Luciano Bianciardi: La vita agra
Dalla vendetta per i morti di Ribolla all'integrazione nel boom milanese
Partito dalla sua Grosseto per la città di Milano, con l'intenzione di far saltare in aria il grattacielo sede della società responsabile della morte dei quaranta tre minatori della miniera di Ribolla, finirà per adattarsi, pur vedendone lucidamente i difetti, allo sviluppo caotico e disumano che il boom economico di quei primi anni sessanta indusse soprattutto nel nord Italia. Viene a contatto con l'ambiente giornalistico in rapido sviluppo, dove la logica è quella della massima resa, dove il capo pretende il massimo da tutti (non a caso soprannominato colonnello Maverick) e non perdona una assenza di un giorno pena, come avviene, il licenziamento, e dove le notizie nascono e muoiono di giorno in giorno. Diventa così inutile il suo tentativo di dare la notizia della tragedia di Ribolla a poco più di una decina di giorni dall'accaduto ("te l'ho detto", gli dice il caporedattore, "E' una notizia invecchiata"). Per un poco il protagonista va alla ricerca di personaggi che ricordino le figure più rappresentative della sua terra. Cerca anche collegamenti con le sezioni del PCI. Ed è qui che incontra Anna, di bell'aspetto, molto determinata nel proclamarsi rivoluzionaria. Sarà così che i due si innamorano. Lui lascia perdere la moglie e la figlioletta che ha lasciato al paesello, anche se sente la necessità di inviare l'assegno mensile per il loro sostentamento. La vita che sono costretti a fare, lui e Anna, è quella vita agra del titolo, sempre in bilico fra miseria e piccoli introiti, mentre intorno a loro cresce lo sviluppo urbano e l'industrializzazione del nord del Paese. Anche il rapporto tra i due perde la verve iniziale per ridursi quasi ad un'abitudine. Col passare del tempo anche le punte ironiche che pure Bianciardi sa introdurre nel racconto, tendono a svanire per far posto ad una prosa più di denuncia e di delusione della vita che il protagonista è costretto a fare. Lascio al lettore la scoperta delle pagine dove l'autore si esercita in lunghe dissertazioni, ancora ironiche, sulla base di una premessa: "questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena raccontarla". Comincia d'ora in poi una serie di denunce sulla solitudine delle persone nella metropoli ("Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare....") e si potrebbe andare avanti con la denuncia dell'ambiente inquinato, del costo dell'affitto e della miseria dei salari ecc. Alla fine, sarà lo stesso protagonista che si arrende ad una vita che offre davvero poche soddisfazioni. E l'autore avrà scritto uno dei più efficaci romanzi di denuncia dell'inganno che il richiamo del Nord sviluppato esercita su tanti italiani in quel periodo. Ottenendo anche un buon successo di pubblico e tuttora di grande attualità.
Renato Campinoti
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