Emiliano Dominici: Maria Malva brucia il giorno per me (effequ)
"ciascuno si conosce da sè, e spesso non è neanche così"
Un romanzo che è molte cose. E' la ricerca affannosa delle proprie radici per Maria, la protagonista principale, che tuttavia, non trovandole, da origine alla ricerca di sè e dei propri segreti a tutti coloro che assiteranno al suo gesto estremo. C'è allora il secondo personaggio del romanzo, secondo me, Gemma, quella che si sente chiamata in causa dalla vicenda di Maria per essere stata lo "strumento" del suo gesto, che, con la rottura col marito, scopre la cosa più banale del mondo: "tutti noi abbiamo dei segreti, o semplicemente delle cose che gli altri non sanno, e forse è proprio il tenerli nascosti che non ci fa vivere bene". Saranno proprio questi segreti che, quando scoperti, faranno venir meno la fiducia nelle persone di cui Maria, volta a volta, cerca di fidarsi e di aprirsi con le proprie sofferenze. "Quando una persona che ammiriamo, a cui vogliamo bene, pensava Maria, ci nasconde qualcosa o ci mente in modo più o meno plateale, d'improvviso crolla nella nostra considerazione". E' quello che le succede a proposito dell'unica persona cui prova ad affezionarsi, quel babbo adottivo di cui sperava di potersi fidare. Ma nella storia di Maria e nel suo tragico epilogo c'è una terza componente che riappare spesso a proposito anche degli altri, potremmo dire tutti, personaggi del libro: la solitudine. "La solitudine è bella solo quando è voluta, altrimenti si avvicina alla tragedia". Questa, della solitudine è una vicenda ricorrente, come dicevo, che si ritrova in tanti momenti del romanzo davvero notevole di questo scrittore. E' la solitudine che Maria ritrova in quella che poteva essere, forse, la sua madre carnale. A questo proposito è da sottolineare tutta la seconda parte del romanzo, quello che ricostruisce le vicende della vita di Maria, una specie di romanzo di formazione dentro il romanzo più generale di questo prolifico e interessante scrittore. E' qui che la protagonista, uscita dall'orfanotrofio già grandicella, adottata, come scopriremo, da una coppia poco affiatata, va alla ricerca delle proprie origini e viene fuori una possibile madre che più solitaria non poteva essere. Così come del resto è sola e solitaria suor Mirella, la suora che, nell'orfanotrofio, la "adotta" come una figlia. Resterebbe da dire di tutti quei personaggi che, uniti dall'avere assistito tutti insieme alla tragedia di Maria, cercano disperatamente la propria ragione d'essere nella vita. Lasciando al lettore la scoperta delle vicende e della più o meno grande distanza tra le aspettative e i risultati della ricerca di un senso alla vita di ciascuno, mi pare più impotante ricercare ora il motivo più profondo, lo spirto di fondo di un romanzo tutt'altro che banale, mirato più ad aprire che a risolvere le soluzioni alle vite degli altri. C'è un dialogo, nel romanzo, tra una giovane di origine peruviane, di fatto la badante di una ragazzina ormai adolescente, Anna, che le chiede "A cosa serve la religione, chi l'ha inventata?". Milagros, la badante, le risponde: "Non so chi l'ha inventata. So che l'uomo ne ha avuto bisogno per andare avanti...e che Dio ha previsto una cosa cos' brutta come la morte". Al che Anna riflette: "E allora è la paura della morte che ci fa credere in Dio?". La conversazione continua su questo toni, finchè Milagros scopre che sul tablet che Anna usava per parlare si trova la scritta in grande: "Non è Dio che ha inventato la morte. E' la morte che ha inventato Dio". Le donne e gli uomini del nostr,o romanzo, insomma, sono chiamate a scoprire da sole il senso della loro vita e la traccia che intendono lasciare dietro di sè, senza che il divino le consoli o le aiuti a risolvere in un altrove e in un al di là quello di cui sanno dare una ragione nel tempo che è dato loro di vivere. Che ci riescano o meno è il senso che il bravo scrittore lascia al giudizio dei propri lettori.
Renato Campinoti
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