Marco Rodi: Vespucci nel mirino, le indagini del Commissario Attenti
Una trama robusta, lontana da Livorno ma con la città sempre presente
Dico subito che, essendo il primo libro della serie del Commissario Attenti di Marco Rodi che leggo, ne sono stato colpito molto favorevolmente. Forse perchè, questa volta, l'autore colloca le vicende molto lontano dalla sua Livorno, l'ottimo risultato che riesce ad ottenere mi ha fatto venire in mente una frase che mi ha colpito a suo tempo del fiorentino Vasco Pratolini quando, ne "La costanza della ragione" fa dire a Bruno, il giovane protagonista: "Mio padre diceva sempre che si va per il mondo passando dall'orto di casa. Che se non sai zappare il tuo, non imparerai mai a conoscere la terra degli altri". Mi pare, infatti, che questo riesca a fare in questo avvincente romanzo giallo l'amico Rodi: spedire a Manila, a risolvere un caso di notevole spessore, addirittura internazionale, un Commissario che il suo orto lo ha saputo coltivare benissimo e che, proprio per questo, intreccia le vicende di quel Paese lontano, col richiamo continuo alla sua città e alla sua esperienza. E rimarrà così tanto legato alla sua città che, alla fine delle intense vicende che l'autore ci racconta si svolsero a Manila, ritornato alla sua Baracchina Bianca di Livorno, "perchè ad Attilio il suo mare sembrasse più bello di quello di Manila, non seppe spiegarselo". Ma Livorno, i suoi sapori, il suo cacciucco, i suoi modi di dire ritorneranno continuamente, quasi che Rodi voglia scusarsi per aver allontanato momentaneamente la trama del suo romanzo dalla sua città e dai suoi lettori più amati. Comunque anche l'allontaneamento è molto relativo dato che è, appunto, sulla Vespucci che si svolge gran parte del racconto e della Vespucci si parla più volte come del possibile bersaglio a seguito cattura e della scomparsa del giovane allievo Rinaldo Giannetti. Lo stesso Commissario Attenti sarà costretto a salire in cima alla coffa del famoso veliero per dare un'attenta occhiata a cosa si muove nei dintorni della nave, costretta a rimanere all'ancora più del previsto. Senza dire molto di più di una trama che Rodi sviluppa, da bravo giallista, con continui colpi di scena, sono comunque da rimarcare alcuni aspetti. Anzitutto la capacità di Attenti e del collega capitano di corvetta Matias Martini, inviati su sollecitazione del Ministero sul posto, di entrare in una positiva collaborazione con la polizia locale, affiancando (ma forse indirizzando nelle indagini) il commissario di polizia locale Dezon Rogelio. Nonostante una marcata differenza di atteggiamento ("L'ufficio di Dizon...si affacciava su una strada polverosa e lontana a sufficienza dal caos del porto per permettergli di ignorare quello che vi succedeva"), come pure un rapporto con gli indiziati con sistemi discutibili ("I suoi uomini avrebbero strappato la pelle a quel bastardo senza alcun problema"), i due poliziotti italiani riusciranno a spingere il collega filippino ad un grosso e rischioso lavoro di indagine e, soprattutto, di azione, che finirà per produrre i suoi frutti. Altrettando notevole è il ruolo che i due colleghi sapranno far svolgere ad Akemi, una affascinante e ricca prostituita che contribuirà non poco a favorire la ricerca della giusta strada delle indagini. Molto interessante la confessione della donna sui suoi trascorsi di giovinetta poverissima, vittima di atti di vera e propria pedofilia, che Rodi sa raccontarci in maniera assolutamente veriteria e drammatica, facendoci ricordare che quella del patriarcato e della violenza familiare è, purtroppo, un male che riguarda anche le nostre, opulente, società occidentali. Da segnalare ancora il particolare rapporto che il Commissario Attenti costruirà con Lavinia, la fidanzata di Giannetti, l'allievo rapito, con la quale sembra condividere al tempo stesso, tutta la preoccupazione di non riuscire a ritrovare vivo il giovane allievo e, contemporaneamente, la reciproca empatia per un analogo senso del dovere verso le loro pur differenti responsabilità. Tutto questo (e molto altro che non si può svelare: per esempio, chi è quel giovane Carlo che ha inventato un giochino chiamato Black Mirror?) per dire che della capacità dell'autore di inserire in una pur ben congegnata e robusta trama di giallo autentico, vicende e questioni che fanno del giallo stesso uno strumento di conoscenza di molte delle vicende che possono accadere ogni giorni nelle nostre realtà. Nel più autentico filone che da Simenon ci porta ai più bravi giallisti come De Giovanni, Manzini e tanti altri dei giorni nostri. Non resta, infine, che sottolineare il continuo crescendo del ritmo e degli sviluppi della trama del racconto mano a mano che si avvicina la conclusione del racconto, che ci tengono incollati alle pagine fine alla conclusione. E ci fanno pensare perchè questo racconto, forse un poco sfrondato da qualcuno dei richiami livornesi, non sia attratto, come merita, da case editrici maggiori in grado di garantire ad opere come questa lo sviluppo commerciale (e di lettura) che meritano.
Renato Campinoti
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