Il libro, incentrato sulla ricerca delle ragioni che hanno portato lo zio Riccardo nelle braccia della belva fascista e nazista, è anche l'occasione per ricordare a se stesso e al lettore quanto sia stato profondo e talvolta sottile il male generato dall'affermazione del fascismo e del nazismo prima in Italia e poi in Germania e in Europa. In contrapposizione al silenzio del padre sulle ragioni e le circostanze che hanno portato all'arresto prima e al trasferimento poi in uno dei peggiori campi di internamento nazisti, dove troverà la morte suo fratello, il libro di Mozzachiodi vuole invece rivelare a se stesso e agli altri questa piccola, grande storia familiare.
Che è poi la storia di coloro che, mantenendo un'apparente normalità di vita e di pensiero (interessanti le lettere e le raccomandazioni che lo zio Riccardo rivolge al fratello minore, il padre di Fulvio, perché provi a prendersi cura degli affari di famiglia in sua assenza!), hanno in realtà aderito e supportato quella grande rete della Resistenza che, con le sue trame e le sue lotte, ha riscattato le vergogne del fascismo italiano. Lo hanno fatto, come ci ricorda il narratore, mettendo a rischio la propria posizione sociale e la propria stessa vita.
C'è in questa ricerca e in questo disvelamento della storia familiare, tenuta nascosta per un eccesso di prudenza dagli stessi parenti più stretti, un monito per il lettore di oggi. "Ci troviamo", riflette nella sua introduzione Vannino Chiti, oggi presidente dell'Istituto Storico della Reistenza in Toscana, "in un nuovo tempo difficile. Il romanzo, con le riflessioni a cui ci sollecita, ci pone anche delle domande su come siano state sufficienti tre generazioni per dimenticare gli orrori del fascismo e del nazismo, la repressione, la perdita di libertà fondamentali".
Ma se questa, la sollecitazione a non dimenticare quel periodo, è la prima, più grande lezione che possiamo trarre dalla lettura agevole e ben congegnata del lavoro di Mozzachiodi, c'è un'altra parte del romanzo che ci parla più direttamente delle scelte e delle esperienze dello stesso autore, del suo aderire prima al '68 e rispondere poi positivamente alla richiesta del segretario della federazione del PCI di Pisa di diventare "rivoluzionario di professione", come si diceva allora dei funzionari di quel Partito.
Sarà questa la scelta che, con le diverse forme che assumerà nel tempo, segnerà a lungo la vita e i valori coltivati dall'autori. Ed è bello come, nel racconto, Fulvio sappia intrecciare le sue scelte personali, l'evoluzione della ricerca della storia dello zio Riccardo (bellissimo il ricordo del suo viaggio in camper con la famiglia, siamo già nel 2006, e la brusca svolta verso quella località,
Flossembürg, nel cui campo di sterminio, uno dei più atroci del nazismo, aveva trovato la morte lo zio.), l'impegno personale per recuperare per intero quei valori che sono stati alla base di tutta una generazione, forse troppo appannatisi col tempo, e di cui oggi c'è più che mai bisogno. Fosse solo per queste ragioni che ho richiamato, il libro di Mozzachiodi merita assolutamente di essere letto e meditato. Se poi si aggiunge una rara capacità di raccontare con semplicità avvenimenti e ricordi non semplici e una competenza letteraria che ci fa leggere con piacere le vicende che ci trasmette, viene da dire che è auspicabile un nuovo lavoro letterario di Fulvio che dia continuità ad un esperienza sicuramente felice e apprezzata.
Renato Campinoti
Renato Campinoti
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