Donatella Di Pietrantonio: Bella mia
Il terremoto in città scuote palazzi e lascia macerie nell'animo della gente
Con questo racconto Donatella Di Pietrantonio paga il suo debito alle vittime(e anche a se stessa) del terremoto dell'Aquila del 6 Aprile del 2009. L'autrice, abitante di Penne, il paese collinare tra l'appennino di abruzzo e il mare, in provincia de L'Aquila, dopo averci vissuto ospite di una famiglia per tutto il tempo delluniversità, manterrà un rapporto costante con la città più piena di chiese e di piazze d'Italia, come Siena in Toscana. "L'Aquila è l'uica città che ho sentito mia", ci confessa la Di Pietrantonio nella postfazione al bel libro, pieno di patos e di tanti sentimenti della gente, belli o dolorosi e tavolta le due cose insieme. Ecco allora questo racconto inventato e ricco di umori che pare un vissuto reale, dove due gemelle scappano dal terremoto, una muore, l'altra ne esce integra col figlio di Olivia, quella uccisa dalle scosse tremende. Poi molto girerà intorno a Marco, il figlio adolescente della vittima, la zia Caterina, decoratrice di ceramiche, la vecchia madre delle gemelle convivente ora con Marco e Caterina, Roberto, il padre separato del giovane, distratto dai suoi impegni di musicista di successo, che finirà per lasciare sulle spalle della gemella sopravvissuta l'onere della crescita di un giovane orfano di madre e senza le attenzioni necessarie del padre. Personaggio non secondario è l'appartamento situato a qualche chilometro dal centro dell'aquila, dove alloggiano i nostri personaggi, insieme agli altri sfollati. Case provvisorie (e si vede dalla trascuratezza della qualità edilizia, che ho avuto modo di visitare!) e nelle quali si consuma questa troppo lunga provvisorietà degli abitanti. Il libro, ben scritto come al solito dalla bravissima autrice, vuol dirci una cosa precisa: il terremoto tremedo che ha colpito una delle città più belle d'Italia, non ha scosso e buttato giù interi edifici, palazzi e case (oltre a fare più di trecento vittime umane) ma ha "terremotato" anche l'animo e la vita delle persone, proprio di quelle che sono scampate alle tremende scosse. Una delle maggiori vittime di questa situazione è senz'altro il figlio di Olivia, la gemella morta sotto il crollo della trave portante che ha, invece, lasciato il tempo di fuggire alla solrella e al ragazzo. A lui toccherà reagire alla drammatica sitazione in cui verrà a trovarsi, andando a vivere all'Aquila, nella casa provvisoria con la nonna e la zia dove la madre, una volta separata dal marito musicista, era tornata a vivere. Non meno provata sarà la nonna, con la perdita della figlia cui non riuscirà, ovviamente a rassegnarsi, incolpando Roberto di averla lasciata, facendola tornare all'Aquila a morire di terremoto. La nonna si affezionerà alla giovane mamma che ha perso la sua bambina nel terremoto e che ora vive vicino a loro nella casa provvisoria. Commovente il colloquio tra la nonna e la mamma a proposito del freddo. "Fa molto freddo secondo te?" Chiede la mamma alla nonna. "Bè, sì...tu non lo soffri?" e la mamma risponde: "Mi preoccupo per la bambina, anche se è ben coperta. Fa più freddo qui o al cimitero?". Naturalemnte anche Caterina, costretta ad adattarsi al ruolo di madre supplente del giovane Marco, riceve dal terremoto un bell'impegno, lei che figli non ne ha cercati nè voluti. La prosa della Di Pietrantonio ci accompagna per ancora non poche vicende facendoci vivere il dopo terremoto con tutte le difficoltà e le ferite che lascia addosso alle persone. Ma qui c'è la seconda cosa che la bravissima scrittrice sa dirci con questo ben congegnato racconto. La gente si dispera, resiste, poi, dai legami reciproci cominciano a rinascere nuove certezze e opportunità. Lascio volentieri al lettore seguire i nuovi, anche se difficili, percorsi che si aprono per i personaggi a contatto con la vita, più resistente, talvolta, delle disgrazie inaspettate. Ancora una volta, pur nel mezzo di vicende molto dolorose, l'autrice lascia aperto uno spiraglio per l'ottimismo. Si chiude il libro e ci si ricorda che quest'anno l'Aquila è insignita del titolo di capitale della cultura italiana. Vuol dire che, con i ritardi e gli insuccessi di una troppo lunga ricostruzione, qualcosa comincia a ripartire anche da quelle parti.
Renato Campinoti