Ci vuole poco ad un grande narratore come Carrère per trasformare una apparente banalità come il taglio dei baffi da parte del protagonista per fare una sorpresa ad Agnès, sua moglie, in una vicenda che, dal grottesco, si trasforma a poco a poco in un vero e proprio dramma umano. Si, perchè potrebbe succedere a chiunque se, una volta cambiato qualcosa nei vostri connotati, non solo non se ne accorgesse vostra moglie (o marito), ma la cerchia degli amici intimi o collaboratori vi dicesse che così come state, senza baffi in questo caso, è la vostra normalità di sempre. Il dramma comincia piano tra il protagonista e la moglie, con la quale esisteva un rapporto apparentemente di ferro.
Così, quando Agnès nega di vedere qualcosa di nuovo nel momento in cui il marito le mostra la faccia senza baffi, l'uomo "detestava essere arrabbiato con Agnès, avrebbe voluto amarla senza reticenze, per quanto brevi e passeggere esse fossero". Ma ci vorrà poco per passare da un tono tutto sommato conciliante ad una fase di gravi sospetti sull'atteggiamento complessivo della moglie: "Temette anche di potersi chiedere, prima o poi, se quella notte non l'avesse amato, rassicurato, stretto a sé per ingannare la sua diffidenza".
Di qui in avanti è un crescendo di sospetti e di riflessi negativi sull'umore e la psiche dell'uomo, fino a immaginare un vero e proprio inganno di tutti, moglie, amici, semplici conoscenti che, quando gli consiglieranno una visita psichiatrica, lo porta all'esasperazione più bieca, convinto "che non si trattasse di uno scherzo... ma di qualcosa di molto più grave... un piano ordito contro di lui, volto a farlo impazzire, a spingerlo al suicidio o a farlo rinchiudere in una cella imbottita".
D'ora in poi l'uomo, sentendosi accerchiato, comincia a pensare che l'unica risposta a questa macchinazione sia la fuga, il più lontano possibile. Ed è ciò che progetterà nei dettagli, anche se la meta appare più frutto di una combinazione di fattori che cercata. Che tuttavia non credo sia casuale nella logica dello scrittore, la Hong Kong dove convivono mille razze e mille idiomi, senza una possibile, decente socialità e dove ciascuno è più che mai messo di fronte solo a sè stesso.
Lasciando al lettore il seguito delle macchinazioni e dei risvolti di questa insensatezza da cui l'uomo è ormai colpito, ci basta dire che il romanzo ebbe un meritato riscontro alla sua pubblicazione, forse perchè toccava un nervo scoperto dell'apparente sviluppo senza limiti del mondo occidentale: la fragilità dell'essere umano e la sua difficoltà a riconoscere la linea di demarcazione tra la ragione e la follia.
Il lettore di quel tempo, insomma, avvertiva come, di fronte alla crisi delle grandi ideologie, al predominio degli indici di sviluppo e delle nuove conquiste della tecnologia, ciò che rimaneva indietro era lui, come essere indifeso di fronte alla ricerca di una nuova ragione e a cui, proprio in quel periodo, veniva indicata la via della psichiatria come ancora di salvezza per la soluzione dei propri dubbi e delle proprie incertezze.
La follia, sembra ancora oggi dirci Carrère, è dietro l'angolo di ciascuno di noi. Attenzione alla ricerca di troppe certezze, come pure a voler immaginare che gli altri possano pensare e comportarsi come noi desideriamo. Una bella lezione di scrittura e di vita.
Renato Campinoti
Renato Campinoti
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