Susan Abulhawa: Ogni mattina a Jenin
Un libro indispensabile per capire l'origine dei drammi odierni
Un libro che se non ci fosse stato, andrebbe scritto ora. La grande qualità della scrittrice è proprio quella di scrivere un romanzo che, attraverso la forma della saga familiare, porta il lettore a conoscere la radice dei drammi che il mondo d'oggi è costretto a vivere. Perchè se è vero che la prima vittima delle scelte operate nel dopoguerra, con la decisione di permettere la creazione dello Stato d'Israle, è il popolo Palestinese, lo sviluppo del racconto ci ci fa vedere come gli stessi israeliani finiscano per rimanere impigliati in una trama di guerre e di violenze da cui, soprattutto oggi, non sanno loro stessi come uscirne. Si capisce così perchè, dopo che si è consumato l'attentato del 7 Ottobre 2024 e l'inarrestabile carneficina di Gaza da parte dell'esercito di Israele, nessuno sembra più in grado di uscire dalla logica della guerra continua ed è scomparsa anche sola l'astratta pronuncia dell'idea di una pacificazione attraverso la creazione di due Stati. Ma veniamo alle caratteristiche proprie del romanzo, per spiegare il quale mi sono avvalso ancora una volta dell'AI.
*Ogni mattina a Jenin* di Susan Abulhawa è un romanzo storico/familiare uscito nel 2006. È stato tradotto in 30 lingue e ha fatto discutere tanto perché racconta la Nakba e i decenni successivi dal punto di vista di una famiglia palestinese. Non è un saggio politico: è una saga che parte dal 1948 e arriva al 2002.
Di cosa parla
Segui 4 generazioni della famiglia Abulheja, da Ein Hod,
villaggio vicino a Haifa, fino al campo profughi di Jenin.
Protagonista centrale è *Amal*, nata nel campo dopo che la
famiglia viene cacciata dalla sua terra. La storia alterna la sua voce da
adulta con capitoli su sua madre Dalia, sua sorella Ismael rapito da bambina,
suo fratello Yousef, sua zia Khadija.
È una storia di perdita, esilio, guerra, ma anche di vita
quotidiana: matrimoni, figli, scuola, odio, amore.
Perché colpisce
1. *Ti fa entrare in una storia che di solito leggi solo sui
giornali*. Abulhawa non ti spiega la politica. Ti mostra la colazione di una
famiglia, il giardino di ulivi, la casa con le chiavi ancora in mano, e poi il
momento in cui devi scappare. Il dolore diventa concreto, non astratto.
2. *I personaggi sono vivi, non simboli*. Amal è rabbiosa e
confusa, Yousef è testardo, Dalia è fragile. Litigano, sbagliano, si amano. Non
sono “i palestinesi”, sono persone.
3. *La scrittura è diretta e cinematografica*. Frasi corte,
scene forti, poco lirismo inutile. Si legge veloce anche se tratta temi
pesanti.
I punti più forti
- *L’esilio del 1948*: il capitolo in cui la famiglia fugge
da Ein Hod è devastante. La madre che porta solo le chiavi di casa pensando di
tornare “domani mattina”. Da lì nasce il titolo.
- *La vita nel campo profughi di Jenin*: Abulhawa ci è nata.
Descrive la polvere, il fango, la dignità e la rabbia che crescono insieme. Non
romanticizza la povertà.
- *Il tema dell’identità*: Amal nasce apolide, cresce tra
libri e odio, e per tutta la vita si chiede “chi sono io se non ho una terra?”.
È il cuore del libro.
I limiti
1. *Parte un po’ melodrammatica*. Le prime 100 pagine hanno
toni da feuilleton: amori, tradimenti, il bambino rapito. Alcuni lettori lo
trovano troppo “telenovela”. Poi il tono si fa più maturo e politico.
2. *È di parte, chiaramente*. Abulhawa non cerca il
“bilanciamento”. Racconta la sua verità, quella dei profughi.
3. *Alcune parti storiche sono romanzate*. È finzione, non
saggio. I fatti storici di base ci sono, ma i dialoghi e i dettagli sono
inventati.
Temi centrali
- *Esilio e memoria*: le chiavi, la terra, il nome del
villaggio. Come si vive quando “casa” è solo un ricordo.
- *Violenza che si trasmette*: da una generazione all’altra.
Figli che nascono già arrabbiati.
- *Donne e guerra*: Amal, Dalia, Khadija. Le donne tengono
in piedi la famiglia mentre gli uomini fanno la guerra o scappano.
- *Colonialismo e perdita*: non solo di terra, ma di lingua,
dignità, futuro.
