Kent Haruf: Le nostre anime di notte
La voglia di stare insieme e i pregiudizi della provincia americana
Kent Haruf è sicuramente lo scrittore che ha interpretato al meglio i valori e il sacrificio della gente dei centri minori della provincia americana. In questo romanzo, secondo me, va oltre le pur robuste esperienze fin qui narrate nella immaginifica cittadina di Holt nel Colorado. Non che manchi, ancora una volta, il riferimento al valore del lavoro e del ritrovarsi in una realtà dove tutti si conoscono e sono pronti a dare una mano. Al centro, tuttavia, di questo breve ma profondo romanzo, c'è qualcossa di nuovo: la solitudine e la difficoltà, ad una certa età, di ricomporre le famiglie dove, col tempo, tutti hanno preso la loro strada. Bellissima, anzitutto, l'iniziativa di Addie Moore di invitare Luis, solo e vedovo come lei, ad andare a trovarla e cominciare a dormire con lei. "Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola". Ecco il primo tema che viene al centro di questo ultimo, formidabile, libro di Haruf: la solitudine, di tante persone, degli anziani prima di tutto, quando rimangono vedovi, i figli hanno preso la loro strada, gli altri sono troppo impegnati per fermarsi a fare loro compagnia. Solo un'altra solitudine può servire a rompere la propria, di solitudine, a tornare a sentirsi importante per qualcuno. Non voglio forzare l'intenzione dello scrittore, ma mi pare che in questa occasione Haruf vada a cogliere quello che è sicuramente uno dei temi fondamentali delle società occidentali: l'allungamento della vita media, i differenti percorsi e tempi di vita delle persone, le famiglie più giovani sempre più preda di problematiche interne e ripiegate su se stesse, e dove tutto ciò fa emergere il grande deficit di socialità e, di conseguenza, il bisogno di trovare forme più o meno organizzate per favorire un nuovo senso alla vita di tante persone sole. Per chi, come il sottoscritto, tocca ogni giorno con mano il valore che le persone attribuiscono alla vita associata e alle finalità solidali in grado di dare senso al loro impegno, trova senz'altro in questo libro uno spunto importante per rendere ancora più significativo il valore delle Associazioni di volontariato rivolte ad offrire occasioni di impegno ma anche di supporto per le persone anziane. Detto tutto ciò, va dato merito, tra le le altre cose, al grande scrittore americano, di aver reso così dolce e commovente l'incontro tra i due, Addie e Luis, nessuno dei quali, come si diranno nelle notte passate a parlare tra loro, sono stati degli stinchi di santo. Anche questo trovare il coraggio di raccontare anche gli errori, le cose per loro stessi sbagliate delle esperienze di vita, è un tassello non banale di una letteratura che vuole aiutarci a cogliere negli anni in più delle nostre vite la capacità di dare più valore alle esperienze e ai rapporti che ci capita di incontrare. Non un romanzo intimista, insomma, ma un'opera di riflessione per imparare che la crescita e la qualità della vita non hanno età. E l'altro filone di grande interesse che ci consegna questo libro ultimo di Haruf è una visione tutt'altro che idilliaca della provincia americana. Ci sono, in verità, nel racconto, alcune figure che, per ragioni di affinità con i personaggi principali o altro, dimostrano di capire e accettare la scelta di convivenza notturna dei due protagonisti. Restano tuttavia, queste figure, minoritarie e ininfluenti rispetto a molti cittadini, quelli anzitutto che passano molto tempo nei peggiori luoghi di aggregazione, i bar di provincia, dove la loro esperienza viene giudicata a dir poco da benpensanti. Tanto da riversarsi sull'atteggiamento dello stesso figlio di Addie. Il libro insomma non ci parla di questa esperienza che i due anziani intendono fare per sconfiggere solitudine e pregiudizi come di una vittoria, ma del suo esatto contrario: una bella novità sconfitta dai pregiudizi. Credo che su questo, sulla sopravvivenza di una cultura più arretrata e bigotta nella provincia americana, si debba tornare ancora una volta a riflettere, non fosse altro per capire la ragione della presa di certi slogan (quelli, per capirci, nostalgici di una presunta superiorità americana!) su una parte che sembra maggioritaria del popolo americano proprio nel tempo del declino della sua egemonia sul mondo. Che su una cosa del genere Haruf abbia provato ad aprirci gli occhi già nel 2015, anno della pubblicazione di questo suo bellissimo libro, è qualcosa che va ancora di più a suo merito e ci impone di consigliarne la lettura ad un pubblico più vasto possibile.
Renato Campinoti
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