altra storia nella storia è il rapporto tra Sharko e la fidanzata, Suzanne, che, pur agli inizi, fa già intravedere tutte le difficoltà di un rapporto tra una dnna innamorata e un poliziotto convinto della sua missione. 
Mi pare degno di nota che l'autore non si mascheri dietro ai cosiddetti emigranti clandestini quando va all'origine dei mali di cui vuol parlarci, ma ci fa incontrare sempre persone nate e cresciute nella grande Francia. Resta da dire che il fil rouge di tutto questo robusto romanzo è rappresentato dal tema dei danni che atteggiamenti profondamente sbagliati, al limite della pedofilia, possono infliggere nei giovani, nei bambini ancora di più. Tema, questo dell'attenzione ai minori, quanto mai di attualità in un mondo che non pone più l'attenzione ai bambini neppure nelle drammatiche situazioni sia di sbarchi di emigranti che fuggono da guerre e da fame, così come, purtroppo, all'interno di conflitti, non più, come un tempo, rivolti esclusivamente agli eserciti in lotta, ma ormai dichiaratamente con la mira sui civili, sui bambini inevitabilmente.

Renato Campinoti

13 febbraio 2026

Don Winslow: L'ultimo colpo (HarperCollins)

 



Don Winslow: L'ultimo colpo

Quando il crime incontra i sentimenti delle persone

Che sia uno scrittore di razza, lo stanno a dimostrare i milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ancora una volta, in una raccolta di sei racconti di media lunghezza, Don Winslow mette in  mostra tutta la sua abilità di portare il lettore a contatto con un'umanità derelitta, talvolta irrimediabilmente priva di scrupoli e di remore morali. E tuttavia...Basta scorrere il primo racconto, quello che da il titolo alla raccolta, per incontrare il lato umano dei racconti dello scrittore americano. Perchè "l'ultimo colpo"? Che succede poi al furfante che ha già sulle spalle ventuno anni di carcere e che, con i sessanta che ha compiuto, "morirà in prigione"

Nel secondo dei racconti a muoversi è un ragazzo che ha un sogno e che cerca in ogni modo di realizzarlo, anche a costo di...

C'è poi un altro racconto che ci parla di un poliziotto che, di umili origini, sta tuttavia per diventare un federale, quando a suo cugino, piccolo e gracile, capita un incidente che rischia di portarlo dentro alla mercè delle bande che infestano le carceri della contea. Può fare qualcosa, può mettere a rischio la sua reputazione per aiutare il cugino? E cosa gli capiterà se accetta i compromessi necessari?

Ma il meglio di sè, in questa raccolta, secondo me l'autore lo dà nell'ultimo racconto "Collissione", dove la serenità e l'amore di una coppia con figlio piccolo e padre in forte ascesa in carriera, viene distrutta da un brutto inconveniente che portano il marito e padre a contatto con la galera e con i suoi perversi meccanismi. Alla fine sarà una lotta senza esclusioni di colpi per sopravvivere nel miglior modo possibile. Da leggere tutto d'un fiato. 

Da notare assolutamente il tema ricorrente in Don Winslow del tema delle carceri, del loro carattere assolutamente contrario all'idea liberale della "redenzione" del colpevole, della violenza permanente sia nei carcerati che nei carcerieri, del loro carattere, come carceri, di moltiplicatori di delinquenza anche nei carcerati con pene meno gravi. Al contrario, come ci descrive nel secondo dei racconti, si può sfuggire, come carcerati, a questo triste destino solo in quelle carceri "controllare" dalla malavita, dalla mafia in particolare. Pagando, naturalemente, un ben alto pegno ai propri "protettori". Da qui la sua "pietas" per i carcerati incappati in reati involontari, come pure la sua dura condanna del sistema carcerario americano, più volte condannato da altri grandi della letteratura  noir americana, non ultimo Sthefen King, che non per caso raccomanda la lettura di questa notevole serie di racconti.

Ancora una volta, come ci ricorda Reed Farrel Coleman nella utilissima prefazione al volume, "Questo è Don Winslow, perchè al centro del suo lavoro ci sono la sua umanità e il suo chiaro appello a prendersi cura degli ultimi".

Da leggere assolutamente!

Renato Campinoti