Voto: 8/10
Non è letteratura alta alla Flaubert. È un romanzo popolare,
ma necessario. Ti prende allo stomaco e ti fa capire perché “il conflitto” non
è una mappa con frecce, è la storia di famiglie come la tua.
*Leggilo se*: vuoi capire la Nakba dal punto di vista umano,
ti piacciono le saghe familiari tipo _Il cacciatore di aquiloni_, vuoi una
storia che ti fa arrabbiare e piangere.
*Nota*: In Israele il libro è stato inizialmente censurato e
ritirato. Questo ti dice già molto su quanto dà fastidio.
Ogni mattina a Jenin salta avanti di decenni e ha tanti personaggi, quindi è facile perdersi. Ti faccio lo schema per generazioni, come un albero genealogico + funzione narrativa.
Generazione 1: Quelli della terra - Ein Hod, 19481. Hassan Abulheja - Il patriarca
Contadino di ulivi, testardo, legato alla terra. Muore difendendo il villaggio nel ’48.
Funzione: Rappresenta il legame con la Palestina pre-Nakba. La sua morte = fine del mondo vecchio.2. Dalia Abulheja - La madre
Sposa Hassan giovanissima, ingenua. Dopo la fuga tiene strette le chiavi di casa e il vestito da sposa, convinta di tornare “domani mattina”.
Funzione: La madre che non si riprende mai dall’esilio. Il suo dolore passa ai figli. È la memoria del trauma.3. Zio Mahmoud - Il fratello di Hassan
Saggio, legge libri, crede nell’istruzione. È la coscienza morale della famiglia.
Funzione: La voce della ragione e della cultura in mezzo al caos.
Generazione 2: I figli dell’esilio - Nati tra ’48 e ’674. Ismael Abulheja - Il primogenito rapito
Ha 5 anni quando l’esercito israeliano lo porta via dal villaggio. Cresce come “David” in una famiglia ebrea.
Funzione: È la lacerazione assoluta. Stessa persona, due identità, due schieramenti. È il ponte più doloroso del romanzo.5. Yousef Abulheja - Il fratello minore di Amal
Nato nel campo, orgoglioso, impulsivo. Entra nella resistenza dopo la morte del padre.
Funzione: La rabbia della seconda generazione. Quello che non ha mai visto la terra, ma è pronto a morire per lei.6. Khadija Abulheja - La zia
Sorella di Hassan. Donna forte, pratica, tiene unita la famiglia nel campo.
Funzione: La madre di tutti. È lei che cucina, cura, sgrida. Rappresenta la resilienza quotidiana.
Generazione 3: La protagonista - Nata nel campo7. Amal Abulheja - La narratrice
Nasce nel campo profughi di Jenin nel 1957. Studia, legge, si innamora, parte per gli USA, torna. Porta avanti tutta la storia con la sua voce da adulta.
Funzione: È il “noi” del romanzo. Gli occhi del lettore. Attraverso di lei vedi 50 anni di storia palestinese: Naksa del ’67, Libano, Intifada, Oslo, Jenin 2002.8. Kamal - Il marito di Amal
Palestinese-americano che sposa a Boston. Più moderato di lei.
Funzione: Il confronto tra esilio in Occidente e esilio nel campo. L’amore che cerca di stare in piedi tra due mondi.
Generazione 4: Il futuro9. Sara e Nur - Le figlie di Amal
Nascono negli USA ma con identità divisa. Sara è più integrata, Nur più ribelle e legata alla causa.
Funzione: La domanda finale del libro: cosa significa essere palestinese se sei nato lontano dalla terra? La storia continua .
Personaggi “specchio” fuori dalla famiglia
10. David/Ismael - Lo stesso Ismael, ma versione israeliana
Cresce soldato, non sa di essere palestinese. Quando lo scopre va in crisi totale.
Funzione: Abulhawa lo usa per dire: il conflitto spacca le persone a metà. Non ci sono solo “vittime” e “carnefici”, ci sono vite rubate da entrambe le parti. Come leggere la storia seguendo loroHassan/Dalia = La perdita. Capisci da dove parte tutto. Ismael/David = La frattura. Il dramma più personale del libro. Yousef = La rabbia. Vedi come l’esilio crea i combattenti. Amal = La memoria. È lei che mette insieme i pezzi e ti spiega il senso. Sara/Nur = La domanda aperta. Il libro non chiude, perché il conflitto non è chiuso. Trucco per non confonderti: Ogni volta che muore qualcuno, nasce qualcuno con un nome simile. Abulhawa gioca sul ciclo vita/morte/esilio. Yousef muore → nasce una figlia chiamata Nur, “luce”.
Nessun commento:
Posta un commento