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15 luglio 2026

Emmanuel Carrère: Kolchoz (Adelphi)



Emmanuel Carrère: Kolchoz

Impegnativo, con cose buone e altre discutibili

Si tratta sicuramente di un lavoro impegnativo, sia per il lettore (per me di sicuro!), ma penso anche per l'autore. Non fosse altro per questa volontà di mettere in mostra storie e sentimenti personali, oltre a dichiarare le sue opinioni su molte vicende, impegnative, dei nostri tempi. Se ne esce, dalle oltre quattrocento pagine ricche di richiami e di intrecci anche dinastici, con la convinzione di conoscere meglio uno degli autori certamente tra i più seguiti di questi anni e spesso da un pubblico giovane. Ci sono aspetti che fa piacere sapere meglio del suo pensiero. Dico subito che la  cosa che più mi ha colpito è la premessa quando ci ricorda: "Davanti al fatto che siamo otto miliardi sulla terra, al disastro ecologico irreversibile, alla crisi migratoria, davanti all'intelligenza artificiale che ci inghiottirà senza lasciarci il tempo di accorgercene, davanti, per inciso, alla fine della democrazia e di tutti i nostri valori....non è forse completamente fuori luogo scrivere della propria piccola vita che sta finendo...della giovinezza dei propri genitori?". Bella premessa anche se, essendo un poco malizioso, come si sta tutti diventando, sembra ci sia anche un leggero ammicco proprio a quei giovani che lo stanno leggendo. Ma per seguire Carrère nel lungo svolgimento del racconto, dico subito che ci sono più piani su cui l'autore sviluppa la narrazione. Quella, francamente meno interessante, della storia delle origini familiari differenziate tra la madre, nobile russa decaduta a seguito della rivoluzione dell'Ottobre '17 e  quella paterna risalente alla modesta famiglia di agricoltori di un paesino della Francia. A proposito della ricca famiglia nobile l'autore ricorda l'acquisto, con le grandi ricchezze della bisnonna della madre, la contessa Ol'ga Komarovskji, della imponente e grandiosa villa Medicea di San Domenico, vicino a Firenze, chiamata Bosco Bello, che lo stesso Carrère riuscirà a fatica a farsi aprire dall'attuale proprietà per visitarla. All'interno di questo filone se ne distacca uno, forse il principale di tutto il libro, che riguarda proprio il rapporto con la propria madre. Non a caso il punto di partenza del libro è il discorso del Presidente Macron in occasione della morte di Hélène Carrère d'Encasse, segretaria permanente dell'Accademia di Francia, esiliata,  dal suo Paese, la Russia, nel 1917, caduta in miseria e diventata poi uno dei personaggi più acclamati della cultura francese. Dunque, una madre sicuramente ingombrante, salita con determinazione nella scala sociale e culturale di un  Paese esigente come la Francia e per la cui riuscita ha sicuramente sacrificato qualcosa degli stessi rapporti personali. Da questo punto di vista il libro, a mio giudizio, opera uno strano capovilgimento, dall'ammirazione, oltre che dall'amore filiale che rimane, da cui Carrère parte fino, via via, a prenderne le distanze e ad esprimere perfino qualche giudizio a dir poco meno che lusinghiero. Un primo approccio che marca una diffidenza tra i due è, negli anni più recenti, il giudizio sul Covid, vissuto da lei come una sorta di ricatto cinese sull'occidente. Ma il punto di differenziazione più marcato tra Carrère e la madre è il giudizio su Putin, da lei visto con le sue buone ragioni nel voler ridimensionare l'espansionismo americano e occidentale dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Fino ad intraprendere azioni concrete per riequilibrare le due diverse zone d'influenza. In sostanza, una volta riacquistato in occidente il suo ruolo nella classe dirigente, la madre ritorna a vedere nella Russia il suo Paese d'origine, dalla cui cultura è nata e si è sviluppata la sua coscienza e la sua forza culturale. Del