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07 dicembre 2023

Paolo Orsini: Limousine

L'economia di carta mangia l'economia reale e l'anima dei protagonisti. Nella limousine domina la solitudine.

Per essere la prima volta che Paolo Orsini si misura con un romanzo, si può subito dire che la prova è azzeccata da molti punti di vista. Sia chiaro, le doti di scrittore Paolo ce le aveva fatte conoscere da tempo sia con singoli racconti, che con raccolte degli stessi cui ci aveva deliziato, spesso con uno spirito arguto e canzonatorio tipico di un sanfredianino di Firenze quale ormai è diventato il nostro autore. 
Tuttavia, mettere giù un tomo di oltre 330 pagine è un bell'azzardo che solo chi ha idee chiare, capacità di scrittura ed esperienza di romanzi (letti!) può portare a termine con successo. Per venire al merito di questo romanzo c'è da dire subito che, mentre ti saresti aspettato un paesaggio di personaggi popolani, come quelli che, appunto, popolano il suo quartiere di residenza e di cui tante volta ha dato prova di conoscere molto bene, Paolo ti spiazza con gente che traffica nel mondo della finanza e che ha passatempi non proprio addetti alla gente del popolo. 
È una escort di lusso quella che ci racconta l'inizio di una serata di rilassamento che un certo Giovanni, il protagonista principale del romanzo, concede a se stesso e alle su due bellissime accompagnatrici. "Ceniamo nel lussuoso ristorante del circolo nautico, a base di pesce e champagne. Poi andiamo a sgranchirci le gambe nella discoteca del porto, prima di finire tutte e tre nel letto grande. Giovanni fa apparire dal nulla, come per magia, una bustina di quella buona... è roba di primissima qualità. Giovanni la chiama 'velo della sposa' e quando dice quanto costa un grammo, penso che non potrò mai permettermela". 
Questo è solo l'inizio di una serata che, sul mega yacht di un certo Maurizio, passa da un assaggio sfarzoso di specialità di pesce cucinate da cuochi stellati, a bevute di vini e champagne dei più costosi, a sfoggio di ogni genere di prodotti e vestito purché carissimi ed esclusivi. Devo dare atto a Orsini che ha saputo sfogliare più di un buon libro di cucina, manuali di vini, ricette sofisticate e quant'altro, per passare un buon numero di pagine a deliziarci con gli sprechi mangerecci e l'ostentamento del lusso, fino a portare, noi comuni mortali, a una sorta di reazione morale e culturale.
Che mondo è questo che ci sta mostrando l'amico Paolo? Ce lo dice bene la più giovane e la più bella delle ragazze che gratificano lor signori, una certa Danuwa, venti anni, di origini eritree, studentessa universitaria. "Sono stanca, è tutto inutile: una mulatta figlia di nessuno non può sfondare il soffitto di cristallo, può solo fare la puttana, come mi ha detto Ramon. Forse non ha torto. Hai molte più chance se offri il tuo corpo piuttosto che il tuo cervello. Trovi il letto giusto e fai subito un bel po' di soldi, senza fatica. Se poi sei fortunata e trovi il buon partito da sposare fai questa vita: barche, sole e spaghetti con la granseola
Badate bene, quelli di cui ci parla l'autore non sono i bravi artigiani fiorentini che arricchiscono il mondo di prodotti di qualità. E non sono neppure gli imprenditori che fanno i conti giorno per giorno con la necessità di innovare in continuazione la merce che producono per stare al passo di una concorrenza che si può battere solo offrendo novità e immaginazione, magari in Paesi lontani. Questi, oltre ad avere bisogno di risorse per investirle nell'impresa, hanno anche meno tempo da dedicare agli svaghi e ai giochi fatui di cui ci parla Orsini. Quelli che l'autore ci mostra sono coloro che hanno imparato a fare i soldi con i soldi, i protagonisti di quell'economia "di carta che si mangia l'economia reale", che sa sfruttare gli andamenti delle borse, gli indici di redditività delle imprese, gli alti e bassi delle valute, per ridurre il lavoro delle imprese (e quello delle persone che ci campano col loro mestiere) a pura merce di arricchimento, comprando e rivendendo aziende, mettendo sul lastrico migliaia di persone se questo serve ad far crescere i già elevati redditi dei "pescecani" della finanza, come sono stati definiti da autorevoli economisti. 
Se qualcosa ci fa venire in mente questa parte del libro di Paolo è il bellissimo e istruttivo film di Oliver Stone del 1987 dal titolo, appunto, di Wall Street, dove il giovane broker che diventa l'informatore del grande speculatore, prima lucra i repentini e vertiginosi guadagni che l'acquisto e vendita delle imprese produce, poi assiste alla rovina dell'impresa dove lavorava suo padre ed è preso dall'indignazione per quello che ha fatto. 
Ma se Orsini si dimostra abilissimo nella descrizione di questo mondo e delle sue perverse logiche, anche e soprattutto sul piano sociale (da lasciar perdere la visione della donna che l'autore ci fa immaginare, qui davvero ridotta a pura merce!), la domanda che ci facciamo andando avanti col racconto è quale sia la vera questione di cui l'amico ci vuole parlare. 
E proprio a metà del romanzo, quando intervengono fatti nuovi che il lettore avrà modo di conoscere da solo, che troviamo la frase secondo me più emblematica del messaggio che l'autore ci vuole trasmettere. "Non ho paura della morte, ho terrore di morire da solo". È ancora Giovanni, il protagonista, brillante finora operatore finanziario, almeno fino a quando anche per lui sarà un amico a subirne le conseguenze, che ci svela l'altro corno del dilemma su cui è stato costruito il senso più profondo di questo bellissimo romanzo. 
"Quando si è passato troppo tempo senza provare sentimenti, ci si dimentica che esistono e si finisce per pensare che non siano mai esistiti". Attenzione, ci dice con l'opera prima Paolo Orsini, più ci distacchiamo dagli altri, dai loro bisogni e dai loro sentimenti, più rischiamo di buttare via l'intera vita per un piatto di lenticchie. Per quanto grande e ricco sia quel piatto. 
Un'ultima, illuminante citazione, quella di Penelope, la feroce giocatrice di borsa, la spietata compratrice e annientatrice di aziende e di famiglie, la più forte e la più ricca di tutta Wall Street, che candidamente si confessa: "Non ci può essere amore nella mia vita, perché l'amore è debolezza, è instabilità, è disequilibrio". Di fronte a una frase così agghiacciante come questa, non ci resta che ringraziare Paolo di averci ricordato, in un mondo che prende sempre più a modello uomini e donne come le persone che ci ha mostrato, che senza i sentimenti forti dell'amore, dell'amicizia, della solidarietà tra le persone, saremmo tutti condannati a una vita più infelice e più solitaria. 
Ed è ciò, io credo, contro cui cerchiamo ogni giorno di combattere, ciascuno a modo suo. Resta solo da chiedere: «Paolo, tornerai a parlarci del popolo di San Frediano nel prossimo romanzo?»

Renato Campinoti
 



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