carattere egocentrico di questa donna ci dice molto Carrère anche con una semplice battuta. A fronte del successo della cugina Salomè, capace di raggiungere i vertici dello stato Georgiano e di trattare direttamente con i russi per il loro abbandono del Paese, quando giunge la notizia del loro allontanamento dalla Georgia in buon ordine, lo scrittore commemta: "La notizia ha preso in contropiede anche mia mdre- e l'ha leggermente contrarita. A lei piace molto Salomé, ma non che ci sia un'altra star in famiglia". Altro punto dolente, nel giudizio sulla madre, il male che lei farà al padre, tradendolo e facendolo vivere in casa in una condizione di separato e isolato. Cosa che, alla fine della dissertazione familiare, porterà l'autore a rivalutare, soprattutto sul piano umano, proprio la figura del padre. Non solo perchè è dalle ricerche di lui di tanta documentazione che Emmanuel ha potuto portare a termine questo imponente lavoro, ma, per dirla in breve: "di questa lunghissima storia mia madre è stata la protagonista, ma ad avermela dettata...è stato lui. L'infelicità e il dolore dureranno fino alla fine, ma lui ha amato". Cosa, di conseguenza, che non si può dire della madre. Come dirà l'autore alla fine del lungo racconto, alla madre morente:.."non è rimasto nulla se non ammirazione e amore, e se scriverò un libro sulla tua vita - cosa che inevitabilmente accadrà, perchè sei stata la persona più importante della mia - esprimerà soltanto questi sentimenti. Niente più rancore, niente più animosità: puoi fidarti di me". Ed effettivamente questo è per molti aspetti il libro sulla vita della madre, anche se Carrère non manterrà la promessa e ne dirà sia bene che male, come per liberarsi di uno spettro che ne ha condizionato l'esistenza fino al suo personale successo editoriale. Un altro piano, certamente di un certo interesse, del lungo racconto è l'intreccio tra le  vicende personali con gli avvenimenti sia del passato (Stalin e Hitler, sui quali si sviluppa una sostanziale analogia, forse più duro il giudizio su Stalin come pure su Beria) sia del presente. La parte del leone la fa sicuramente l'invasione dell'Ucraina, sulla quale, senza incertezze, Carrère esprime la propria condanna della guerra scatenata da Putin e sulla quale, ancora una volta, si registra la maggiore distanza con la madre, porata a giustificare l'atteggiamento del dittatore del Cremlino come reazione all'espansionismo americano alla caduta del muro di berlino e dell'Unione sovietica. Un terzo piano è rappresentato dalle "confessioni", diciamo così circa le opinioni dello scrittore in rapporto alle vicende politiche dei  nostri giorni, non sempre particolarmente lusinghiere. Imbarazzante, in un mondo che vedi tanti cittadini inluenzati dall'idea del non voto, dichiarare candidamente, come fa Sophie, la protagonista del suo libro "Un romanzo russo": "Emmanuel non vota perché ha paura di votare a destra". La parte finale del libro è specificamente dedicata alla malattia della madre e ai molti ricordi del carattere affettuoso di lei giovane con i propri figli. Dolcissimo, alla fine, il loro modo di "fare Kolchoz", vale a dire lo stringersi tutti e tre i figli nel lettone con la madre durante le assenze lavorative del padre. La madre sta per morire, i figli sono lì: "Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera all'ospice, abbiamo fatto per l'ultima volta Kolchoz". In conclusione un libro per lettori e stomaci forti, che hanno la forza e la pazienza di non abbandonarlo sul comodino all'ennesima allusione ai suoi avi giorgiani e alle loro poco significative vicende personali, tuttavia riscattate dalle insistenti allusioni alle vicende contemporanee, come pure ai tanti intrecci con avvenimenti e vicende del presente che lascio al volenteroso lettore di incontrare e valutare.

Renato Campinoti

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